Cinema: S is for Stanley Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
 S is for Stanley (S sta per Stanley)

 

S  is for Stanley (S sta per Stanley)

Regia di: Alex Infascelli

cast: Emilio D’Alessandro, Janette Woolmore, Alex Infascelli, Roberto Pedicini, Clive Riche, 

sceneggiatura: Alex Infascelli, Filippo Ulivieri, Vincenzo Scuccimarra, dal libro “Stanley Kubrick e Me” di Emilio D’Alessandro e Filippo Ulivieri

fotografia: Gigi MartinucciEdoardo Carlo Bolli

montaggio: Alex Infascelli

musica: John Cummings, 

paese produttore: Italia,

anno: 2016,

durata: 78',

formato: HD – colore,  

uscito il: 01/06/2016

 Nel 2008 il regista Alex Infascelli  riesce ad ottenere da Christiane Kubrick, moglie del celebre regista,  un'intervista per una emittente televisiva. In quell'occasione, tra le diverse cose trattate, Infascelli rimane colpito da una in particolare: il rapporto tra Kubrick e un suo collaboratore, Emilio D’Alessandro.

Il regista italiano viene a sapere che per tre decenni circa  Emilio D'Alessandro, originario di Cassino, emigrato in Gran Bretagna a 18 anni per trovare lavoro, è stato l’uomo di fiducia più a contatto con  Kubrick nella vita quotidiana. 

Emilio è stato  autista e  collaboratore a tempo pieno del grande regista, che lo ha scelto per le sue capacità di pilota di formula 3, (le cui vittorie sono apparse su alcuni giornali), e per un’attitudine particolare all’ordine, alla pulizia, alla precisione nel lavoro manuale, alla capacità in generale di organizzare  interventi su problemi di ordine pratico, aspetto quest’ultimo  molto importante per Kubrick perché lo sgravavano dal dover pensare alle manutenzioni ed a eventuali guasti riguardanti  le sue automobili e  abitazioni. 

Tra Emilio, una persona umile ma sempre pronta alla battuta di spirito, e Kubrick, esigente nel selezionare collaboratori, (che dovevano essere sempre  di provata affidabilità), nascerà una  amicizia senza fine, tale da portare Kubrick (titolare anche di una casa di produzione cinematografica) ad affidare ad Emilio compiti via via sempre più importanti, come ad esempio l’interessamento al non facile acquisto di migliaia e migliaia di candele  di cera, necessarie  per illuminare nel film Barry Lindon gli interni dei palazzi dei nobili, cosa che doveva avvenire senza utilizzare, nelle riprese, il supporto di luci artificiali  (per la prima volta nella storia del cinema).

 Infascelli trae spunti interpretativi anche  attraverso il libro Stanley  e me (Il Saggiatore, 2012, in seguito anche blog), il libro scritto dallo stesso D'Alessandro insieme a Filippo Ulivieri,  conservatore quest’ultimo delle opere kubrickiane e co-sceneggiatore di S ir for Stanley . 

Il regista italiano è un ammiratore del genio artistico di Kubrick,  cosa che lo porta ad  imbastire un film-intervista particolare, di spessore e precisione, un documentario dall’andamento letterario,  che fonde mirabilmente verità storiche e tecniche di racconto ben collaudate, tali quest’ultime da coinvolgere lo spettatore su un piano emozionale dal sapore artistico, simile per certi aspetti a un film drammatico di Kubrick.

 Infascelli mette in campo numerose documentazioni i cui contenuti trasmettono allo spettatore  buona parte delle emozioni che animavano il forte legame esistente tra Emilio e Kubrick. Un rapporto di amicizia che in alcuni casi risulterà addirittura  decisivo  per la  riuscita di alcuni film come Barry Lindon e Eyes wide shut.

 Una collaborazione che ha donato ad entrambi  sicurezza e coscienza delle proprie possibilità di affermarsi nella vita, seppur con orizzonti di ambizioni tra loro assai diversi.

Foto, biglietti personali con indicazioni di lavoro da svolgere, oggetti di scena, fatti sfavorevoli della vita vissuti in piena solidarietà, preoccupazione dei reciproci stati di salute, importanti confidenze personali  come quando Kubrick rimane in casa solo con la moglie Christiane e non capisce perché le tre figlie abbiano deciso di andare a vivere da un’altra parte (Emilio avrà risposte per lui sagge e rassicuranti). Il tutto disposto nel racconto non come un freddo documentario di fatti ma come una storia che annoda questioni esistenziali per poi suggerire delle soluzioni esclusivamente umane, mettendo sullo stesso piano, grazie all’affetto empatico e al transfert reciproco sul modo di vivere   che accomunavano i due protagonisti, da una parte il grande e ricco regista americano riconosciuto nel mondo del cinema come un grande artista, e dall’altra l’umile immigrato da Cassino capace di soddisfare il suo orgoglio  di essere italiano per lo più lavorando bene.

     Biagio Giordano   


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