di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 688 del 8 dicembre  2019
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La morte apparente di Remo Bodei Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   

LA MORTE APPARENTE DI REMO BODEI

 Perché apparente? Non è forse vero che il filosofo Remo Bodei è morto il giorno 7 di novembre dell’anno 2019 nella sua casa di Pisa  a 81 anni? Certo, il professor Bodei non terrà più le sue lezioni magistrali al Festival di Filosofia a Modena, Carpi e Sassuolo, o in altri luoghi non accademici, sempre seguitissime da un pubblico ogni volta più numeroso e partecipe, per dimostrare nei fatti che la filosofia non è una disciplina che riguarda  solo gli addetti ai lavori. 

 Certo molto dipende dal modo con cui, si potrebbe dire con metafora evangelica, si spezza e si distribuisce il pane della sapienza. Sotto questo aspetto, l’autore della Geometria delle passioni (per citare uno dei suoi testi più noti, del 1991 edito da Feltrinelli) era veramente un maestro: possedeva la dote rara di unire la profondità di pensiero con la limpidezza dell’esposizione. La caratteristica del suo filosofare o, se si preferisce, il suo stile di pensiero era di porsi insieme come civetta e talpa, cioè, riprendendo la metafora hegeliana dell’uccello sacro a Minerva che spicca il suo volo al crepuscolo quando ormai il giorno (la realtà) è compiuto e non rimane che contemplarlo per quello che è senza la pretesa di modificare nemmeno una virgola di quello che è stato, e la “old mole” la vecchia talpa dello spirito evocata da Shakespeare (Amleto, atto primo, scena quinta) che invece scava sottoterra non vista i suoi tortuosi percorsi aprendo strade nuove prima impensabili. Ed è proprio quello che ha fatto Bodei, muovendo dai suoi primi studi hegeliani confluiti nell’opera Sistema ed epoca in Hegel , edito dal Mulino nel 1975, che segnò una svolta nel modo di leggere e interpretare i testi della maturità del filosofo di Stoccarda e che fu ripubblicato e ampliato con il titolo, appunto,  La civetta e la talpa nel 2014. 

La talpa di Bodei che - nato a Cagliari nel 1938, si era laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Pisa, poi ha perfezionato i suoi studi filosofici a Tubinga e a Friburgo  dove ha frequentatole lezioni di Ernst Bloch ed Eugen Fink, e poi ad Heidelberg con Karl Lowith e, infine, all’Università di Bochum. Ha conseguito anche il diploma di licenza e perfezionamento della Scuola Normale Superiore di Pisa, presso la quale è stato in seguito docente; infine ha concluso la sua prestigiosa carriere accademica all’Università della California. La talpa di Bodei ha continuato a scavare in diverse direzioni, per esempio nello studio delle passioni non più considerate come opposte alla ragione ma come componenti essenziali alla ricerca filosofica, scientifica e artistica; e anche dal punto di vista politico; vedi l’ira (Ira. La passione furente, Il Mulino, 2011), con le sue connessioni psicosociali e il suo uso politico, come la paura e l’odio di cui assistiamo oggi (senza dimenticare i totalitarismi del Novecento) a tutta la loro potenzialità distruttiva e alla loro efficacia propagandistica per ottenere il consenso delle masse.

La vecchia talpa ha scavato anche in direzione dell’estetica con saggi come Le forme del bello, Il Mulino, 1885, dove ha rintracciato la genesi storica delle idee di “bello” e di “brutto” e la loro trasformazione dall’idea oggettiva del bello come ordine, misura e armonia al bello soggettivo che si esprime nel concetto di “gusto” e come il tramonto dei canoni classici della bellezza abbia portato alla completa relativizzazione del concetto di bello e di brutto a tal punto che il brutto è diventato bello e il bello brutto. Un altro concetto fondamentale su cui la vecchia talpa ha continuato a scavare è quello di “limite” strettamente connesso a quello di hybris (Limite, il Mulino, 2016); ma qui conviene lasciare la parola al filosofo che, intervistato da Francesco  Pastorino su Micromega, alla domanda “Il concetto di limite come è stato interpretato nelle diverse epoche e, in particolare, nella modernità?” risponde così: “Diversamente dal mondo antico, dove l’andare oltre i confini stabiliti dalla divinità è  hybris  che viene punita, la modernità è un andare al di là dei limiti, un plus ultra , un navigare verso l’ignoto.  

