Settimanale Anno XVI
Numero 720 del 13 settembre 2020
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IL futuro come discarica Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
IL FUTURO COME DISCARICA 
I derivati sono la nuova arma 
di distruzione finanziaria 
di massa.
(Warren Buffett)

 Ho voluto rileggere un libro del 2017,”La Voragine”, di Luca Piana, per considerare l’attuale situazione finanziaria italiana alla luce di quelle occulte mine debitorie di cui nessuno parla, un po’ come i proverbiali “panni sporchi”, della cui esistenza nulla deve trapelare fuori dell’ambito famigliare. Queste mine sono i derivati, tenuti nell’ombra dalle istituzioni, a partire dal livello del Mef giù giù fino all’ultimo Comune italiano.

 

Questo libro-indagine scava nei meandri degli incestuosi rapporti Mef-banche d’affari sui derivati, di cui poco o nulla trapela, pur maneggiando fior di miliardi delle nostre tasse

 

Nessuno ne parla, perché tutti i governi che vi hanno fatto ricorso non possono che vergognarsi della propria ingenuità o, peggio, della propria connivenza col “nemico”: le solite grandi banche d’affari internazionali, che prosperano giocando d’azzardo, sino ad arrivare loro stesse a quel default che agitano come spettro davanti agli occhi smarriti dei negoziatori pubblici, incappati nei loro contratti capestro. 

Si badi, qui non si parla di piccole cifre, ma di mine a tempo proporzionate alle dimensioni delle controparti: dai miliardi dello Stato alle decine di migliaia di euro quando scendiamo ai piccoli Comuni, passando per grandi città, Province, Regioni.

 

L’ultimo conflitto ci lasciò questa eredità. Mezzo secolo dopo, i nostri governi hanno iniziato a minare il campo finanziario per molti decenni a venire negoziando contratti derivati, per speculazione o per ignoranza della loro potenza di fuoco 

 

Il meccanismo, ridotto all’osso, è elementare: per far fronte ad opere pubbliche di rilevanti dimensioni o ad eventi catastrofici si ricorre ad un mutuo, allo stesso modo come un privato o un’azienda ricorrono ad un prestito bancario per l’acquisto di un bene molto superiore alle disponibilità del momento. Il punto cruciale è insito nel fatto che questa banche non hanno i titoli per dichiararsi proprietarie di quei soldi che agli Stati mancano. E ciò per il semplice fatto che, mentre gli Stati hanno come sottostante la ricchezza prodotta dalle loro aziende, quelle banche hanno solo i rating di agenzie di cui sono spesso comproprietarie, in un lampante conflitto d’interessi.

Le negoziazioni in cui da una parte siedono dei volponi che si avvalgono di esperti in matematica finanziaria (c. d. “creativa”), dall’altra gli sprovveduti amministratori pubblici (AP) che ne sono del tutto digiuni. In questo sbilanciamento di cognizioni, è facile far apparire per conveniente agli interlocutori ciò che in realtà conviene solo ai volponi (V). 

 

Las Vegas. Qui ciascuno punta soldi suoi. Al Mef si puntano soldi nostri. In tutta segretezza. Soldi che poi mancano per proteggere chi finisce vittima di disastri o emergenze, come il Covid-19, con uno Stato che abbandona alla fame tanti, troppi italiani

 Il punto cruciale sul quale i V fanno leva è il legittimo desiderio degli AP di non incorrere in eccessivi rischi, tipo uno sfavorevole cambio valutario, o una salita dei tassi d’interesse. E allora, ecco il rimedio dei V: un bel derivato per garantire agli AP sonni tranquilli.

Facciamo l’esempio più comune: terrorizzati dai crescenti tassi d’interesse sui mutui, molti AP hanno pensato bene di tutelarsi con questa scommessa con V: prendiamo come base l’importo del mutuo, diciamo 1 miliardo, e ogni anno, fino alla scadenza, AP versa a V un tasso fisso, così si tutela da ulteriori rialzi, mentre V versa ad AP il tasso variabile. Esempio: AP versa sin dal primo anno il tasso vigente alla stipula del contratto, diciamo il 4%; mentre V verserà ad AP il tasso vigente a fine anno, diciamo il 5%. In realtà la parte che deve l’importo maggiore versa all’altra la differenza dei due tassi, nel nostro caso l’1% di 1miliardo, 10 milioni, che V verserà ad AP. Questo tipo di contratto è detto swap.

