di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 685 del 17 novembre  2019
Tel. 346 8046218
La festa del paese Stampa E-mail
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   

La festa del paese

  La festa del paese coincideva, un tempo, con la festa patronale. Il giorno del santo era un giorno speciale, in cui sospendere il lavoro (a meno che non fosse imprescindibile, come quello legato all’allevamento o al clima) e da dedicare al sacro, al cibo, al riposo, allo svago.

Qui descrivo un mondo ipotetico, immaginario. Lo faccio per comodità narrativa, perché ci sono stati e ci sono sempre delle eccezioni che non consentirebbero di essere brevi e coincisi come richiesto da un articoletto come questo.


Nel borgo ci si preparava già da tempo. In ogni famiglia si metteva da parte un ortaggio, un frutto, una sostanza speciale da consumare nel giorno del santo. Si ripuliva la chiesa, talvolta la si addobbava. Qualcuno prendeva accordi pure con certi musicisti in modo che nelle sere della festa si potesse danzare. I giovani potevano corteggiarsi, bere e finalmente darsele di santa ragione con quelli del paese prossimo, così, anche senza un motivo preciso.

La mattina della festa le messe e le cerimonie si susseguivano, fino a culminare nella processione, in cui la statua del santo andava portata a spalla per le vie del paese, per i campi. Sembrerebbe proprio che la gente volesse bonariamente mostrare il luogo al suo protettore: guarda, sembravano dirgli, questa è roba di tua giurisdizione. Potessi evitarci grandine, tempesta, brina fuori stagione, siccità e vento esagerato, eben, te ne saremmo molto grati, vedi tu… Senza però, sia chiaro, avanzare mai nessuna richiesta specifica: al nord siamo dimessi, in questo: si prega, si canta, si spera, ma con una certa sobrietà.


A portar la statua dovevano farsi avanti valenti giovinastri, data l’ora, ancora sicuramente sobri. Quelle spalle potevano reggere ben altro che una statua di legno dipinta. Ma qui non era faccenda di quintali di legna, di sacchi di grano. Qui era l’oggetto sacro, prezioso, comprato dalla comunità in tempi remoti e con sacrifici non da poco. Da qui la grande responsabilità dei portatori, che, delicatissimamente, sollevavano la statua dal suo cavalletto e si buttavano sotto, dandosi il cambio, fra canti e orazioni.

Rimesso il santo al suo posto, terminata la cerimonia, restava il profumo di cera e d’incenso proprio delle solenni festività. Nell’aria stessa della chiesa quasi vuota, restavano sospese le ultime note d’organo, mentre tutti, donne velate, uomini con la beretta in mano, e tutti, tutti con il vestito migliore addosso, camminavano mesti verso l’uscita.

Sul sagrato c’era il tempo per salutarsi, per torcere una sigaretta e far venire l’ora del desinare. Il pranzo del giorno di festa aveva da essere una cosa diversa dal solito. Un piatto in particolare poteva sottolineare la giornata. Anche un piatto semplice, un poco più elaborato, un poco più importante.

 

Gli stomaci, affamati tutto l’anno, avevano per quel giorno il segno pesante del digiuno in attesa della comunione. E finalmente si mangiava e si beveva pure. Dopo, lo stesso coro che dietro l’altare maggiore aveva intonato il Pange lingua, ora si ritrovava per intonare canzonacce da osteria, allusioni, amori disperati, canzoni di guerra.

Dal mattino s’erano adunati venditori di ogni sorta, cogliendo l’occasione della gran gente convenuta. Si poteva chiamare fiera. O meglio: non si poteva non chiamare fiera se fosse mancato il torrone, le nocciole e forse (in base alla stagione) il gelato o la zucca pateca.

Dal tardo pomeriggio, potendo, si danzava. Bisognava ben sbrigarsi a onorare la festa, poiché fatta questa, non era facile raggiungere la prossima, e nel frammezzo stavano innumeri giornate di fatica e dieta leggera.

La sera si salutavano i parenti, venuti in visita e ospitati a pranzo o a cena, ci si ricambiava l’invito e non restava altro che riassettare casa e stalla, pronti per un'altra settimana di lavoro.


La modernità non poteva risparmiare questa usanza, per cui è necessario normalizzare la festa, appoggiandosi pur sempre al calendario gregoriano e santificando il giorno del patrone, ma con un’attenzione tutto sommato marginale all’aspetto sacro. Da sacra a “sagra” il passo è breve. Dal cibo casalingo al cibo normalizzato ancora di più. Forse i primi ad importare certi modelli sono stati i compagni del Festival dell’Unità: con l’organizzazione e la razionalizzazione si ottengono sempre migliori risultati. Dagli anni Sessanta, Settanta, ogni paese, si può dire, organizza il suo “stand” (che parola odiosa!) di lamiera, le sue cucine da campo dove si ripetono ravioli-salsicce-patate-totani-cozze-budino. Tutte cose buonissime, sia chiaro. E a prezzi, spesso, miti.

L’orchestra è professionale, potentemente amplificata. C’è il parcheggio, c’è il bar, c’è il mercatino. Non c’è più il sacro, relegato in chiesa, per pochi fedeli. La quale chiesa è spesso chiusa sprangata, perché il prete regge due o tre parrocchie e non piò essere ovunque.

In queste feste talvolta la gente del paese non partecipa neppure.  Basta a loro un po’ di musica (fin troppo forte) percepita dalle finestre aperte. Basta l’odore di ciccia sulla piastra a dare il senso della festa.

Meritoria e catartica attività delle pro loco, che compie lavori faticosissimi per mantenere in vita consuetudini, magari stravolgendole. Speriamo sempre e da sempre che gli eventi delle Pro Loco non si limitino alle sagre estive, fatte per i turisti o per i paesi vicini, ma anche i momenti conviviali, sociali, di amicizia e condivisione, anche di lavori utili alla comunità, anche e soprattutto d’inverno, quando i nostri paesi, soprattutto, sembrano addormentati e stanchi, di un sonno ingiusto, inquietante, eccessivo. Un sintomo di qualcosa di peggio che sta per succedere.

   ALESSANDRO MARENCO

 

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