TRUCIOLI SAVONESI 
Settimanale Anno XIII
Numero 598 del 10 dicembre 2017
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LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
Cinema: Bowling for Columbine Stampa E-mail
Scritto da BIAGIO GIORDANO   

RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

BOWLING FOR COLUMBINE

Titolo Originale: BOWLING A COLUMBINE

Regia: Michael Moore 

Interpreti: Michael Moore, George W. Bush, Dick Clark, Charlton Heston, Marilyn Manson

Durata: h 2.03

Nazionalità: Canada, USA 2002

Genere: documentario

Al cinema nell' Ottobre 2002

Recensione di Biagio Giordano

Bowling a Columbine (Bowling for Columbine) è un film documentario del 2002 diretto da Michael Moore, vincitore del premio Oscar 2003 come miglior documentario e del premio Cesar come il più meritorio film straniero.


Probabilmente Bowling for Columbine è il documentario più riuscito di Michael Moore, e, dopo le più recenti stragi compiute negli Stati Uniti da cittadini folli armati di tutto punto, questo film si presenta e si impone più che mai all'attenzione come  un'opera  di grande attualità e di utile spessore conoscitivo.

E'  un'indagine questa fatta da Michael Moore, che dà la sensazione di essere stata eseguita con una assoluta e dispendiosa ricerca di ciò che è vero, tra le insidie delle possibili e false risposte tipo rilasciate dai cittadini più influenzabili  dalla presenza della macchina da presa.  

Indubbiamente il risultato è più che incoraggiante. Il montaggio finale del film con tutte  le interviste riportate mantiene un filo logico risultante chiaro e preciso, il pensiero  presente nelle risposte date dai cittadini americani alle domande di Michael Moore appare autentico. Il regista ha  intuito e quindi filtrato efficacemente ciò che detto dai cittadini  sembrava avere corrispondenza con pensieri del tutto veri.


Moore sgancia bene dal film i pensieri più spiccioli dell'opinione pubblica, di quella più diffusa e nota, spesso da strada, che in qualche modo, dopo decenni di esperienza televisiva  siamo ormai abituati a conoscere per lo meno sul piano delle risposte: quelle stereotipate.  

Moore con notevoli capacità culturali riesce a mettere in risalto, nelle risposte dei cittadini, sia il mito della grande America che fa giustizia nel mondo con gli interventi armati sia il forte individualismo giustizialista al limite del paranoico che caratterizza numerosi cittadini americani auto investitisi con le armi della difesa della famiglia tipo.

Ma vien da chiedersi alla fine, perché l'eccesso, perché gli americani amano così tanto usare le armi da fuoco contro altri esseri umani?


Forse il motivo è da ricercarsi non tanto nei numerosi film violenti o nella immagine della politica estera americana sempre impegnata in qualche guerra nel mondo, ma nella ancora tutto sommato difficile convivenza delle diverse razze di cui è composta la società americana. Una diversità che, pur avendo fatto passi in avanti sul piano della reciproca tolleranza e maturazione politica con sbocchi legislativi sui diritti civili per tutti anche notevoli, continua ad essere un problema, e non da poco.

La problematica sociale della convivenza multietnica agisce  ormai nell'inconscio degli americani, dando problemi di genere di verso da altri tempi, creando ad esempio paure, insicurezze, fobie, perdita di identità, quest'ultima per lo meno sul piano immaginifico, tutto ciò con la conseguente formazione di seri sintomi psichici di tipo reattivo, legati ad immagini e simboli fallici che portano  alla decisione di armarsi, di accarezzare cioè l'idea di poter riacquistare un'identità perduta, che nel presente non può che essere fittizia, e la cui gamba mancante di un tempo viene sostituita dalla pistola protesi: sostenendo quindi almeno nell'immaginifico il mito di quella identità monorazziale fallica persasi nel tempo.


11.000 morti per arma da fuoco negli Stati Uniti agli inizi del 2000, quando in Europa la media era sui 500, cosa che dimostra quanto sia importante proibire ai più di andare in giro armati, soprattutto quando i porto d'armi non sono pienamente giustificati da situazioni specifiche di necessità.

Film drammatico, qua e là umoristico per i paradossi che mostra, ma terribilmente vero nel cogliere i lampi e il rimuginare di follia che pervadono i fanatici compratori di armi negli Stati Uniti.

 

Un'altra cosa da sottolineare in questo film, è che nelle interviste agli armati, domina, stranamente, non tanto il diffuso concetto banale e comunque falso dell'arma intesa nella sua funzione principale come difesa personale, quanto quello di diritto alla giustizia individuale, e questo, proprio in un paese che fa della legge uguale per tutti il suo fiore all'occhiello dimostrando, a parte qualche contraddizione, di essere nel mondo tra le più serie nazioni capaci di portare avanti questo santo principio ereditato dalla rivoluzione francese.

Un grandissimo Michael Moore dunque, ben compreso dalle giurie dei festival, che lo premiano a ripetizione, ma bistrattato più in generale dalla critica professionale. Quest'ultima appare molto impreparata sulle tematiche più politiche e sociali di attualità nel mondo, cosa che la porta a separare pericolosamente arte e vita con gravi conseguenze per il pensiero non aristocratico e non reazionario che dimostrava di avere fino alla fine degli anni '90...

 

 Biagio Giordano

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