Settimanale Anno XVI
Numero 711 del 31 maggio 2020
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Verso l’ultima chiamata Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   

Verso l’ultima chiamata

Quando per andare avanti si deve fare un passo indietro

 L’insipienza e il QI dei (delle) pentastellati (e) miracolati (e) da qualche centinaio di voti arraffati sulla piattaforma Rousseau è indubbiamente raccapricciante ed è stato un fattore di debolezza, o quantomeno di scarsa credibilità, della maggioranza gialloverde. Ma, e lo dico anche per me, non bisogna esagerarne l’importanza. Il peso politico della stragrande maggioranza dei rappresentanti del popolo singolarmente presi è pari a zero e l’importanza del loro ruolo di legislatori è inversamente proporzionale agli emolumenti che si mettono in tasca: sono numeri, stop. E questo vale per tutti i gruppi parlamentari, e non da oggi, tant’è che già negli anni del quadripartito venivano indicati con l’appellativo poco lusinghiero di “peones”.


All’interno di quei miracolati, ai quali si è aggiunto il supermiracolato avvocato di se stesso più che del popolo, il pericolo maggiore per la tenuta della vecchia maggioranza erano la pattuglia di capicorrente attenti ad ogni aggrottare di ciglia del Supremo Custode della Sacra Carta. Ora che si è realizzato il progetto originario, quello di mettere il Paese, in barba al popolo sovrano, nelle mani di un partito, il Pd, pesantemente sconfitto nelle urne, i soloni che avevano bollato come un ircocervo il patto di governo fra Lega e Cinquestelle tardivamente riconoscono che quella gialloverde era politicamente e non solo elettoralmente l’unica maggioranza legittima e che il vero ircocervo è quello giallorosso creato all’ombra del Colle. 

Ma i compagni e il Supremo Custode hanno recitato e recitano la loro parte, rispettano il loro ruolo e la loro funzione. E devo riconoscere che anche le vestali di Forza Italia che quotidianamente da tutte le reti televisive e a tutte le ore invocavano la crisi di governo e la fine di una maggioranza che, dicevano, non era d’accordo su nulla e paralizzava il Paese (le stesse identiche cose che dicono ora, ma con meno convinzione), e invocavano elezioni che sapevano bene che non ci sarebbero state, anche loro recitavano correttamente la parte loro assegnata. Perché è bene esser chiari: il centrodestra era e rimane solo un cartello elettorale: politicamente la Lega - e, almeno a parole, Fratelli d’Italia - sono agli antipodi rispetto a Berlusconi e Forza Italia, tanto distanti fra di loro quanto Berlusconi e Forza Italia sono vicini al Pd, soprattutto a quella fetta di Pd che faceva capo a Renzi e che ora è diventata Italia Viva (così anche dal nome si vede meglio l’affinità con Forza Italia). 


In Italia come nel resto dell’Europa la politica si dispone su due versanti contrapposti: da un lato gli europeisti, sostenitori dell’egemonia germanica o del duopolio franco tedesco, fautori e diretti responsabili dell’immigrazione illegale e dell’africanizzazione dell’Italia, destinata ad essere l’appendice turistica del continente, e dall’altro i sovranisti, per i quali l’Unione Europea, se non abolita dovrebbe essere radicalmente riformata fino a diventare uno strumento di sostegno per i singoli Stati nazionali, anche per contrastare in modo più efficace l’invasione  e rendere possibili i rimpatri di quanti sono illegalmente presenti nel continente.


