TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XIV
Numero 633 del 23 settembre 2018
Tel. 346 8046218
LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
Cosa c’è dietro l’angolo Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   

 Cosa c’è dietro l’angolo

Possibili scenari per l’Italia e per l’Europa

Il presente nasce dal passato e prepara il futuro. Se accettassimo il paradigma deterministico dovremmo riconoscere che una volta scoperto il filo o l’insieme dei nessi causali che legano il presente al passato sapremmo anche cosa ci riserva il futuro.  Purtroppo, o per fortuna, non è così: il determinismo funziona solo come lettura a posteriori; tuttavia il presente ci può ragionevolmente avvertire di ciò che non può accadere e suggerire diverse possibili direzioni dello sviluppo futuro. Questo vale anche o soprattutto per la politica. Dove va l’Italia? Come evolverà la democrazia nel nostro Paese? Mi sembra indubitabile che la sinistra, come l’abbiamo conosciuta finora, scomparirà. Del resto, se si guarda ai valori di cui era portatrice e agli obiettivi che ne giustificavano l’esistenza, è già scomparsa e le basi sulle quali poggiava, già fragili, sono crollate da tempo. Quel che ne resta è un involucro di cui si sono impadronite le forze che essa stessa aveva combattuto: la borghesia ricca e parassitaria, il capitale finanziario, lobby di ogni tipo, il vaticano e le logge massoniche. La sua stella polare è il partito democratico americano al quale direttamente si ispirano gli eredi del Pci; le sue filiazioni europee vanno da Macron a Bruxelles passando attraverso i cristiano democratici tedeschi e il traballante governo socialista spagnolo.

Il Pd è destinato all’estinzione; le altre formazioni si sinistra sono nate morte. Quella che doveva essere l’alternativa alla sinistra e che alla fine si è rivelata essere il suo doppio, Forza Italia, esiste solo di nome e nella benevolenza di sondaggi che ne segnalano la permanenza in vita quando il suo atto di morte è stato decretato dal patto del Nazareno ed è venuto alla luce il legame che univa maggioranza e opposizione.Pd e Forza Italia insomma stanno scomparendo inghiottiti in un buco nero dal quale è impossibile sapere oggi che cosa potrà scaturire domani, soprattutto se, come è altamente probabile, Lega e Cinquestelle formalizzeranno una fusione che è già nelle cose nonostante i riti woodooche si celebrano nei salotti e nelle redazioni di regime, nel Fatto e nella stampa berlusconiana. Quando ciò accadrà si apriranno due scenari: il primo è quello di una democrazia popolare con un partito unico che gode di un consenso plebiscitario; il secondo è quello di un inedito bipartitismo del quale si conosce solo un protagonista, il partito nazional-popolare germogliato dall’alleanza gialloverde mentre l’altro rimane solo un’ipotesi di scuola della quale vanno identificati la base sociale, la cultura, i riferimenti valoriali. Ciò che è sprofondato nel buco nero aiuta poco per la sfasatura fra quello che i due partiti dicevano di essere e ciò che di fatto sono stati.

 


Aiuta poco perché mentre la prassi politica li avvicinava, e li portava uniti alla rovina, le loro culture rimanevano incompatibili; la loro somma politica è quella di concreti e inconfessabili interessi materiali, di lobby e di singoli personaggi; la loro somma culturale è zero. Si potrebbe obiettare che nella somma non ho considerato la componente clericale (e massonica) ma questa rimane in sospensione e dopo avere avvelenato le acque della sinistra nostrana non ha l’energia necessaria per aggregare una formazione autonoma: non è più il tempo della democrazia cristiana. La sinistra, cioè il Pd col suo codazzo sindacale, si è suicidata sull’altare della migrazione e dell’europeismo: il Pd è diventato il partito dell’invasione, dell’africanizzazione, della sottomissione all’asse franco-tedesco in nome della fratellanza universale e degli ideali di Ventotene. Un tanfo di incenso e di retorica ottocentesca per stordire il popolo e coprire la rete di interessi politici e finanziari del partito e di chi ci sta dietro, che è poi lo stesso che manovra Forza Italia, il cui europeismo è funzione diretta delle rendite di potere personali dei suoi principali esponenti. Non ho neppure preso in considerazione l’idea di un ritorno della Lega alla casa madre: il partito unico di centrodestra è una barzelletta che non fa ridere o, se vogliamo, la scena di un film horror, con un corpo vivo e vegeto legato ad un cadavere in putrefazione.


