di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 688 del 8 dicembre  2019
Tel. 346 8046218
Il cattivo servizio che le piazze e la sinistra ... Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   

Il cattivo servizio che le piazze

e la sinistra rendono alle donne

Come alzare un polverone sul dramma della violenza domestica

Il 25 novembre, nella ricorrenza del martirio delle sorelle Mirabal si è celebrata la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, istituita venti anni fa dall’assemblea delle Nazioni Unite. Da allora molte cose sono cambiate, nessuno ricorda la dittatura criminale di Trujillo all’ombra dei governi americani, e il focus si è spostato sulla condizione femminile nei Paesi islamici mentre in Occidente il movimento LGTB tenta di farne un proprio strumento di propaganda. A Roma, per non farsi mancare niente, di manifestazioni ce ne sono state due, quella ufficiale e una, come dire, propedeutica, entrambe con una copertura mediatica degna di un evento cosmico.


Senti l’accalorata signora che ci ricorda il dramma degli stupri, delle violenze fisiche, dei femminicidi, ne condividi la sacrosanta indignazione e la voglia di porre fine a questa macchia sulla nostra civiltà e poi come spesso accade in cauda venenum, arriva la richiesta di soldi per la rete delle associazioni di cui fa parte, l’invito alla mobilitazione per lo stabile okkupato di cui il proprietario vorrebbe tornare in possesso e una torbida commistione fra accoglienza, tutela dei minori, assistenza alle vittime di violenza. No, così non ci siamo. Che associazioni private nell’orbita ovviamente del Pd possano contribuire anche solo in minima parte a risolvere il problema della violenza sulle donne è un’interessata idiozia. Semmai, per le donne che sono state vittime di violenza dovrebbe essere lo Stato, attraverso il suo sistema giudiziario, di welfare, di assistenza sanitaria e di polizia, a garantire un doveroso supporto con professionalità e competenze garantite e controllabili, senza l’opacità che avvolge puntualmente il terzo settore. 

Intanto va ribadito che la violenza non ha genere e colpisce indifferentemente maschi e femmine. Se ci si riferisce alla violenza politica, non c’è dubbio che ne sono vittime soprattutto gli uomini. Ma una buona norma, come insegna Cartesio, è evitare di mescolare cose diverse, riconducendo questioni intricate ai loro elementi semplici. Seguendo il filosofo isoliamo il tema millenario della violenza sessuale e interna ad una relazione di coppia, un tema grave e serio e non facile da affrontare.

 
Ovidio e Cartesio

Amore e botte sono un ben triste binomio che attraversa i secoli della nostra storia ed è la spia della fragilità delle basi su cui si regge la civiltà umana. Furor in dominam temeraria brachia movit, si dispera Ovidio, chiedendo che le sue mani vengano incatenate per aver percosso la sua donna. Perché nella Roma tardo repubblicana e imperiale la violenza fisica sulla donna, tanto più se compagna, moglie o madre era sanzionata prima che dalle leggi dalla morale comune. Ma nel furoramens, persa la ragione, fuori di sé, allora come ora prendeva il sopravvento l’istinto bestiale di sopraffazione, con la perdita del sentimento della inviolabilità dell’altro e la pretesa di ridurlo a cosa propria. Che in sé non è esclusiva caratteristica del maschio ma è comune ai due generi, con la differenza che la femmina è di norma più debole e in una cultura primordiale preda sessuale.

Lo smarrimento della civilitas seguito all’implosione politica e alla germanizzazione dell’Europa romana fu contemperato dall’etica cristiana ma non fino al punto di attribuire alla donna pari dignità e tutela all’interno della società e della famiglia. Basti ricordare che l’obbligo della pudicizia, il controllo padronale del padre sulle figlie e la giustificazione dell’uxoricidio in caso di adulterio non sono roba dei ‘secoli bui’ ma sopravvissero nella modernità e se ne avvertono tuttora le tracce. Il processo di secolarizzazione avviato prepotentemente, per quanto riguarda il nostro Paese, a partire dagli anni Trenta dello scorso secolo (toh!) e invano contrastato dalla Chiesa si è concluso col 68, che fra tanti disastri almeno questo di buono l’ha portato. Purtroppo però altra cosa sono le leggi, l’ethos dichiarato, il costume collettivo, i princìpi educativi, altra cosa i comportamenti effettivi influenzati da quei residui di bestialità ancestrale che Ovidio esecrava in sé stesso e che sono ancora ben lontani dall’essere debellati. 


La natura umana rimane fondamentalmente uguale a sé stessa e mantiene in sé i caratteri propri non solo della specie ma di tutti gli esseri viventi. La paura, l’istinto di conservazione, e, andando ancora più in profondità, il dolore o la risposta di evitamento fanno parte di un bagaglio comune a tutti gli animali. Ciò che evolve non è la natura ma la cultura o, se vogliamo usare l’approccio freudiano, sono i sistemi di controllo, la repressione e la sua interiorizzazione, il super-io.

Detto questo la strada per affrontare il problema della patologia dei rapporti di coppia va imboccata a partire dal fallimento della comunicazione. Fallimento che si rivela   nella mancanza di empatia, nell’incomprensione, nella perdita di autostima, nella ricerca di interazioni giocate sulla fusione che minacciano l’identità e la stessa consistenza personale dell’altro, nel conflitto fra l’intimità del commercio sessuale e il ripristino della distanza e della coscienza dell’alterità. Perché questo è il presupposto della comunicazione, che implica attori distinti e in qualche modo distanti.