Fino al 2005, quando sembrava che i tassi sarebbero cresciuti sull’esempio di fine anni ’70, quando sfiorarono il 20%, il contratto appariva come una scommessa vincente. In realtà lo era, a partire dall’anno successivo, ma solo per V.

L’esempio fatto è solo un’estrema semplificazione, ma spero renda l’idea. In realtà, i derivati dello Stato partono alla grande dal 1994, in linea con la generale finanziarizzazione dell’economia, con scadenze molto lunghe: l’ultima nota è nel 2062. Scadenze così lunghe sono il frutto di ristrutturazioni che i vari AP misero in atto per allentare la morsa di scadenze che non riuscivano più a rispettare, cadendo in un’ulteriore trappola, che risolveva il problema contingente di liquidità, rinviando al futuro la resa dei conti, spalmando negli anni la duration, ossia la vita del contratto. O, in alternativa, dando corso ad una swaption, ossia vendendo a V un’opzione, contro l’immediato incasso di una certa somma, che tamponava qualche urgenza, ma ovviamente con condizioni future peggiorative rispetto a quella in essere: le banche non regalano il tempo, che, dopo il denaro, è la loro principale risorsa. Concedere poco credito oggi contro tanto debito per anni a venire è il loro modus operandi.   

Il vizio comune a tutti gli AP è quello di spostare nel tempo, oltre la scadenza del proprio mandato, i costi degli effimeri vantaggi iniziali, a volte miliardi futuri contro milioni, maledetti e subito. La patata bollente passa poi tra le grane che i loro successori saranno chiamati ad affrontare. Quindi, non si comportano come il “buon padre di famiglia”, bensì come temerari giocatori d’azzardo, per giunta non con soldi propri ma di tutti gli italiani. Il futuro, insomma, è inteso come una discarica, dove rovesciare i propri titoli di debito, col rischio che, cammin facendo, scadano a livello di junk bond, titoli spazzatura.

 

La motivazione per contrarre derivati è quella di proteggersi da scenari avversi, come un cambio svantaggioso o un’impennata dei tassi nel caso di mutui variabili. Viviamo in un mondo dove ciascuno vuol sempre vincere; e il derivato vuol essere un’assicurazione contro la sconfitta. Col risultato che spesso ne diventa la causa, con debiti ultradecennali  

 

Merita rilevare, altresì, che gli interessi personali di alcuni negoziatori non coincidano con i nostri, perché, mentre sono ministri o direttori generali del Tesoro, stanno magari intessendo con le controparti accordi sottobanco per passare nelle loro fila al termine del mandato pubblico. Esempi eclatanti furono Domenico Siniscalco o Vittorio Grilli, che non furono certo casi isolati. Le porte girevoli sono legali dopo un numero irrisorio di tempo da fine mandato, sull’esempio di cosa accade oltre atlantico in maniera ormai consolidata, in un senso e in quello contrario. Il conflitto d’interessi in questi casi passa sotto silenzio.

A peggiorare le cose, i contratti derivati sono coperti dal segreto di Stato! Al pubblico, e persino alle Commissioni Parlamentari, non è consentito conoscere come vengono gestiti i soldi dei derivati, che pure ci vengono munti, e spesso estorti, con le tasse e tutta la ridda di sanzioni, architettate per fungere da indichiarati additivi fiscali. Se fossero resi pubblici, si verrebbe a sapere di tante frenetiche trattative da parte di uno Stato sovrano, o che tale dovrebbe essere, alla mercé di banche private pressoché sempre col coltello dalla parte del manico. Come nel caso, ormai famigerato, dei 3,1 miliardi versati dal Tesoro a Morgan Stanley nel gennaio 2012 a fronte di un contratto totalmente sbilanciato a favore della banca, che poté passare all’incasso nel momento più sfavorevole per lo Stato. E gli anni a venire sono disseminati di mine di cui ignoriamo il numero, l’entità e le condizioni.

