Settimanale Anno XVI
Numero 716 del 5 LUGLIO 2020
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Scritto da Giovanna Rezzoagli Ganci   

CASA

Ciascuno di noi ha un luogo che chiama casa. Non è affatto detto che si tratti del luogo dove si vive abitualmente, non è nemmeno detto che sia un luogo fisicamente ben definito. Ci sono persone che trascorrono tutta la loro esistenza nello stesso luogo, nella stessa casa, altre che per scelta o per necessità si spostano spesso. Ma le proprie radici, in quale luogo si trovano? Dove? In un luogo ben definito, oppure no? In questo scritto vorrei descrivere la mia casa, quella dove si trovano le mie radici, quella casa che amo con tutto il mio essere.

La casa in cui da otto anni riesco a malapena ad entrare poche volte l’anno, a restare quelle poche ore necessarie a togliere la polvere che i lunghi e silenziosi mesi lentamente accumulano. E’ una normalissima casa di montagna, costruita a suon di sacrifici e da tanti sacchi di cemento portati in spalla da mia madre, per risparmiare sui costi della manodopera. Dopo vent’anni di fidanzamento, lei e mio padre si erano finalmente decisi al grande passo, erano entrambi gli ultimogeniti delle rispettive famiglie d’origine e tutti e due hanno dovuto prendersi cura dei genitori e dei loro fratelli e sorelle, nessuno dei quali in grado di badare a se stesso. La casa che costruirono era strutturata per ospitare dieci persone, tante infatti costituivano la mia famiglia quando nacqui. In quella casa ne sono morte sette. In circa quattordici anni. I miei genitori e mia nonna se ne andarono nei successivi quattro anni, e difatti sono dieci le tombe che silenziosamente aspettano le mie rare visite, che avvengono quando riesco a mettere insieme un briciolo di serenità per recarmi… a casa mia. Nel mio quotidiano sono costantemente impegnata in una continua lotta per mettere insieme ciò che è e ciò che è stato. La mia casa, quella dove sono le mie radici, è rimasta sepolta nei meandri del tempo, cristallizzata ad un passato in cui il buio non era ancor sceso. Ogni volta che metto insieme le forze per tornare alla mia casa, per me è un viaggio a ritroso nel tempo. Il mio paese natale, Torrio di Ferriere (PC), è ai piedi delle montagne più alte dell’Appennino emiliano-ligure. Lontano circa 75 km dal luogo ove risiedo con la mia famiglia, i monti più alti si vedono già trenta km prima. Sul crinale più alto, verde distesa in cui i forti venti non lasciano crescere un solo albero, si indovina la maestosa statua dell’Arcangelo Raffaele, trasportato in segno di devozione dal cimitero del mio paese sino al punto più alto da tanti uomini, tra cui un giovane Giuseppe Rezzoagli, mio padre, la cui fatica è inimmaginabile valutata con i nostri parametri. Quando arrivo a vedere i miei monti, comincio ad immaginare di arrivare a casa, e di trovarla viva, vissuta.
Col fuoco acceso, le imposte aperte, i balconi strapieni di gerani rossi, il giardino pieno di rose e l’orto curato. La mia casa è così, viva nel passato di venticinque anni fa. Poi arrivo, parcheggio nel viale costruito da mio padre apposta per quella macchina che mi avrebbe comprato se fosse stato vivo quando ho preso la patente. E non mi sento affatto a casa, ma nel mio personale inferno in terra. Poche ore, prima che scenda la sera. Entro e l’odore è di casa chiusa, certo, ma sotto c’è il profumo della cera che usava mia madre, che io da vent’anni stendo su pavimenti che non calpesta nessuno. C’è il profumo della naftalina che filtra dagli armadi. L’unico odore nuovo è quello dei libri di mio marito, unica concessione al presente.
No, non è vero, ci sono tutti i pelouches nella stanza di mio figlio: quelli che avevo io e tutti quelli che ha ricevuto da quando è nato. Nella stanza dei miei genitori, ora la stanza mia e di mio marito, c’è il mio bouquet da sposa: roselline bianche, ogni anno più fragili ma perfettamente conservate. Sulla cassapanca che nemmeno so da dove venga e cosa contenga c’è una statua in marmo, piccolina, deliziosamente scolpita. Raffigura un angelo con gli occhi chiusi e le mani conserte. La trovammo, io e mio marito, tra le rovine della casa in cui è vissuto mio padre prima di sposarsi. Il dissesto idrogeologico l’aveva fatta crollare e questa statua era stata in qualche modo protetta da una porta divelta dal crollo. Era coperta da anni di polvere ed umidità, ma a questo si è rimediato. Ora questo piccolo angelo in marmo è il silente custode di quello che è il mio privatissimo museo, dove nulla ha valore contingente, ma incalcolabile a livello affettivo. Il terremoto che ha lambito anche il mio paese non ha lasciato tracce se non al cimitero dove ha leggermente inclinato alcune tombe. La mia casa, muta e paziente, aspetta che il tempo le riporti la vita. Forse quel tempo sta arrivando, piano piano. Ieri nel mio giardino, in cui in estate le rose fioriscono splendide come se l’amorevole mano che le pose a dimora quasi quarant’anni fa le avesse appena accarezzate, c’era un bellissimo gattino grigio. Ieri, nella mia casa è tornato il calore, anche se per qualche ora. Inevitabile pensare a chi, nemmeno tanto lontano dal mio paese, un luogo dove tornare non lo ha più. Avrà solo ricordi cui aggrapparsi o da cui fuggire. Io sono fuggita per anni, dai ricordi e dalla mia casa, poi mi ci sono aggrappata per altri anni. Da otto anni ero in fuga, dai ricordi, dalla mia casa. Forse l’attesa del piccolo angelo è finita.

Giovanna Rezzoagli Ganci

http://www.foglidicounseling.ssep.it

 

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