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LA CRISI DELL’ INDUSTRIA SAVONESE Stampa E-mail
Scritto da Antonia Briuglia   

LA CRISI DELL’ INDUSTRIA E I CAPRI ESPIATORI

Le fabbriche nel Savonese chiudono, la crisi che attanaglia da lungo tempo la Regione sembra essere arrivata a un punto di non-ritorno.

La Ferrania, la FAC, la Centrale del Latte, la Ocv sono solo alcune delle realtà industriali  cadute o in procinto di farlo a causa di gestioni errate e disinvolte, di mancata progettualità e rinnovamento , di mancato lavoro sulle prospettive di uno sviluppo industriale a cui sembravano non credere neanche più le istituzioni e i sindacati.

 Tutto è precipitato senza avvertirne in tempo i rischi che si stavano correndo.

Tutto si è compiuto in un disegno che non era così difficile prevedere, dove il profitto era garantito molto di più dalla fase post-industriale, dove il territorio e i cittadini diventavano merce  di scambio, dove chi faceva politica a diversi livelli sul territorio, puntava tutto sull’edilizia, sui porticcioli, sui guadagni delle seconde e terze case, sugli investimenti più o meno leciti del mattone  o meglio del cemento. 

Oggi davanti al disastro le chiacchiere si sprecano.

Il dibattito sul fronte politico locale così come su quello sindacale cerca cause e moventi, mentre si è coscienti che sarebbe già una vittoria ottenere quegli ammortizzatori sociali che diventeranno poi l’unica “soluzione” alla crisi. 

E intanto le fabbriche chiudono, tra occupazioni (l’unica è stata comunque la Fac di Albisola!) e i pellegrinaggi davanti a quel Comune o a quell’autorità territoriale  che, si afferma con sconsideratezza , dovrebbero dare risposte.

I posti di lavoro in pericolo sono troppi e gli ammortizzatori non basteranno più neanche a calmare gli animi di chi non vede prospettive per sé e per i propri figli. 

E intanto le fabbriche chiudono ed è successo anche che i padroni, rispettando una regola comune, utilizzassero la crisi  per ricattare i lavoratori su salari e condizioni di lavoro , pur sapendo di interagire con persone che guadagnano circa 1000 euro al mese e sapendo che mai sarebbe servito.

La presidentessa della FAC Silvia Canepa

 Lo ha fatto anche la Canepa alla Fac chiedendo agli operai straordinari non retribuiti, pur sapendo di avere debiti a sei zeri.

E’ pur vero che la crisi locale ha anche  radici lontane, quelle legate al capitalismo moderno strettamente connesso al mercato mondiale dei grandi monopoli . Quando il mercato stagna allora, si verificano movimenti alla ricerca di nuovi massimi rendimenti e questi sono: nuovi rami della produzione che assicurano alti profitti, nuovi mercati dove collocare le merci, maggior sfruttamento dei mercati esistenti , ma soprattutto la riduzione del costo del lavoro.

 Per questo partono le delocalizzazioni come quella della  Ocv e delle altre fabbriche savonesi pronte a chiudere, per ottenere il massimo dei profitti altrove, dove potranno ridurre salari e  costi lavorativi.

La delocalizzazione è un vecchio strumento delle fabbriche senza patria.

Esse non hanno legami territoriali né economici, né sociali, quindi poco importa se questo spostamento provocherà un aumento della disoccupazione, la riduzione del mercato interno con la distruzione delle maestranze produttive.

In questa realtà, paradossalmente, insistere sugli “investimenti produttivi” e sull’aumento della produttività, sull’energia a basso costo com’è stato per Ocv,  attraverso l’introduzione di tecnologia per rendere competitive le aziende, diventa un falso problema e non  scongiura affatto la chiusura degli  stabilimenti.

Scaricare le colpe sulla mancata fornitura di energia a basso costo che Tirreno Power avrebbe potuto fornire alla Ocv con il benestare del Sindaco è inutile e pretestuoso, perché le imprese che “delocalizzano” la produzione verso paesi con bassi salari spesso sono multinazionali, e questo è il caso, che sono all’avanguardia dal punto di vista tecnologico.