 In teoria dal buco nero potrebbe uscire, per interna energia e per reazione al partito nazional-popolare, un partito conservatore-europeista col baricentro spostato al nord e un potenziale  target elettorale alto borghese, per definizione marginale. Dove prenderebbe i voti è un mistero e senza voti non potrebbe garantire il bipartitismo e una almeno virtuale alternanza. La storia dimostra che le formazioni liberali e conservatrici minoritarie vengono prima o poi abbandonate dai loro sponsor e condannate all’estinzione. Possono sopravvivere movimenti di opinione ma, nel nostro caso, non sono in gioco opinioni ma solo interessi di gruppi e di ceti privilegiati. Anticipo un’obiezione: quel partito sarebbe portatore dell’idea di Europa, sarebbe una diga contro il populismo sovranista che mette all’angolo l’Italia compromettendone la sua collocazione in un’Unione europea destinata a diventare una vera entità statale, come gli Stati Uniti o la federazione russa. Ma, a questo punto, occorre riflettere sull’altro scenario, quello del futuro dell’Europa, tenendo ben fermi i piedi sul presente. E il presente non autorizza per niente a credere possibile l’evoluzione dell’Europa in quella direzione. Al contrario, ci sono tutti gli elementi per ritenere ragionevole il ritorno ad un semplice mercato unico, col probabile mantenimento di una valuta condivisa in modi che ora è impossibile immaginare ma sicuramente diversi da quelli attuali; ma che ci possa essere un’unione politica bisogna toglierselo dalla testa. Oggi ci sono all’interno dell’Unione due Stati che si muovono autonomamente, hanno una politica estera che non chiede il permesso alle istituzioni comunitarie, una politica economica assolutamente centrata sul proprio interesse nazionale,  capaci perfino di iniziative militari ostili nei confronti dei propri partner europei. Gli stessi telegiornali che quotidianamente ci hanno somministrato i “profughi” della nave Diciotti seguendone l’odissea ora per ora, compreso quello berlusconiano che non si lascia sfuggire una mossa della famiglia reale (inglese, of course), hanno indugiato parecchio prima di occuparsi dell’improvvisa fiammata di disordini in Libia, forse perché ci si doveva chiedere chi l’ha accesa.


Ambasciata italiana in Libia in mano alle milizie

Quella Libia dalla quale non partono più i barconi col loro carico umano diretto in Italia – o, meglio, diretto in mare aperto per essere recuperato e traghettato in Italia –, quella Libia il cui petrolio è conteso fra Total e Eni, quella Libia di Al Sarraj che è il fumo negli occhi della Francia. Gli stessi telegiornali, come gli editorialisti di regime, danno ad intendere che Macron sia l’avversario di Salvini; in realtà è il peggiore nemico dell’Italia e non lo è a titolo personale. Macron non fa altro che proseguire la politica di Sarkozy, che è poi la stessa che la Francia ha perseguito dall’unità d’Italia ad oggi. Altro che Unione europea o Stati uniti d’Europa: da Mentana a Porta Pia, dallo scippo della Tunisia nel 1881 alla guerra commerciale che negli anni successivi rischiò di degenerare in conflitto armato, dalle sanzioni del 1935 volute con particolare zelo dai francesi all’infamia perpetrata sulle popolazioni inermi  del basso Lazio dal generale Juin e all’appoggio agli slavi che nel 1945 si impadronirono di terre italianissime  fino al tentativo di Giscard d’Estaing di escludere l’Italia dai protagonisti della scena mondiale, la politica francese verso l’Italia è stata di continua e coerente ostilità, anche quando i due Paesi si trovarono schierati sullo stesso fronte. Un dissidio ora latente ora palese che all’interno dei trattati europei non si è per niente sopito e che solo col recupero della piena sovranità potrebbe forse essere composto.