Nelle sue avventure spirituali e nello slancio verso la scoperta di terre incognite, il pensiero moderno ha infranto i divieti di indagare sui misteri della natura, del potere e di Dio, rivalutando così la curiosità prima condannata come ‘concupiscenza degli occhi’ . Sebbene non si debba avere una concezione trionfalistica della modernità, come innovazione pura, completa rottura dei ponti con il passato, essa certamente ha sfidato molti tabù imposti dalla tradizione, specie quelli segnati dalla religione cristiana”. L’ultimo tabù sfidato, l’ultimo limite superato, l’ultimo divieto infranto è quello della umanizzazione delle macchine e della meccanizzazione dell’uomo che aliena la sua intelligenza naturale alla intelligenza artificiale delle così dette “macchine intelligenti” in grado ormai di svolgere non più solo lavori ”meccanici” ma anche “mentali” o “immateriali”. Non per niente ci stiamo avviando verso l’epoca del post-umano (sempre che non ci siamo già arrivati senza nemmeno accorgercene). Intorno a questi temi ha continuato a scavare la vecchia talpa hegeliana, ma anche marxiana, che non ha mai smesso di considerare la filosofia come il proprio tempo riflesso nel pensiero o il pensiero che riflette il proprio tempo. Sappiamo anche dai francofortesi (Adorno, Horkheimer, Marcuse) che il progresso delle scienze in cui credevano gli illuministi che doveva portare alla felicità di tutti è costato lacrime e sangue, soprattutto del proletariato ma poi anche dei piccoli borghesi rovinati dalle ricorrenti crisi economiche (si pensi solo alla grande crisi di Wall Street del ’29). 

Insomma, se è vero che la storia è stata fino al Novecento, storia di lotta tra classi sociali dominanti e dominate, chi è che oggi esercita il dominio e chi sono i dominati o i sottomessi? In Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, intelligenza artificiale, Il Mulino, 2019, l’ultimo libro dato alle stampe dal filosofo pur delineando le forme del dominio e della sottomissione dall’antichità ai nostri giorni non pensa nemmeno per un istante che si tratti di forme o di condizioni “naturali” , come invece credeva Aristotele, secondo il quale alcuni nascono per dominare e altri (i più) per essere dominati. Ed ecco così giustificata la schiavitù, peraltro necessaria al funzionamento dell’economia antica, medievale e, in parte, anche moderna, finché gran parte del lavoro pesante e alienante che impegnava gli schiavi non fu espletato dalle macchine. 

Sia chiaro: la tecnica, di per sé è stata ed è un potente aiuto al lavoro umano e non ha senso demonizzarla, ma quando la tecnica diventa fine a se stessa, allora si pone un problema. La tecnica al servizio dell’uomo è utile e necessaria al miglioramento delle condizioni di vita, ma se a un certo punto sarà l’uomo al servizio della tecnica, il signore (per riprendere le figure di Hegel nella Fenomenologia dello spirito) diventerà servo e il servo signore. Non è quello che stiamo rischiando oggi di fronte allo sviluppo impressionante dell’Intelligenza Artificiale e di robot in grado non soltanto di eseguire comandi ma di comandare essi medesimi? La vecchia talpa ci lascia con questi inquietanti interrogativi, ma anche con la consegna di continuare a scavare nuove gallerie nella direzione da lei tracciata. Se il Logos dovesse domani farsi macchina invece che carne, che fine farà la carne, cioè l’uomo?

  FULVIO SGUERSO 

 

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