Con troppa faciloneria si è diffusa la convinzione i che il cuore del problema sia la prevaricazione del maschio, il maschio padrone. In realtà il maggiore pericolo non proviene dalla forza ma dalla debolezza, dalla fragilità, dall’insicurezza, dall’instaurarsi di relazioni d’appoggio, vale a dire di dipendenza, al posto di relazioni di scambio e reciproco arricchimento.  Da qui il crollo emotivo di fronte alla separazione o all’abbandono, l’incapacità di reggere al rischio che la scoperta di una relazione adulterina faccia perdere il sostegno primario, in qualche caso anche economico.


Ma questo è solo un aspetto del problema, quello regressivo proprio della sfera passionale, sul quale qualcuno pensa di intervenire attraverso l’educazione delle emozioni, che francamente lascia il tempo che trova perché altra cosa è la vita, altra cosa il discorso sulla vita. Non per niente i delitti passionali attraversano tutti i ceti sociali, fatta salva la loro concentrazione in ambiti in cui la cultura - la religione in particolare - si sovrappone ai fattori emozionali. Mi riferisco, ovviamente, a quello che era l’impatto del’adulterio sul tessuto sociale meridionale e, nel presente, alle coppie di immigrati islamici o miste. Ma accanto a questo aspetto regressivo ce n’è un altro proprio delle società evolute, quello della collisione fra due intimità, quella individuale e quella della coppia. Per una sorta di sindrome della vita in barca la ristrettezza dell’ambiente, l’isolamento, l’allentamento dei legami sociali, il deterioramento cognitivo e caratteriale alimentano un’insofferenza reciproca e irrigidiscono il rapporto fino a farlo diventare una gabbia o piuttosto una polveriera. In questo caso la prevenzione è possibile attraverso il sostegno medico e la identificazione dei fattori di rischio. 

Insomma il problema della violenza all’interno della coppia o delle mura domestiche richiede strumenti conoscitivi complessi e non può essere costretto negli schemi concettuali elementari della sinistra, che tende goffamente a farne un uso politico identificando con la destra salviniana la violenza sopraffattrice del maschio ed erigendosi a paladina delle donne. E accentuando, per l’occasione, quella stessa distinzione, anzi contrapposizione di genere che in altri contesti nega risolutamente.  ‘Tutti gli uomini sono spazzatura’, are men are trash, recitano compagni e compagne nei loro cartelli e col pretesto del femminicidio ripropongono l’altro cavallo di battaglia della ‘sinistra dei diritti’, l’omosessualità e la teoria gender. Nella fregola di usare a loro vantaggio un tema grave e serio, i compagni e le compagne approfittano dell’occasione per infilarci dentro anche il razzismo, i barconi, lo sfruttamento sessuale, che proprio dai loro amici delle Ong trae il maggiore alimento.

La molla della violenza è spesso la gelosia e l’unico modo per disinnescarla è andare al bandolo della matassa: il senso e la funzione delle relazioni interpersonali, comprese quelle sentimentali e sessuali. Bisogna restituire all’attualità e alla libera scelta quel senso e quella funzione, poiché niente deve poter intaccare il principio della inalienabilità della persona, che un’ipoteca sulle scelte future inevitabilmente compromette. In altri termini: la persona, maschio o femmina che sia, non è oggetto di compra vendita, non può essere messa in condizione di impegnare il proprio futuro, di cedere la sua libertà, la sua autonoma, la sua capacità di scegliere. Il concetto stesso di vincolo matrimoniale urta contro questo diritto fondamentale e libera dall’obbligo, quello sì, di riconquistarsi giorno per giorno il pegno di fedeltà e di reciproco sostegno. Altra cosa, ovviamente sono gli impegni di natura patrimoniale e la tutela che la legge garantisce alla parte economicamente debole o divenuta debole in seguito al matrimonio. Per ricorrere a un suggello letterario: Francesca non ha commesso nessun crimine né si è macchiata di alcun peccato: ha semplicemente esercitato il suo diritto naturale di innamorarsi; diritto del marito di risolvere il legame ma non certo di uccidere o di usare violenza. Semmai avrebbe dovuto interrogarsi sulle ragioni della disponibilità della moglie e prendere atto della debolezza di un vincolo affettivo, che non può essere costretto per legge e che la semplice lettura di un libro galante ha contribuito a spezzare. 


Libero naturalmente Gianciotto di prendersela per il torto subito, ma avrebbe dovuto prendersela con sé stesso. Nessuno pretende di impedire che all’interno della famiglia o della coppia ci siano dissapori, rancori, odio reciproco ma ci si deve abituare a considerare i legami che uniscono le persone come risolvibili in qualunque momento e in ogni caso prima che il dissapore, il rancore, l’odio si traducano in azioni. Rimanere chiusi in un sistema disfunzionale rappresenta un pericolo; quando si percepisce bisogna uscire dal sistema. Lasciamo che siano gli animali ad azzuffarsi fra di loro.

Ma può accadere che una delle due parti - non necessariamente l’uomo - non si rassegni e dia luogo a comportamenti criminali, dalla persecuzione telefonica agli appostamenti fino alla violenza fisica. Bene; riguardo a questi casi scendere in piazza e scandire slogan non serve a niente. Occorre che giudici e organi di polizia facciano il loro lavoro e svolgano il loro ufficio con la competenza e la sensibilità che ci si attende da loro ma occorre anche che se accade qualcosa che poteva essere evitato qualcuno, che sia l’assistente sociale, il funzionario di polizia o il magistrato, paghi, e severamente.

   Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione   Novembre 2019 

 

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