Forza Italia e Pd sono schiacciati su posizioni europeiste, farfugliano sull’immigrazione clandestina, sono alleati fedeli del grande capitale finanziario e del capitalismo parassitario; Lega e Cinquestelle, stando alle loro dichiarazioni e alle loro promesse elettorali, sono duramente critici verso Bruxelles, paventano la morsa dell’economia globale sul nostro Paese, sostengono una politica di porti chiusi e di rimpatri forzati. Tutto il resto è fuffa. La Tav, le trivelle, Alitalia, l’Ilva dividevano il governo gialloverde non più, anzi, molto meno, di quanto non dividano quello giallorosso, con la differenza che l’affinità di fondo sulle questioni strategiche, compreso le scelte di politica internazionale, avrebbe potuto consentire il reperimento di una posizione condivisa (come accaduto nel momento più felice dell’alleanza non ancora scossa da fattori esterni). L’enfasi sull’ambiente, che insieme alla stucchevole storiella del congelamento dell’Iva è la bandiera del Conte 2, serve solo a denunciarne l’inconsistenza politica e programmatica.


E vengo al punto. La Meloni nel favorire la fine dell’esperienza gialloverde ci ha messo del suo. E, di fronte ai danni, quelli sì veri, che stanno facendo i nuovi governanti col Conte riciclato, continua a recriminare sul giro di valzer di Salvini con Di Maio e considera il peggiore dei mali l’eventualità, purtroppo remota, che i due ricomincino a ballare insieme. Tutti lodano la Meloni, anche i compagni - ed è un brutto segno - ma è legittimo chiedersi: la signora crede davvero che un governo di centrodestra sarebbe molto diverso dal pateracchio che si è realizzato con la regia di Mattarella? Nei confronti dell’Europa si adotterebbe la linea sovranista o ci si affiderebbe alle entrature di Berlusconi? Siamo sicuri che si potrebbero sigillare i porti e tagliare definitivamente i viveri alle Ong? Siamo sicuri che si potrebbe rinegoziare la nostra presenza nella Nato? Siamo sicuri che potremmo difendere i ceti produttivi - operai, medici, insegnanti, imprenditori - e ripulire il Paese dalle zecche che ne succhiano le risorse? Chi ha buona memoria ricorda che Berlusconi è fra i responsabili dei superstipendi nella pubblica amministrazione ed era e rimane in combutta coi capitani d’industria che hanno mandato l’economia italiana a sbattere contro un iceberg. Come si concilia il moderatume di Forza Italia con l’urgenza di un cambiamento radicale?


Grazie anche alla Meloni ci troviamo al governo i peggiori nemici del Paese, che approfittando del disorientamento dei Cinquestelle hanno messo l’Italia nelle mani degli eurocrati. Fra tre anni con l’andazzo attuale il belpaese sarà un cumulo di macerie. Era questo che si voleva facendo fuori l’asse sovranista?

I Cinquestelle ingoiano tutto pur di portare a termine la legislatura per pagare i mutui che hanno contratto e i sondaggi non fanno altro che rafforzare il loro disperato attaccamento al seggio parlamentare. Ma gli stessi sondaggi dicono che il loro trend negativo è inarrestabile e fra qualche mese il loro attuale 15% sarà un miraggio. C’è da credere che chi è sicuro, con i numeri di oggi, della rielezione e chi conta sulla sopravvivenza del movimento per non sparire dalla vita politica, come le riserve che attendono di entrare in campo o il Di Battista che ha dovuto saltare un giro, non voglia aspettare il giorno in cui non ci saranno nemmeno le firme necessarie per presentare le liste.


Prima che ciò avvenga, ed è un evento certo, qualcuno reciti il mea culpa, lasci che l’avvocato di se stesso cerchi protezione in via Sant’Andrea delle Fratte, e veda di salvare il salvabile con nuove elezioni, dalle quali il movimento uscirà ridimensionato ma vivo e in grado di affiancarsi alla Lega e alle formazioni sinceramente patriottiche disposte a buttare a mare le etichette di destra e di sinistra per impegnarsi nell’opera forse ancora possibile di ricostruzione della nostra terra.

 p.s.

Sono stato sollecitato a ribattere alle “puntualizzazioni” riguardo a quello che avevo scritto traendo spunto dalla morte di un mio vecchio compagno di università. In tutta onestà non saprei che dire perché non ne ho capito il senso.

   Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione  

 

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