Settimanale Anno XVIII
Numero 765 del 19 settembre 2021
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Il peccato originale. Seconda parte Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
IL PECCATO ORIGINALE II
 Seconda parte

 La caduta di Adamo e di Eva e la loro conseguente cacciata dal paradiso terrestre e la condanna alla fatica necessaria per vivere (il sudore della fronte) e per nascere (partorirai con dolore)  non sembrano deporre a favore di un Dio-padre buono e misericordioso, ma piuttosto di un padre-padrone spietato e vendicativo, oltre che ingiusto: ma come, se alla prima tentazione siamo caduti come pere (o mele) mature dal ramo i casi sono due: o abbiamo sbagliato noi  per ignoranza o hai sbagliato tu nel crearci così ignoranti, deboli e vulnerabili, e siccome sapevi già che il nostro primo peccato avrebbe intaccato la perfezione della natura e tutta la nostra discendenza, non sarà che tu ti sia sbagliato addirittura nel crearci?


Non potevi limitarti alle stelle, alle acque, alla terra, alle piante e agli animali? Prima della creazione di Adamo tutto il mondo era in pace, ogni creatura era buona (salvo il serpente).   In fondo tu stesso ti sei pentito una volta di averci creato tanto che hai mandato il diluvio per sterminarci, salvo sbagliarti una seconda volta salvando Noè con la sua arca piena di animali. Ora che il mondo è di nuovo in pericolo a causa di un’umanità solo al vil guadagno intesa, devastatrice dell’ambiente naturale e incurante della bellezza del cosmo, che cosa pensi di fare? Manderai un’altra volta tuo Figlio a salvarci’ Ma meritiamo ancora di essere salvati?


Tu, scusa la confidenza ma in quanto discendente di Adamo sono anch’io uno dei tuoi figli, a un certo punto della storia del mondo da te creato hai  voluto rimediare ai tuoi errori. Come? Da padre-padrone ingiusto e vendicativo sei diventato un Padre giusto, misericordioso e provvidente e hai mandato il tuo Spirito a fecondare il ventre immacolato di Maria per far nascere il tuo divino Figlio Unigenito venuto a salvarci liberandoci dal giogo dell’antica legge. Infatti, secondo quello che scrive - o meglio detta - l’apostolo Paolo nella sua Lettera ai Romani, dopo l’avvento di Gesù Cristo la Legge mosaica è ormai come un fossile inefficace e i suoi precetti nient’altro che un’inutile zavorra da cui occorre liberarsi, anzi, da cui la nuova Legge dell’Evangelo ci ha già liberati. Questa nuova Legge, diversamente dall’antica, non vige più soltanto per gli Ebrei ma è un dono elargito da Dio, tramite il sacrificio di  suo Figlio, a tutti, Giudei o Gentili ch’essi siano.


Tutti gli uomini infatti sono peccatori in quanto discendenti di Adamo e tutti hanno bisogno di venire giustificati, cioè di riconciliarsi con la giustizia di Dio. Questa giustificazione tuttavia non può essere opera umana ma solo divina, dal momento che, a causa del peccato originale, l’umanità è tutta dannata, è massa damnationis (Agostino) e non può autoredimersi senza l’aiuto divino. Questo aiuto si chiama “grazia”, la quale è gratuita per definizione; per riceverla non servono opere buone (quali? Niente di buono può venire dai peccatori), non dipende dalla nostra volontà ma solo dalla misericordia e dall’amore di Dio incarnatosi in Gesù Cristo tramite lo Spirito Santo. “Perciò – scrive l’Apostolo ai cristiani di Roma – come per un solo uomo entrò nel mondo il peccato, e per il peccato la morte, e così la morte si propagò a tutti gli uomini poiché tutti peccarono – fino alla Legge infatti il peccato era nel mondo ma senza venir calcolato come peccato, poiché mancava una legge: regnò tuttavia la morte da Abramo a Mosè anche su chi  non peccò, per somiglianza con la trasgressione di Adamo, modello dell’Adamo futuro; - non però quale fu la caduta, tale è anche il dono di grazia. Se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, assai più sovrabbondò per tutti la grazia di Dio e il dono  della grazia d’un solo uomo, Gesù Cristo.


Né il dono è quale sarebbe per un solo che peccò. Se il giudizio per uno solo portò alla condanna, il dono di grazia derivato da molte cadute portò invece alla giustificazione. Se infatti per la caduta di uno solo la morte regnò, per colpa d’uno solo; molto più coloro che riceveranno la sovrabbondanza della grazia e del dono della giustificazione regneranno nella vita per merito del solo Gesù Cristo” (Rm 5, 12-17). Che logica c’è in tutto questo? Si chiede giustamente Fulvio Baldoino, come prima di lui se lo sono chiesto esegeti, dottori della chiesa, teologi e filosofi come Origene, Agostino, Abelardo, Lutero, Kierkegaard e Barth. Nessuna, se non quella di metterci di fronte ai limiti della nostra ragione e alle imperscrutabili ragioni di Dio, per chi crede. O, per chi non crede, all’infinito mistero della vita oltre la morte.

  FULVIO SGUERSO

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