Alassio, il libro della storia del Boia di Albenga Stampa
Scritto da SELENA BORGNA   

Alassio, presentato il libro della storia

del Boia di Albenga

 E’ stato presentata, alla presenza di un numeroso pubblico, il libro scritto da Ferruccio Lebole e Pino Fragalà che racconta la storia di Luciano Luberti, divenuto tristemente famoso con il nome di “Boia di Albenga”.


  

“Porto i saluti del sindaco e dell’amministrazione comunale”, ha dichiarato l’assessore alle politiche sociali di Alassio Giacomo Battaglia, “e voglio ricordare che qui ad Alassio ho ricoperto l’incarico di comandante dei carabinieri dal 1975 al 1979. Quella di oggi è una presentazione importante e voglio ringraziare tutti i presenti”.

Parole simili da parte del giornalista Daniele La Corte: ”Occorre portare avanti i ricordi dei partigiani e mi sento di dire che Luciano Luberti è stato soprannominato il Boia di Albengadopo le stragi effettuate materialmente da lui su ordine del capitano Dosse. Ricordo i 59 trucidati presso la Foce del Centa ed oggi vi è una sorta di bunker che ricorda l’avvenimento. Inizialmente il Boia fece credere di avere idee diverse dal nazismo ma finì per tradire gli amici avvicinandosi al regime. Fece domanda nella polizia fascista, s’inventò una divisa da SS italiana e dopo la liberazione fece perdere le sue tracce, venne rintracciato in Veneto e proprio qui la sua compagna venne trovata morta. Il lavoro di Lebole e Fragalà è molto importante e nel libro sono state messe le foto dei cadaveri per dimostrare che la strage avvenne veramente”.

 


 

“Ringrazio tutti e voglio dire che il libro è il frutto della ricerca mia e di Pino Fragalà”, sottolinea Ferruccio Lebole, “ed il fatto che due morti trovati alla Foce del Centa fossero senza identità ci ha spinti a fare queste ricerche. Ringrazio l’avvocato Bottelli che ha portato Dosse in tribunale e voglio dire che Luberti si definì Boia di Albengain una lettera destinata alla moglie. Prima di andare ad Albenga prestò servizio ad Alassio e durante la sua carriera sequestrò i beni degli arrestati per poi rivenderli. Ci siamo appassionati alle ricerche per capire cosa ci fosse nella testa del Boia e comprendere perché una persona fosse così malvagia. Luciano Ghio, militare dei San Marco, stette due mesi con i partigiani e venne sfamato dalle famiglie locali ma poi si recò a Ortovero e Villanova d’Albenga con le brigate nere ed indicò coloro che lo avevano aiutato.

 


 

Le delazioni erano mirate ed i colpevoli vennero eliminati alla Foce del Centa ad Albenga. Luberti scrisse un libro di memorie ambientato in Francia ed in Croazia e voglio ricordare che usò spesso le spie nonostante le odiasse. Venne riconosciuto su un treno a Ventimiglia dal fratello di una sua vittima e recentemente è stato scoperto il nome di un ignoto della Foce del Centa, tale Francesco Albi nome di battaglia Pianta. Albi si sposò con una ragazza di Nasino, si arruolò nei San Marco ma poi diventò partigiano e suo suocero fece la spia. La moglie lo voleva far arrestare e lo denunciò ma non venne presa sul serio ed andò quindi a lavorare per il Boia. Il marito, volendo recuperare il rapporto con la consorte, decise di andare ad Albenga e proprio qui il Boia lo catturò e lo uccise e pochi giorni dopo la moglie venne licenziata. Il libro racconta la complessità degli episodi necessaria per narrare cos’è stato e voglio ricordare che l’acqua salmastra della Foce conservò perfettamente i corpi. Il dolore è ancora vivo ma è storia e tra tutti i partigiani internati e liberati un pensiero speciale va a Lio Faustelli ed Armando Marlini”.

 


 

“Abbiamo ascoltato direttamente da lui la storia del tenente Aldo Sacchetti che all’armistizip lasciò la postazione di Mentone per arruolarsi in montagna”, prosegue La Corte, “e siamo andati a Massa-Carrara. La memoria orale si perde e quando si è saputo che Luberti era ancora vivo la procura militare di Torino incaricò i carabinieri di indagare per capire dove fosse Dosse. Il luogotenente Chiarlone fece diverse indagini e dopo essersi fatto passare per un poliziotto tedesco neonazista riuscì finalmente a trovarlo”.

“Mia madre soffrì durante la guerra e mi insegnò a non odiare. Ho studiato il tedesco, ho sempre servito il mio paese facendo il mio dovere ed ho conosciuto la storia di Luberti dopo aver avuto l’incarico di trovare Dosse. Ho interrogato i testimoni per capire le responsabilità oggettive di Dosse e sono riuscito a farlo condannare all’ergastolo a Torino anche se lui non è mai andato in prigione”, conclude il luogotenente Chiarlone.

 

   SELENA BORGNA                         

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