SETTIMANALE anno XVII
n° 740 del 21 febbraio 2020
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AL CINEMA, NELLE SALE DELLA PROVINCIA Stampa E-mail
Scritto da Biagio Giordano   

 

Rubrica settimanale a cura di Biagio Giordano
AL CINEMA
 NELLE SALE DELLA PROVINCIA

CHRONICLE

 (CRONACA)

Chronicle

(Cronaca)

Regia: Josh Trank

Uscita Cinema: Maggio 2012

Genere: Drammatico, Fantascienza, Horror

Sceneggiatura: Max Landis

Attori:

Michael B. Jordan, Dane Dehaan, Michael Kelly, Ashley Hinshaw, Anna Wood, Alex Russell, Joe Vaz, Luke

Fotografia: Matthew Jensen

Montaggio: Elliot Greenberg

Produzione: Adam Schroeder Productions, Davis Entertainment

Distribuzione: 20th Century Fox

Paese: Gran Bretagna, Usa 2012

Durata: 84 Min

Formato: Colore

Recensione  di Biagio Giordano

In sala da maggio nei cinema della Provincia di Savona

Andrew  è un bel ragazzo, abitante a Seattle,  triste, da tempo disadattato, privo di ogni difesa psichica adeguata ad affrontare le insidie della vita.

 

Andrew non ha reazioni verbali in grado di mettere in difficoltà i prepotenti, soccombe a ogni forma di bullismo scolastico e di quartiere, ha un padre violento e alcolizzato, ex pompiere, che per cause accidentali ha dovuto anticipare di molto l’uscita dal lavoro, impoverendosi. La madre è invalida, a letto,  gravemente ammalata ai polmoni.

 

Un giorno il ragazzo per difendersi dalle ripetute aggressioni del padre  compra una videocamera, e grazie ad essa riesce finalmente a tenere il genitore a una certa distanza minacciandolo di filmare ogni suo tentativo di violenza fisica. Per Andrew è un po’ come se avesse scoperto la possibilità di puntare contro il padre  una pistola vera.

 

Ma la video camera diventa per Andrew anche un modo di vivere la quotidianità più attivamente, dimenticando l’indifferenza che la sua immagine suscita nei rapporti con gli altri e  il peso che inevitabilmente ne consegue: in termini di umiliazioni delle sue pulsioni più sociali.

Andrew  porta la videocamera sempre con sé e riprende  gran parte di quel che gli succede e nota con le altre persone  evidenziando i particolari più significativi che la giornata rilascia. A  volte lo fa del tutto incurante della privacy altrui.

 

L’unico amico di Andrew è suo cugino Matt, diverso da lui per determinazione nel fare e intelligenza nelle relazioni.  Matt fa conoscere  Steve ad Andrew, un  amico di colore, spensierato e pieno di entusiasmo per la vita, con lui si formerà un terzetto vivace alla ricerca del divertimento più immediato ma  anche di sincere confessioni, reciproche, sui propri problemi: cosa che farà sentire Andrew meno solo.

 

Una sera dopo una festa da ballo  i tre si recano ad esplorare un grosso e profondo buco sotterraneo segnalato da Steve, vi si inoltrano con la video camera percorrendo i punti più profondi del lungo e irregolare corridoio scosceso. Nell’estremità  del buco vengono a  contatto con una strana e gigantesca struttura  mineraria, molto luminosa, che emette degli aloni di luce elettrizzanti, forse radiazioni sconosciute, penetranti, tali da  contaminare fortemente i ragazzi: che nel frattempo si erano avvicinati sempre di più alla misteriosa sorgente di luce. I tre sentono nel corpo una incomprensibile forza, in grado di suggestionare ed esaltare ulteriormente le loro menti.

 

Ritornati in superficie i ragazzi scoprono di avere dei poteri particolari,  comandati dalla mente, simili a quelli tipici della telecinesi, come: spostamenti di oggetti, piegamento di forchette, telepatia e preveggenza, levitazione senza limiti.

 

Molto sorpresi e divenuti euforici per le nuove capacità acquisite, i tre si accorgono  che con un po’ di esercizio possono migliorare e controllare più facilmente i nuovi poteri, ciò li porta a   sperare  di essere in grado in breve tempo di metterli al servizio delle loro intenzioni: quelle più direttamente  legate ai desideri-passione che contraddistinguono ciascuno dei tre.

Ma da alcune successive,  dolorose  esperienze, percepiranno che i poteri che hanno sono anche in un certo senso destati, comandati da alcuni desideri improvvisi, non ancora elaborati dall’Io, provenienti dall’inconscio. Com’è risaputo dalla psicanalisi freudiana, questi desideri si dispongono sovente in uno stato oppositivo all’Io, custode del reale, costringendolo a fatica, anche nelle persone non nevrotiche, a trovare un modo psichico per impedire la loro sgradita realizzazione nella realtà.

