La crisi dell'antifascismo nella crisi ... Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   
LA CRISI DELL’ ANTIFASCISMO
NELLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA

 Partiamo da alcuni dati di fatto: 1. Malgrado la XII disposizione transitoria e finale della nostra Costituzione, tuttora valida, vieti esplicitamente “la riorganizzazione sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”, la Repubblica democratica non ha mai messo fuori legge il Movimento Sociale Italiano, partito fondato nel 1946 da ex combattenti della Repubblica Sociale Italiana come il giornalista  Pino Romualdi (presunto figlio naturale del Duce) e il giornalista e sceneggiatore Giorgio Almirante, oltre che da zelanti e fedeli servitori del passato Regime come il politico e commercialista-assicuratore Arturo Michelini e l’archeologo docente universitario Biagio Pace.


 2. Malgrado la Legge Scelba, riguardante le “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale” che nel suo art. primo specifica, senza possibilità di fraintendimenti, che “si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegua finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando violenza quale metodo di lotta politica e propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”, sia in vigore dal 23 giugno del 1952, il MSI, divenuto nel 1972 MSI -DN, in seguito alla fusione con il Partito Democratico (?) di Unità Monarchica, ha continuato a sussistere e a svolgere indisturbato la sua attività e la sua propaganda,  anche tramite i suoi parlamentari democraticamente eletti, fino alla sofferta e controversa “svolta di Fiuggi” del 27 gennaio 1995.  


3.Malgrado la Legge Mancino, del 25 giugno 1993, vieti nell’art. 1, “ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”, e ammonisca che “Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni”. E, come se già non fosse chiaro l’art. 1, nell’art. 2 stabilisce che “chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi come sopra definiti, è punito con la pena della reclusione fino a tre anni e con la multa da lire duecentomila a lire cinquecentomila”. Sempre in questo articolo è vietata la propaganda fascista e razzista negli stadi, disponendo che “è vietato l’accesso ai luoghi dove si svolgono competizioni agonistiche alle persone che vi si recano con emblemi o simboli di cui sopra. Il contravventore è punito con l’arresto da tre mesi ad un anno”, le cronache anche recenti attestano che le manifestazioni di cui sopra avvengono con sempre maggiore frequenza e si fanno sempre più diffuse e minacciose (vedi la bieca impresa intimidatoria di un manipolo di naziskean a Como contro volontari che si occupano dell’assistenza ai migranti).

Ora, di fronte alla persistenza e al moltiplicarsi di queste “provocazioni” o “azioni dimostrative” di organizzazioni neofasciste o neonaziste le norme sopra ricordate  appaiono del tutto inadeguate e comunque inefficaci, né miglior esito sembra poter sortire la legge proposta da Emanuele Fiano, approvata alla Camera e in attesa di approvazione al Senato. Questa legge consiste in un unico articolo: “Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici  o informatici”. Inutile dire che queste leggi promulgate dalla Repubblica italiana al fine di scongiurare il ritorno di un passato rovinoso e funesto per il nostro Paese e per il mondo intero, ricordano le famose “gride manzoniane”, così accuratamente descritte nel primo capitolo dei Promessi sposi quali esempi di disposizioni legislative tanto severe quanto vane.