L’Unione europea è solo una finzione politico-economica-finanziaria che ha favorito Francia e Germania ed ha reso meno traumatico per l’Europa dell’est il collasso del blocco sovietico.  È evidente che per l’Italia l’Unione europea è stata un pessimo affare, tant’è che molti di quelli che lo difendono non trovano di meglio che argomentare come se l’Europa fosse ancora l’ombelico del mondo qual era al tempo del Congresso di Vienna: ha garantito, dicono, settanta anni di pace! La pace fra Paesi europei non l’ha garantita l’Unione ma l’assetto economico e geopolitico mondiale, che ha spostato nel terzo mondo i nodi e i conflitti interni alle potenze di modello occidentale e ha sostituito l’eurocentrismo prima con la rigida polarità Stati Uniti-Unione sovietica, poi con un policentrismo ad assetto variabile, all’interno del quale l’Europa oscilla con tutte le sue contraddizioni.  Senza dire che il trattato di Roma aveva come protagonista proprio il nostro Paese, col peso della propria cultura, della propria lingua, della propria economia in rabbiosa espansione; col tempo l’Italia ingabbiata nell’Europa è diventata un socio pieno di debiti, irresponsabile e spendaccione da tenere a bada o, meglio, al guinzaglio. Come questo sia potuto accadere va chiesto a quella parte politica che dagli anni Settanta ad oggi ha condotto un continuo attacco agli interessi nazionali in combutta con un’imprenditoria parassitaria  e un sistema finanziario corrotto e corruttore.


L’altra Europa siglata fra Salvini e Orbán è semplicemente l’anticipazione di un processo inevitabile. È probabile che nell’immediato i due leader siano solo uno spauracchio più che un reale pericolo per l’establishmenteuropeo.  È però certo che non sono isolati come pretendono i soloni della sinistra perché  hanno con sé non solo l’Austria e i Paese del patto di Visegrad ma anche il crescente appoggio dell’opinione pubblica europea. In Francia e in Spagna è già ora ampiamente maggioritario un partito trasversale che si oppone alla “cleptocrazia” e all’invasione che questa favorisce; in Germania un episodio assai meno grave della povera Pamela fatta a pezzi a Macerata ha sollevato un’insurrezione popolare e ha dato nuova linfa ai nostalgici di un passato lugubre, il nord Europa, dietro la calma apparente, è una polveriera.  C’è una sola carta a favore dei gruppi conservatori: l’assenza di un afflato ideale condiviso all’interno dei movimenti antisistema europei e, quel che è peggio, italiani. Personalmente non dubito della solidità dell’alleanza giallo-verde e della lealtà dei due leader. Tuttavia perché l’Italia possa davvero guidare l’Europa fuori dal pantano in cui si trova non basta il pur sacrosanto risentimento popolare: ci vogliono una spinta  ideale, una rinnovata coscienza nazionale e identitaria, un ritrovato ottimismo e una ritrovata solidarietà: più sentimento e meno risentimento.  Mi duole doverlo riconoscere ma di tutto questo non c’è traccia nella Lega né fra i Cinquestelle. Il punto è che bisogna ripartire dalla scuola, da un progetto di educazione nazionale che comporta una brusca virata rispetto alla sciagurata impostazione berlusconiana delle tre i (inglese, informatica, impresa) e quella renziana del nulla riempito con l’alternanza scuola lavoro. Con tutto il rispetto per una persona che non conosco, aver messo a capo del ministero secondo me più delicato un insegnante di sostegno con un curriculum di sportivo appena diventato preside grazie a un concorso farsa e subito proiettato in regione  è stato un pessimo inizio, sul solco anonimo dei lombardi, delle gelmini, delle  fedeli. La scuola, caro Salvini, è una cosa seria.

A proposito del Fatto: notevole per spessore culturale e sofisticata analisi critica la vignetta di Mannelli (pare che sia un maestro del giornalismo disegnato) su Salvini, in copertina stamani, 5 settembre. Se questa è satira un monumento a Charlie Hebdo quando sfotte gli italiani per il viadotto di Genova!


  Pier Franco Lisorini

   Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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