di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 688 del 8 dicembre  2019
Tel. 346 8046218
Riflessioni sullo spettacolo elettorale Stampa E-mail
Scritto da Milena Debenedetti   

Del MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo circolano soprattutto considerazioni superficiali, osservazioni frutto di disinformazione, insinuazioni, sospetti, collegamenti del tutto arbitrari
Due parole su Grillo,  il MoVimento,  le elezioni

Ora che si sono, direi, definitivamente calmate le acque, sul grande spettacolo elettorale ( “e alla fine tutto fu silenzio…” come in ogni naufragio che si rispetti), si può provare a ragionare.

Ho visto tanta, troppa emotività in giro. L’emotività annulla la logica e fa prendere strade che si allontanano di molto dalla realtà dei fatti e dei dati concreti, cioè dalla vera base da cui si dovrebbe  partire.

Soprattutto, spinge a porsi le questioni sbagliate. Alle quali probabilmente corrisponderanno risposte altrettanto errate.

Partiamo dal MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo, nel quale mi sento un po’ parte in causa. Per quella che è la mia conoscenza diretta dei fatti, circolano soprattutto considerazioni superficiali, osservazioni frutto di disinformazione, insinuazioni, sospetti, collegamenti del tutto arbitrari.

Un risultato a sorpresa, inaspettato, su un movimento ignorato e boicottato dai media, e allora si straparla.

Potrei provare a contestare, a spiegare, ma c’è chi lo sa fare decisamente molto meglio di me. Invito quindi chi vuole approfondire per davvero ad ascoltare il riassunto obiettivo e sereno di Marco Travaglio, nella prima puntata di Annozero dopo la sospensione. Ha ricostruito tutta la cronistoria del blog e dell’impegno di Grillo, e ciò che ne è scaturito.

Si può trovare il link su... Youtube  oppure sul forum del nostro... Meetup di Savona... insieme a molte notizie utili e informazioni. 

Basterebbe dedicare cinque minuti a scorrere l’elenco delle discussioni, degli interventi, dell’archivio file del forum, per smentire il famoso abusato discorso dell’antipolitica, e capire quanto, in questi quattro-cinque anni, e nei limiti del nostro tempo e disponibilità, ci siamo dati da fare come punto di osservazione e di proposta concreta sul territorio. Proposta che nessuno dei partiti ha voluto raccogliere o anche solo considerare. Basterebbe voler capire, per rendersi conto che i risultati del MoVimento in altre sedi sono tutt’altro che un coniglio dal cilindro, che sono stati faticosamente preparati e costruiti, frutto di fiducia e aspettativa degli elettori. Facce nuove, giovani,  e proposte concrete, mirate al territorio, innovative, dal basso, per un progetto serio e a lungo termine. Altro che “voto di protesta”. 

 Ma tant’è. E’ ovvio, come premessa, che quanto sopra è dedicato alle persone con mente sufficientemente aperta e sgombra, desiderosi di approfondire vari punti di vista, di confrontare e di capire. Astenersi livorosi, prevenuti, “tifosi” della politica, frustrati post elettorali a vario titolo, paranoici del “chissà cosa c’è dietro”, complottisti della domenica, duri e puri dell’ideologia eccetera. Tanto non ascolterebbero neppure, negherebbero persino l’evidenza.

 Tra l’altro, queste sono categorie presenti a destra come a sinistra, molto diffuse nei due partiti maggiori, quasi speculari, nei comportamenti e negli atteggiamenti, in qualche modo mutuati da quelli berlusconiani. E questo spiega molte cose. Anche sul come e il perché, ma soprattutto il dove sta andando, o non sta andando, il nostro paese.

Lasciando ora da parte il MoVimento, o M5*, come viene abbreviato, (ci ritornerò su qualche prossima volta), in generale, ripensandoci a mente fredda e ragionando sui numeri, i risultati elettorali sono tutt’altro che sorprendenti.

Non è per consolarsi o guardare i guai altrui, non è questione di volpi avide di grappoli o di bicchieri mezzo pieni, anzi… la situazione è indiscutibilmente deprimente, ma lo è per motivi diversi da quelli che sento sbandierare.

A seguito delle proteste antiberlusconiane, del gasarsi su Facebook, delle vicende liste eccetera, si aveva una percezione sbagliata dello stato di cose.  Ci si era fatti irrazionalmente l’idea che il disastro elettorale fosse scongiurato, anzi, che la sinistra fosse in rimonta e la caduta del “tiranno” questione di ore. 