Come si può spiegare questo stato di cose? Come è possibile che formazioni politiche di chiara impronta neofascista e neonazista come CasaPound e Forza Nuova abbiano di fatto diritto di cittadinanza in una Repubblica democratica nata dalla Resistenza contro il nazifascismo? Qui c’è qualcosa che non torna. Se tanti giovani (e meno giovani) inneggiano a Mussolini e a Hitler nei loro raduni, nelle loro manifestazioni  e sui loro siti web vuol dire che qualcosa non ha funzionato nella trasmissione dei famosi valori fondativi della nostra Repubblica e nella nostra stessa democrazia fondata sulla sovranità popolare. E’ chiaro che, tra l’altro, se siamo a questo punto, non ha funzionato il sistema scolastico  nazionale (e qui tutti i docenti, a cominciare dal sottoscritto, dovrebbero farsi un rigoroso esame di coscienza): che cosa hanno imparato a scuola quei tifosi che hanno usato il volto di Anna Frank per dileggiare una squadra avversaria? Che cosa ha imparato a scuola quel carabiniere che, a Firenze,  ha esposto a una finestra della caserma una bandiera di guerra tedesca del Secondo Reich, usata dai gruppi neonazi tedeschi (in Germania è proibito esporre bandiere  ed emblemi del Terzo Reich)? Che cosa hanno imparato quei militanti mascherati di Forza Nuova che hanno manifestato con fumogeni sotto la sede romana dell’inviso giornale “la Repubblica”? Da dove viene tutto questo odio per chi non la pensa come loro in merito a quella che chiamano “invasione”? Queste persone non conoscono nemmeno l’abbiccì della democrazia.

  

Osserva il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, proprio su “la Repubblica” del 23 novembre 1917 che “Nei primi anni della democrazia, le giornate elettorali erano giorni di festa. Chi ha una certa età e un minimo di memoria, ricorda che ai seggi c’era chi si recava con ‘il vestito nuovo’ e non solo perché era domenica. Si festeggiava la riconquistata libertà. Un’abissale distanza dai rassegnati rituali dei giorni nostri, quando due elettori su tre hanno disertato, non trovando valide ragioni nemmeno per quel piccolo atto di impegno politico che è la scheda depositata nell’urna. Ora finalmente l’astensione di massa  è entrata nella discussione politica”. Ma l’astensionismo di massa non è anche un vistoso sintomo di crisi della democrazia rappresentativa? Da tempo, tra color che sanno, si discute proprio su questo problema: possiamo ancora parlare di vera democrazia quando le decisioni che contano vengono prese da organismi che nessuno ha mai eletto? Chi elegge il presidente della Banca d’Italia? Chi elegge il presidente della Banca Centrale Europea? Chi quello della Banca Mondiale? Chi elegge i Generali di Corpo d’Armata? Chi elegge, tanto per fare alcuni esempi, i vertici aziendali della Fiat, dell’Ilva, dell’Enel, della Telecom, dell’IRI, di Trenitalia, dell’Ansaldo, di Alitalia e, per venire all’uscio di casa, della Tirreno Power? Inoltre, rileva ancora Zagrebelsky, “In Italia c’è il suffragio universale: vero e falso. Vero, perché il diritto di voto è riconosciuto a tutti; falso perché solo una minoranza lo esercita. E’ la differenza tra ciò che è in potenza (in diritto) e ciò che è in atto (l’esercizio del diritto). Il voto è diritto di tutti e molti non lo usano.


Così la democrazia, che dovrebbe essere il sistema politico della larga partecipazione, diventa ‘olicrazia’, il regime in cui il governo è nelle mani di minoranze. Senza che si cambino le leggi, cambia la forma di governo”. E naturalmente, crescendo l’astensione, diminuisce la rappresentatività degli eletti, e aumenta progressivamente la distanza tra “popolo sovrano” e classe politica, tanto che gli eletti saranno percepiti sempre di più come una casta di privilegiati e i pochi elettori come clienti in attesa di favori, riducendo ancora di più la politica a mercato. E’ questo il tarlo che rode la democrazia dall’interno quando vengono meno gli ideali  per cui hanno combattuto e sono morti tanti giovani che hanno preso le armi per migliorare non per peggiorare il mondo in cui viviamo. Per questo la crisi dell’antifascismo di cui parla lo storico Sergio Luzzatto va di pari passo con la crisi della democrazia: una democrazia di nome ma non di fatto  e senza valori che non siano quelli della Borsa, non sa nemmeno più distinguere i reali pericoli che la minacciano, derubricando a goliardate le minacce e le intimidazioni degli skinhead e dei gruppi neonazi, ed è così imbelle che non riesce neanche a togliere il diritto di voto e di cittadinanza ai suoi nemici dichiarati. Altro che invasione degli Hyksos!

 FULVIO SGUERSO 

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