TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 667 del 9 giugno  2019
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L'Europa e i suoi nemici Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
L’EUROPA E I SUOI NEMICI
 

 Può sembrare un’assurdità, ma i primi nemici dell’Europa, almeno finora, sono stati gli stessi europei. Basti pensare alle tante guerre che hanno insanguinato il suolo del nostro continente: sorvolando sulla caduta dell’impero romano d’Occidente, sull’ Alto Medioevo e sulle invasioni barbariche, dalla guerra dei cento a quella dei trent’anni, alle guerre di successione e a quella dei sette anni senza dimenticare  quelle contro la Francia repubblicana e giacobina e quelle napoleoniche e, dopo la breve pausa della Restaurazione,  alle varie guerre di Indipendenza (comprese le nostre) e poi alla guerra francoprussiana e, infine, alle due tremende guerre mondiali del secolo scorso con il loro retaggio di macerie materiali e morali che ancora divide la memoria dei popoli europei e che, come il fuoco che cova sotto la cenere, può pur sempre divampare distruggendo quello che ancora non è stato distrutto e il sogno romantico di poeti e pensatori come Novalis e il nostro Mazzini e l’utopia saintsimoniana di un’Europa unita come già fu sotto Carlo Magno, faro di civiltà e di progresso per il mondo intero.

Come ha scritto Primo Levi a conclusione de I sommersi e i salvati: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo” e in forme ancora più terribili di quelle che abbiamo visto fin qui; purtroppo quello che abbiamo visto fin qui non è l’Europa vagheggiata da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nel 1941, e nemmeno quella dei padri fondatori Adenauer, Monnet, Schuman e De Gasperi, ma è ancora l’Europa degli egoismi e degli interessi nazionali, malgrado l’ Inno alla Gioia di Beethoven su testo di Schiller, dal 1972 inno ufficiale dell’Unione Europea,  inviti le moltitudini ad abbracciarsi superando confini e antiche divisioni.   

Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni

Anche il neoeletto Parlamento europeo risulta diviso in due fronti contrapposti: da una parte gli europeisti, cioè i socialisti, i liberali, i cristiano sociali del partito popolare europeo e i Verdi; dall’altra i deputati eletti dei partiti e movimenti identitari, nazionalisti, sovranisti, xenofobi e neofascisti, cioè il Rassemblement National di Marine Le Pen, la Lega di Matteo Salvini, l’ Alternative fur Deutschland di Alice Weidel, il Brexit Party di Nigel Farage, il partito Fidesz di Viktor Orban e altre formazioni minori di estrema destra. Il fronte che potremmo definire antieuropeo e sovranista è unito sul piano ideologico ma (per fortuna del fronte europeista che, a sua volta, non brilla certo per coesione) diviso sulle alleanze tra gruppi parlamentari: sintomatico il rifiuto del Brexit Party – che comunque ha già un piede fuori dall’Unione - di allearsi con la Lega e addirittura quello del partito di Orban che preferisce restare, opportunisticamente,  nel gruppo del Partito Popolare, mentre gli olandesi del Forum per la Democrazia si uniranno ai Conservatori così come gli spagnoli di Vox, nostalgici della Falange franchista.

Salvini con alcuni sovranisti europei

D’altra parte non si può chiedere a chi ha fatto dell’identità nazionale la propria ragion d’essere e la propria bandiera di confluire in un supergruppo sovranista (guidato da chi? Da Salvini? Dalla Le Pen? Da Orban?) in cui tutte le vacche diventerebbero di uno stesso colore sbiadito. Qui viene in luce la contraddizione di fondo dei nazionalisti-sovranisti che hanno come obiettivo il ritorno alla sovranità dei singoli Stati e quindi l’uscita dall’ eurozona; già, ma per raggiungere questo obiettivo dovrebbero coalizzarsi e formare così una maggioranza tale da poter rimettere in discussione tutti i trattati a cominciare da quello fondativo di Roma del 1957; e poi, quand’anche il Parlamento votasse per il proprio scioglimento, decretando la fine dell’Unione Europea - con gran soddisfazione di Trump, di Putin, di Xi Jinping e di tutti i gruppi neonazi e suprematisti bianchi in circolazione - come potrebbe reggere una coalizione di Stati ognuno dei quali rivendicasse la propria primazia? Nel nuovo ipotetico contesto post Unione primeggerà la Germania o la Francia? Il Regno Unito o l’Italia? La Svezia o la Romania? La Grecia o l’Irlanda? La Spagna o l’Ungheria? L’Austria o la Slovenia? La Repubblica Ceca o la Danimarca? La Polonia o Malta? L’Estonia o il Portogallo? E così via elencando.

Trump, Putin, Xi Jinping

Mi pare evidente che lo slogan America First non sia esportabile nel nostro continente se non riferito a un’Europa finalmente unita politicamente e non più solo dalla moneta. Per il momento è in atto lo scontro ideologico-politico tra l’Europa dei vecchi partiti, gli stessi al potere  da quarant’anni (ad eccezione dei Verdi) e l’Europa dei neonazionalisti cresciuti grazie alla paura indotta dell’invasione, della perdita dell’identità e del lavoro dovuto alla crisi economico-finanziaria e con lo spettro del default dietro l’angolo (Grecia docet). Ebbene, secondo il filosofo Bernard Henri Levy è ora iniziato lo scontro decisivo fra queste due Europe: “Lo tsunami annunciato dal partito di Putin, dagli amici di Donald Trump, dai commessi viaggiatori dello sciovinismo identitario di Steve Bannon non si è prodotto. E, se si considera la buona tenuta, su scala continentale di certi partiti tradizionali -come, in Italia, del Partito Democratico – i rapporti di forza al Parlamento di Strasburgo non saranno molto diversi, nella prossima assemblea, da quella precedente. La battaglia, in altre parole, continua ancora. In un certo modo, questa ancora non ha avuto luogo e sta quindi per cominciare. Con, su scala continentale, un presidente Macron che si terrà equidistante dai liberali, dai socialdemocratici e dai conservatori della probità e sarà , se lo vuole, il punto di equilibrio del gioco politico. Non mi pento minimamente, per quel che mi riguarda, di aver votato per il suo partito tre anni fa e oggi.


Sono fiero di avere, con il Manifesto dei Patrioti Europei che abbiamo firmato con Claudio Magris, Roberto Saviano, Salman Rushdie e altri, sottolineando fin dall’inizio i rischi, le sfide e le speranze proprie al periodo storico nel quale siamo entrando. Sono contento, ugualmente, del successo di Looking For Europe , questo testo di lotta che è stato il mio contributo alla campagna che ho portato, per due mesi, di città in città e di teatro in teatro fino a Roma, naturalmente, dove ho risposto, sul suo terreno, agli insulti che mi aveva personalmente indirizzato il vice-premier e ministro dell’Interno Salvini. Per i democratici, per i liberali di destra e di sinistra, per gli Europei di cuore e di spirito che non si rassegnano a vedere la patria di Dante, di Goete e di Victor Hugo lasciata all’oscurantismo kitsch di una banda di gente che sbraita senza anima né programma, Il tempo della presa di coscienza, ma anche della riconquista, è arrivato: qui e altrove, io ne farò parte; in Italia come in Francia, intendo prendere parte a questa ricostruzione necessaria e, non dubito, vittoriosa; come diceva un grande scrittore francese, alla fine delle Liaisons dangereuses , ‘Ebbene, la Guerra!’ “. Ovviamente delle idee, già troppe sono le guerre che continuano a commettere stragi di vittime innocenti appena fuori dai confini del Vecchio Continente.

 FULVIO SGUERSO 

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