L’ingenuo e volonteroso Popolo Viola si era fatto in parte abbindolare dai partiti. Come se bastasse qualche pasticcio della maggioranza, una adesione tardiva e pelosa del PD alla protesta, qualche manifestazione di piazza trasformata inopinatamente in comizio, qualche manfrina di facciata, il solito spettro del voto contro, un lenzuolo rattoppato agitato sulla base di oscure minacce leghiste, per riaggiustare un rapporto ormai scollato con il grosso degli elettori, disincantati a furia di delusioni e poco disponibili a ulteriori prese in giro.

Come se l’auspicata sconfitta berlusconiana passasse per forza attraverso coloro che, fino a poco prima, poco o nulla avevano fatto per contrastare efficacemente il governo, per condurre opposizione decente, per differenziarsi nettamente nei programmi. Insomma, avendo fatto tutto il possibile sì, ma solo per sfiduciare il proprio elettorato.

E, appunto, una parte del Popolo Viola c’è cascata, in questa idea di scorciatoia facile verso la liberazione. Quando la stessa manifestazione del 5 dicembre era diversa,  animata da persone critiche anche contro la parte politica in cui si riconoscevano, finiani come piddini.

Persone che auspicavano, e spero auspichino ancora, prima di tutto  rispetto della Costituzione e delle regole, rinascita della democrazia e della cultura e della dignità di questo paese, lotta alla corruzione, alle mafie, ricambio di persone ai vertici e maggiore partecipazione popolare, fine dell’autoreferenzialità dei partiti ormai tutt’uno con i grossi interessi economici in gioco.

Tutto questo non si ottiene attraverso travasi di potere all’interno dello status quo, ma con un vigoroso cambiamento del sistema. Che richiede impegno di molti e non è certo un tragitto breve.

Sì, è vero, un pochino ci eravamo illusi tutti. Ma era illusione priva di fondamento, appunto, e come tale non destinata a realizzarsi. A posteriori, razionalmente, non si può che prenderne atto e capire l’errore, e ripartire.

 

Perché altrimenti siamo alle solite. Torniamo a “l’antiberlusconismo non paga”… “tanto gli italiani anche se sanno tutto di lui lo votano comunque…” e altre considerazioni vittimiste, autolesioniste, rassegnate, sterili, profondamente sbagliate. Come la ricerca di capri espiatori.  Vedi Piemonte.

Manca spazio qui per parlarne, ma è grottesco attribuire ai grillini una sconfitta ampiamente prevedibile (da tutti, ma non dall’arroganza PD), dando per certi dei dati opinabili, come che quei voti al M5* fossero sottratti al centro sinistra, e non all’astensione per esempio. Dando per scontato che, data l’impresentabilità intrinseca del candidato leghista, la presidente uscente avrebbe vinto alla grande. E invece l’impresentabile è stato clamorosamente votato, e l’avversaria, nonostante il provvido (e forse non casuale) assist esterno della solita gaffe maschilista berlusconiana, non ha recuperato il credito perso presso elettori che le avevano dato fiducia e si erano visti traditi, nelle scelte e nelle politiche e nella chiusura al dialogo. Vedi no-Tav.

E in Lazio, allora, dove i grillini non c’erano, dove c’era stato l’aiuto insperato del pasticcio liste? E per rimanere vicino a noi, che dire di Albenga?

Io per prima cosa mi chiederei quali tremendi errori abbia commesso il PD, per scatenare simili contro-scelte elettorali da brivido.

Ma in fondo, questa ricerca di capri espiatori non è che l’altra faccia del solito principio d’alemiano: se non ci votano, sono gli elettori che sbagliano e non capiscono. Lesa maestà.

Andranno così fino all’estinzione, puntando falsi bersagli e rimanendo sordi e ciechi, e lo dicono molti intellettuali, ormai.

Speriamo in qualche persona di buon senso, in qualche leader lungimirante, in personaggi come Vendola, per trovare strade nuove e invertire la tendenza.

Certo che  è triste aspettare l’uomo della Provvidenza, invece di puntare a un sano rinnovamento che parta dal basso, non dai simboli.

 Cadere nella trappola berlusconiana di attribuire a tutte le elezioni un valore da referendum pro o contro il B.,  da ultima spiaggia, svuotandole dei loro propri contenuti, alla lunga avvantaggia solo il solito, cioè il B. medesimo. Ma questo non è “l’antiberlusconismo non paga”, anzi, tutto il contrario: l’errore è enfatizzare un traguardo in modo eccessivo, mettendosi al tempo stesso nelle condizioni peggiori (sbaglio di candidati, di impegno, di programmi, di campagna elettorale...), e poi avere reazioni scomposte quando, prevedibilmente, si perde.