Il guadagno per i padroni, invece, in Europa dell’est o in Asia è molto maggiore grazie ai minori costi salariali e all’assenza di diritti sindacali in questi paesi , e questo i dirigenti sindacali lo sanno bene, e sanno anche che andando avanti così non ci sarà soluzione  al problema occupazionale e alla fine non ci sarà niente di meglio da offrire che qualche ammortizzatore sociale  per non impedire la chiusura o contrattare  un rinvio temporaneo in cambio di ulteriori peggioramenti delle condizioni di lavoro e di salario.

Intanto nel savonese la lista delle imprese che chiudono o avviano “ristrutturazioni” è sempre più lunga. Mentre si cercano colpevoli.

 

Il Sindaco di Vado Caviglia


Il  Sindaco di Albisola Orsi
 

Un giorno sono i Sindaci, troppo ambientalisti come Caviglia che si ostina a battersi per la salute e la qualità del suo territorio contrastando l’ampliamento della centrale o la piattaforma Maerks.

Oppure troppo interventisti come Orsi, che entra a piedi uniti nella trattativa industriale sperando forse che con l’appetibile promessa di una speculazione sul territorio si possa salvare almeno parte dell’azienda.

 O ancora meglio i comitati per l’ambiente quando si oppongono a quelle che dovrebbe essere le risposte a tutti i problemi: l’ampliamento di una centrale a carbone che rischia di diventare, essa stessa, inutile ammortizzatore sociale o la piattaforma Maerks di cui si parla come cosa fatta ma che non è neanche finanziata e forse per fortuna vista la crisi mondiale degli scali container.

Si chiedono ancora tavoli di lavoro con la classe politica, come chiede il segretario Uil, per avere risposte e come si vanta di aver fatto Vaccarezza che dichiara di saper “fare sistema”. Ma quale sistema?

 La risposta al declino industriale è una sola e in questo preciso momento di crisi forse più attualizzabile: la nazionalizzazione delle aziende in crisi sotto il controllo operaio, se si parte dalla consapevolezza che i profitti imprenditoriali sono parte del salario non pagato ai lavoratori, che sono i soli che creano realmente ricchezza con il loro lavoro.

La lotta per difendere l’occupazione è possibile a condizione che si organizzi seriamente, basandosi sulla forza e l’unità dei lavoratori, praticando la vera democrazia sindacale, quella che nasce dalle assemblee operaie, che devono discutere e approvare i piani di lotta, eleggere dei comitati di sciopero unificandoli con le altre fabbriche in crisi e costruendo coordinamenti a livello provinciale.

La mobilitazione non può andare in ordine sparso, ma deve unificarsi e fare appello alla popolazione perché difendere una fabbrica in un territorio, significa difendere un’intera città.

In una situazione del genere è possibile organizzare delle casse di resistenza, chiedendo solidarietà non sola politica ma anche finanziaria a tutti i lavoratori e alla cittadinanza, in modo da poter sostenere anche delle lotte prolungate evitando che i lavoratori siano battuti perché senza salario per un lungo periodo di tempo.

 I lavoratori possono impedire la chiusura di una fabbrica occupandola e continuando a produrre sotto il controllo operaio e per non cedere alle mille pressioni che alla lunga la farebbero soccombere, deve farlo estendendo la mobilitazione alle altre fabbriche in crisi.

È possibile lottare per un mondo dove la produzione non sia finalizzata ai profitti di una minoranza di parassiti che sono stati solo capaci di difendere l’accumulo delle loro ricchezze, ma alla soddisfazione dei bisogni primari della popolazione.

Il fenomeno della delocalizzazione e la chiusura delle fabbriche  termineranno solo quando le leve fondamentali dell’economia saranno espropriate alle banche, alle multinazionali e tutte le risorse verranno messe a disposizione per ottenere  l’obiettivo della piena occupazione.

Noi dobbiamo superare insieme – dice Vaccarezzae aprire nuovi scenari di speranza per l’industria savonese. I nostri punti di forza, le nostre opportunità sono rappresentate da Piaggio, Tirreno Power, Piattaforma di Vado: oltre due miliardi di euro d’investimento, 800 posti di lavori a regime e altri 1500, per almeno 10 anni, diretti e nell’indotto”.

Questo è andata a dire la delegazione savonese  l’altro giorno al Ministero traducendo concretamente il basso profilo delle intenzioni di chi ci amministra che invece di lavorare concretamente perché le aziende presenti sul territorio non chiudano pensano, rispettando vecchie logiche, a cantierarne altre inutili, dannose e forse inattuabili.  

 

                                                                   ANTONIA BRIUGLIA

 

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