Settimanale Anno XVI
Numero 716 del 5 LUGLIO 2020
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Racconto: Un “generoso” aiuto umanitario Stampa E-mail
Scritto da MASSIMO BIANCO   
 
Un vecchio raccontino di Massimo Bianco
su una pandemia, intitolato
 Un “generoso” aiuto umanitario.
Ovviamente è pura fiction e il Corona virus non c’entra, tuttavia… 
Buona lettura.

 Nella sede centrale londinese della Other World S.p.A., colosso con interessi nella chimica, nei prodotti alimentari e nelle materie plastiche e con filiali sparse tra Europa e terzo mondo, era in corso una riunione piuttosto accesa.

“Come sapete la popolazione terrestre si moltiplica in maniera incontrollata, ha raggiunto i sette miliardi di abitanti e col ritmo attuale non tarderà a toccare i dieci.” – spiegava, in buon inglese ma gesticolando infervorato, Gian Enrico Fabris Di Bartolo, unico italiano presente nel consiglio d’amministrazione e responsabile per il sud Europa.
 
– “La sovrappopolazione causa la morte per fame di milioni di persone all’anno, danni ambientali e il progressivo, inesorabile, esaurimento delle risorse. Non possiamo più rimanere indifferenti di fronte a tale sfacelo. Dobbiamo intervenire a casa loro. Non possiamo continuare a condurre affari nel terzo mondo e fingere di non vedere la miseria e la disperazione dei suoi abitanti, perché sono destinate ad allargarsi a macchia d’olio fino a…”

“E cosa ci possiamo fare? I salari li paghiamo, no? Non siamo benefattori. Scopo della nostra attività è ricavare profitti, non elargire manna.”  L’interruppe seccato uno dei presenti.

“Il consigliere Kurtz è brusco ma non del tutto in torto, Fabris. È nostra tradizionale politica evitare sfruttamenti eccessivi, ma l’attuale crisi economica è seria. Sono le filiali nel terzo mondo a renderci competitivi tagliando i costi del lavoro.” Precisò, serafico, l’amministratore delegato.

“Ne sono pienamente conscio, Sir Wicked. Credo tuttavia che nell’attuale congiuntura, il ritorno d’immagine di un nostro generoso aiuto per sfamare quelle popolazioni ci procurerebbe benefici…”

“Bene, mettiamo allora ai voti la proposta del consigliere Fabris Di Bartolo.” – Stabilì l’A.D. Sir Reginald James Wicked, al termine della discussione. – “Io do voto favorevole.”

Gian Enrico Fabris Di Bartolo si recava all’aeroporto a bordo della limousine dell’A.D. Wicked e meditava in silenzio. Uomo alto e spigoloso, spesso nervoso, per non dire iracondo, invidiava la flemma con cui il paffuto Sir Reginald affrontava l’esistenza.

Era stato l’A.D., con i suoi toni pacati e la sua abilità nell’instradare la discussione senza contraddire apertamente gl’interlocutori, a far approvare la mozione. Ora però sarebbe toccato a lui portare a casa i risultati e ne era lieto. Credeva fermamente nelle proprie affermazioni. La sovrappopolazione, l’immigrazione, l’equilibrio ecologico e la fame nel mondo erano problemi che l’angustiavano da tempo. Le immagini dei bambini denutriti e ridotti a pelle e ossa non lo lasciavano dormire, anche perché non poteva evitare di pensare alla sostanziale inutilità degli aiuti umanitari, nulla più d’una goccia d’acqua in un oceano di dolore. E l’assillava il pensiero che un giorno non lontano fame e miseria sarebbero giunti pure in Europa. Sette miliardi di abitanti erano già troppi e la crisi economica in corso gli pareva soltanto un prodromo delle ben peggiori catastrofi a venire. Eppure nessun altro pareva accorgersi dei pericoli rappresentati dalla crescita esponenziale della popolazione, di cui fame e miseria erano dirette conseguenze. Dove trovare le risorse per nutrire dieci o addirittura dodici miliardi? Perfino un dimezzamento delle nascite avrebbe soltanto procrastinato di poco la fine dell’umanità. Cosa sarebbe ad esempio accaduto quando milioni di cinesi avrebbero tentato la fortuna altrove? Perché nessun sviluppo economico, per quanto sfrenato, avrebbe permesso alle autorità cinesi di sostentare il miliardo e passa di abitanti ancora immerso nell’indigenza, ne era certo. Che dire infine delle tante specie animali messe a rischio d’estinzione?

Intanto la limousine aveva rallentato fin quasi a fermarsi, bloccata da una manifestazione. Una folla di migliaia di persone, appartenente a ogni etnia, sciamava per le strade gridando slogan, le facce stravolte dalla rabbia e dal rancore. L’italiano consultava di continuo il Rolex, innervosito.

“Non ti preoccupare. Abbiamo tutto il tempo.” Lo rassicurò il suo vecchio amico, che lo stava gentilmente accompagnando.

“Non mi preoccupo d’arrivare puntuale a Heathrow, ma dei miei figli e dei miei nipotini. Vedi ‘sta gente Reggie? Ci sta mostrando l’inferno prossimo venturo. Dobbiamo sbrigarci, il tempo stringe.”