L’elenco degli errori strategici è lunghissimo, e se li vede anche una profana come me, che modestamente li denuncia da tempo su queste pagine, vuol dire che devono essere proprio marchiani. Dalla fuga al centro (quel centro che ormai, come dice Travaglio, è diventato un centrino all’uncinetto), all’isolamento delle sinistre, dal rincorrere l’avversario sempre e comunque sul suo terreno, metodi e programmi, al distacco dalla realtà, alla presunzione. Fino all’ombra della sudditanza a ogni diktat della maggioranza, se non dell’aperto inciucio, che aleggia sul PD. E non senza prove evidenti.

Anche solo qui in Liguria se ne potrebbero elencare a decine, nei fatti, nei nomi, nelle scelte, nelle descrizioni del Partito del Cemento.

L’unico, indiscutibile vincitore annunciato, che avrebbe vinto comunque, così forte da annullare sul nascere, con manovre sospette e infiltrazioni, la possibile nascita di una lista a Cinque Stelle.

Del resto, se i ballottaggi per il centrosinistra sono andati ancora peggio delle elezioni, qualcosa vorrà pur dire. Se non altro, che i primi atti post elettorali hanno ulteriormente accresciuto la sfiducia.

Gli elettori pensavano di aver votato per le regionali, si aspettavano discorsi relativi, appunto, all’amministrazione locale. Invece, dal Presidente Napolitano in giù tutti a parlare in coro di “riforme”, come per un copione già preparato da recitare in ogni caso. Con il PD che offre collaborazione facendo un minimo sindacale di manfrina.

Annullando la flebile speranza che l’ennesimo flop elettorale ispirasse un cambiamento.

Ma allora, smaltiti l’emotività del toto-governatori, le ore frenetiche del dopo voto, le gioie e le delusioni, cosa si può dire, a mente fredda?

Niente che sia sorprendente, niente che sia in contrasto con quanto già emerso dalle europee.

L’astensionismo sale ancora, siamo al 40% del paese. E anche qui, io, povera untorella, lo dicevo da tempo, sulla base delle regionali sarde e abruzzesi. Possibile che gli istituti di statistica e sondaggi, anche i più pessimisti, facessero previsioni molto inferiori, sull’incremento dei non-votanti? Mi chiedo, è cecità o mala fede?

Al solito nell’informazione, secondo copione, cinque minuti di preoccupazione dedicati agli astenuti, scarse o nulle considerazioni logiche sui flussi di votanti, tutto dedicato a quelle percentuali abbondantemente falsate, che parlano di trionfo della Lega quando poi, come numero di voti, non è quel gran boom. Però se lo sanno giocare bene.

Il PD perde alla grande, e questo non sorprende. Il PDL continua una inarrestabile emorragia di voti, appena meno clamorosa come numeri assoluti ma costante, allontanandosi di molto dai dati delle politiche. Cosa che preoccupa, e giustamente, i finiani.

L’unica deduzione ovvia è che il bipartitismo stile marcio contro muffa, fortemente voluto dal B. (e Veltroni, sciagurato, rispose, ed è ancora lì a pontificare),  è stato ripetutamente bocciato dagli italiani, che piuttosto o non votano, o votano rispettivamente Lega o IDV. Il quale IDV, se non avesse così tante contraddizioni interne, candidati impresentabili qua e là, eccessivo personalismo di Di Pietro, rastrellerebbe ancor più consensi.

Mentre le sinistre a furia di leccarsi le ferite sono arrivate all’osso, ma ancora non escono dalla crisi.

Ma le risposte sono l’opposto di quanto emerso dall’elettorato.  Andiamo avanti con le riforme istituzionali, per un sistema sempre meno democratico  e sempre più autoritario, benché questo sistema si mostri sempre più debole, contraddittorio, pieno di crepe, a rischio implosione. Se ne vedono segnali, sparate, deliri,  premesse che definire grottesche è dir poco.

Il guaio è che, a prevederne gli sviluppi sulla base di queste premesse, è difficile essere ottimisti.

Intanto un singolo personaggio, con consensi pari al  ventisette percento del sessanta per cento del Paese, un’inezia, una assoluta minoranza,  a cui andrebbero ancora sottratti almeno parzialmente i finiani, gli ex-An, pretende di dettar legge, e nessuno glielo impedisce o lo contrasta efficacemente.

Anzi, tutti continuano ad acclamarlo vincitore assoluto.

Questo è il nocciolo del problema. Il primo problema da affrontare, con tutti gli altri che vengono di conseguenza.

Milena Debenedetti  

 

Il mio ultimo romanzo  I Maghi degli Elementi
Il mio ultimo romanzo  I Maghi degli Elementi

 

 

 

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