Dopo aver fatto precipitare in un laghetto, per dispetto, facendo rischiare la vita all’autista, un grosso fuoristrada che chiedeva col clacson  una possibilità di sorpasso alla loro auto, i ragazzi decidono di darsi qualche regola etica, anche rigorosa, per non danneggiare gli altri e se stessi con i propri poteri.

   Concordano quindi di non usarli mai più  con gli esseri umani.  L’intesa a tre li porta, per un certo periodo, a pensare   in modo positivo, questo in ogni circostanza, anche in quelle più difficili caratterizzate a volte, per litigi, dalle pesanti provocazioni di qualcuno. Il fine è di respingere i moti desideranti  inconsci, attraverso una volontà oppositiva di ferro, cioè con una forza psichica rimovente il cui regista indiscusso sia l’Io animato dal suo buon senso.

 

Riusciranno i tre ragazzi a mantenere gli impegni etici presi tra loro, evitando di mettersi nei guai, e questo nonostante Andrew mostri sempre più chiari segni di nevrosi? I sintomi psichici di Andrew  per trarre piacere, richiedono forme di compensazione  di natura egoistica: il ragazzo  potrebbe  essere tentato  di mettere in azione i suoi straordinari poteri per vendicarsi dei torti subiti nel sociale e in famiglia, infrangendo le regole verbalmente pattuite con i suoi amici.

 

Il film nella sua più immediata percezione,  dà la sensazione di svolgersi con due regie, una di Josh Trank il regista della pellicola, e l’altra di Andrew il protagonista-attore del racconto filmico che con la sua video camera  occupa quasi l’ 80% dello spazio visivo del film.

 

L’effetto dilettantismo dei movimenti dei filmati di Andrew (o di chi per esso dello staff del film) giova al realismo delle scene, dando l’impressione allo spettatore di essere di fronte a una totale assenza di modi recitavi in qualche modo riconoscibili, abbinati ai  ruoli dei personaggi, la spontaneità recitativa supportata da un copione abbastanza libero è talmente di alto livello che gli eventi del film sembrano del tutto casuali.

 

Lo spettatore  precipita  in una incertezza assoluta, egli a un certo punto non trova più alcun punto di appoggio familiare in grado di sostenere il suo desiderio per la narrazione. Sul piano delle ipotetiche previsioni narrative  verso il finale, che lui fa in rapporto alle scene che gli scorrono davanti, non viene aiutato dalle  cosi dette telefonate che dovrebbero suggerire o anticipare qualcosa che si connette con una parte dello scioglimento del racconto.

 

Lo smarrimento di fronte al reality è perciò totale, tanto da indurre lo spettatore a pensare non più in termini cinematografici ma televisivi, finché la potenza degli effetti speciali del film, nella sua parte finale, fa irrompere nell’immaginario dello spettatore tutta la capacità spettacolare del vero cinema.

 

Il pregio di questo film è che riesce a dare un’alta emozionalità estetica senza passare attraverso i codici visivi usuali e le tecniche narrative più correnti, la narrazione rinuncia anche ad una creazione troppo curata dei contrasti relazionali tra i personaggi e l’ambiente, che in questo caso sarebbero stati un po’ forzosi, obbligati solo dalle convenzioni abitudinarie. Non sono infatti configurati nel film quei contrasti intesi, frequentemente, come forme di drammatizzazioni intermedie in grado di preparare o formare il nodo guida del racconto:  il coagulo letterario che si scioglie nel finale divertendo e rassicurando lo spettatore nei confronti delle verità  esterne al cinema.

 

Per Chronicle tutto è già nella sua realtà, senza distinzioni tra fiction e reale, anche buona parte dello spettacolo richiesto normalmente dal cinema, essa, sembra ribadire il regista Trank occorre riprenderla nel suo disordine quotidiano, senza falsi pudori.

 

Il film non edifica una storia, fa vivere allo spettatore un eterno presente, mai statico, apparentemente separato dal finale in modo netto, ma che in realtà vi si connette come esito ineluttabile di qualcosa intravisto seppur a fatica nei dettagli nevrotici delle conversazioni del giovane protagonista Andrews e nel suo pensiero filosofico più  esplicitato, qualcosa che apparentemente può sembrare privo di senso, ma che riguarda in realtà  ragioni inconsce,  un’altra logica, un’altra struttura di pensieri: quella dei sintomi psichici, solo parzialmente mascherati dalle esplosive euforie giovanili dei tre ragazzi e dal loro zoppicante razionalismo quotidiano.

 

Trionferà allora in Andrew  il parricidio, o il buon senso supportato dall’amore non più colpevole con la madre malata gravemente?

BIAGIO GIORDANO



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