“Per buona sorte la tua mozione è passata. È un passo importante.”

 Ma il nostro programma di aiuti umanitari comporterà costi assai rilevanti, visto che è diretto a mezzo mondo. Non ci permetteranno di andare avanti a lungo.”

“Di questo non ti devi preoccupare, Gian, so come distogliere fondi senza evidenziare buchi nel bilancio. E a ogni modo col consiglio di amministrazione in futuro me la sbrigherò io.”


Portofino (foto di Massimo Bianco)

Due anni e tre mesi erano passati da quel giorno primaverile del 2012. Sir Reginald James Wicked e signora trascorrevano le ferie estive in Italia e, dopo le classiche soste turistiche obbligate, erano andati a trovare l’amico Fabris Di Bartolo, ospiti del suo prestigioso appartamento a Portofino. Dal terrazzino all’ultimo piano si godeva l’incomparabile panorama della piazzetta, con la chiesa e la fila di case a schiera che circondava l’insenatura col porticciolo, dinanzi alla chiostra verdeggiante delle colline. Sir Reginald, che non si stancava mai di contemplarlo, se ne stava affacciato in piedi, le mani poggiate alla balaustra. Il padrone di casa invece sedeva su una sdraio in un angolo.

Udendo la sigla del telegiornale, i due rientrarono nel salone dell’appartamento, giusto in tempo per ascoltare lo speaker annunciare i titoli principali, tutti dedicati a un unico argomento:

“S’aggrava l’epidemia nel terzo mondo, umanità nel panico. Benché molte nazioni non forniscano dati ufficiali, si parla ormai di decine, forse addirittura centinaia di milioni di morti.

Un prestigioso scienziato ha lanciato un clamoroso allarme: una sostanza sintetica di origine sconosciuta è stata isolata in alcune persone infettate dal virus misterioso.

L’Unione Europea, finora esente dall’inspiegabile contagio, chiude i confini col resto del mondo.”

Gian Enrico Fabris De Bartolo rise allegramente. Sapeva fin troppo bene che l’U.E. non correva rischi. Moriva soltanto chi ingeriva direttamente le vivande contaminate e nell’Europa ancora relativamente opulenta i loro prodotti non giungevano.

“Ormai abbiamo vinto, Reginald. Non riusciranno a fermarlo più.”

“Però hanno scoperto l’esistenza della sostanza, l’hai sentito, no? Presto capiranno di non avere a che fare con dei virus biologici ma solo con questo killer prodotto dall’uomo.”

“E allora? I nostri laboratori chimici han fatto un ottimo lavoro. Il nostro cibo è già stato consumato da miliardi di abitanti del terzo mondo e chissà quanti altri ancora lo mangeranno, prima di capire che il veleno sintetico, che agisce mesi dopo essere stato introdotto nell’organismo, proviene da lì.”

“E nel frattempo la popolazione mondiale si sarà più che dimezzata, hai ragione.”

“Così nessuno, uomo o animale, soffrirà più la fame, Reggie. Non vedremo più bambini pelle e ossa, perché ci sarà da mangiare per tutti e il futuro dei nostri figli e nipoti sarà assicurato. Tra un po’ di giorni forse potremmo addirittura provvedere noi stessi a inviare una segnalazione anonima, giusto per far distruggere gli alimenti prima che varchino accidentalmente i confini europei.”

I due imprenditori chiacchieravano tranquilli, felici dei risultati conseguiti, mentre in tv scorrevano le sconvolgenti immagini dei cadaveri gettati a mucchi nelle fosse comuni. Non percepivano alcuna follia in quanto avevano commesso. Dal loro punto di vista, chi veniva colpito dal morbo sarebbe stato destinato a morire comunque di fame, prima o poi. Da autentici samaritani, gli facevano quindi un favore, perché regalandogli una rapida morte, gli evitavano lunghe e atroci sofferenze. E presto, pensava Fabris Di Bartolo, dottore in ingegneria chimica, sarebbero state le grandi nazioni industrializzate a far emigrare in quelle terre ormai disabitate le proprie popolazioni in eccesso.

“Non troveremo però più mano d’opera a basso costo. Per chissà quanti anni l’azienda avrà seri problemi, proprio ora che è così indebitata.” Puntualizzò Wicked con un pizzico di apprensione.

“È un ben piccolo scotto da pagare per la sopravvivenza della civiltà occidentale, questo, non credi? Resisterà. Piuttosto mi domando quanti capiranno il valore del nostro gesto. Riterranno mostri sia noi sia i due chimici coinvolti e consapevoli. Lo giudicheranno un crimine contro l’umanità.”

Sir Reginald si riaffacciò sul terrazzo e abbracciò Portofino con uno sguardo.

“Un male inevitabile, purtroppo. Finiremo i nostri giorni in galera, ma a parte uno, abbiamo tutti più di sessanta anni e la vita ce le siam goduta. Mi spiacerà non poter più ammirare questo meraviglioso panorama, ma ho agito per preservarlo dalle invasioni barbariche. Mi basterà sapere che c’è.”

Fine                   Massimo Bianco

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