Si tenga presente che molti provvedimenti hanno come causa prima l’impellenza di far fronte a queste scadenze, tanto occulte quanto dannatamente incisive sulla nostra pelle, attraverso inasprimenti fiscali e sanzionatori “di fantasia”. 

Prendiamo, vista la loro attualità, le maxi multe che il Governo ha con leggerezza inflitto a tanti cittadini che non hanno ottemperato la serie continua di adempimenti per schermarsi dal contagio Covid-19: ben € 400, che per la maggioranza costituiscono mezzo stipendio o pensione. Li si confronti coi miseri € 600 devoluti in ritardo e solo a una frazione degli aventi diritto, in ritardo di due mesi e intesi come reddito di sopravvivenza per un mese. Come si concilia con la multa di € 400 per un’ora d’aria o simili infrazioni veniali?

 

600 euro di mera sopravvivenza, tanto sospirati e poi negati a molti. Perché tanti filtri per restringere al massimo la platea dei beneficiati? Per mancanza di soldi. Quei soldi, a 9 cifre, dati ai vari colossi di Wall Street senza batter ciglio, sull’unghia. Togliete una delle 3 banconote e fanno 400: l ‘importo delle multe per chi disattende gli editti sul Covid-19

 

In sostanza, troppi passati governi si sono cacciati in una situazione debitoria del tutto ingiustificata, nel patetico tentativo di proteggersi da eventi finanziari fuori del loro controllo, lasciando sempre al prossimo il loro onere crescente. Anche oggi, coi guai del Covid-19, a nessuno è dato sapere quanto stiamo silenziosamente elargendo, a suon di miliardi, all’elenco funereo di banche speculative di cui sappiamo a malapena il nome. Soldi che sarebbero vitali per permettere ai milioni di italiani rimasti senza lavoro e senza reddito di sbarcare il lunario, anziché finire nelle tasche di banchieri straricchi. Banchieri ai quali lo Stato si rivolge per le operazioni finanziarie più complesse, in un consolidato rapporto simile a quello tra maestro ed allievo. 

 

In soldoni, nel quinquennio 2011-2015, lo Stato ha sborsato € 23,5 miliardi alle banche d'affari, mentre inaspriva tasse e sanzioni per colmare il buco. I vantaggi della discesa a zero dei tassi sarebbe stata una buona notizia per l'Italia, se il relativo risparmio non fosse stato inghiottito dalle corrispondenti perdite sui derivati

 

A monte di questo perenne stato di insolvenza dello Stato, sta la domanda che sempre ripropongo: perché dipendere dalla speculazione internazionale anziché emettere la propria valuta senza dir grazie a nessuno oggi per poi maledirlo domani? Lo ripeto, l’Italia ha un florido sottostante nel talento e nel lavoro dei suoi cittadini e delle sue aziende, mentre quelle banche hanno solo numeri su un computer, aria fritta. E senza la continua rincorsa del debito pubblico mediante trafelate emissioni di BOT, BTP et sim., le agenzie di rating avrebbero le armi spuntate, bastando la nostra bilancia import/export in attivo per certificare il nostro stato di salute e scongiurare qualsiasi speculazione al ribasso sulla nostra divisa.

E perché perseverare nel parallelo vizio di scaricare nel futuro un effimero benessere materiale oggi al prezzo di un ambiente devastato domani? Il futuro non dev’essere la discarica ove disfarsi della nostra cattiva condotta presente. Semplicemente perché non appartiene a noi ma alle future generazioni, ammesso che riescano ad esserci, a dispetto del nostro persistente, cattivo operato. Ma di questo ho già parlato in tanti passati interventi.  

  
  Marco Giacinto Pellifroni  31 maggio 2020 
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