Di qua o di là: per la guerra o contro la guerra
Di qua o di là: per la guerra o contro la guerra
il disegno criminale delle cancellerie europee e il sacrificio dell’Ucraina
Sono in molti a sostenere che la terza guerra mondiale è già cominciata. Se si mettono in fila l’attacco Nato alla Russia col corollario del sabotaggio del Nord Stream, il rapimento di Maduro e il furto del petrolio venezuelano, l’aggressione israelo-americana all’Iran, la pirateria occidentale contro la cosiddetta “flotta ombra”, l’impennata delle spese militari, le dinamiche del mercato intorno all’industria bellica, il rabbioso accanimento dei governanti europei contro la federazione russa, il suo presidente, il suo popolo, la sua cultura, si può anche concludere che un conflitto è già in atto, quantomeno nella sua forma di guerra commerciale e di controllo delle fonti di energia.
Ma la guerra è un’altra, terribile cosa e far credere che sia cominciata fa comodo ai suoi fautori perché è un modo subdolo per farne metabolizzare l’eventualità; ci siamo già dentro e non ce ne siamo accorti, se continua così sarà peggio per gli altri, noi siamo al riparo sotto l’ombrello della Nato. La guerra come un videogioco, uno spettacolo da seguire sui telegiornali e sui servizi dal fronte. Il fronte però siamo noi e quell’ombrello verrà spazzato via dal vento della prima onda d’urto e sarebbe il caso di ricordare agli italiani che i quattrocentomila morti – civili e militari – della seconda guerra mondiale se venissimo trascinati in una guerra globale, inevitabilmente nucleare, andrebbero moltiplicati per cinquanta, nell’ipotesi più ottimistica, senza considerare la devastazione sociale e ambientale e al netto degli effetti di lungo periodo.

Bertand Russel by Bassano, vintage print, 1936
Le ossa di Bertrand Russell si rivoltano nella tomba come quelle dei tanti che negli anni del dopoguerra, quando era ancora vivo il ricordo del crimine americano su Hiroshima e Nagasaki, manifestavano per la messa al bando dell’arma atomica, erano davanti agli occhi di tutti come testimoni e monito le macerie e gli edifici sventrati – il centro di Livorno era totalmente distrutto –, tant’è che in piena guerra fredda nessuno si azzardava a ventilare l’ipotesi che potesse diventare calda; la parola d’ordine era per tutti: contenimento del rischio in attesa della distensione. Non era il pacifismo di maniera delle bandiere arcobaleno ma l’amara consapevolezza del pericolo a cui è esposta l’umanità per la follia di pochi e della necessità di attrezzarsi per neutralizzarla.
Per i criminali che tirano i fili delle loro criminali marionette la terza guerra mondiale a pezzi è già cominciata; fatevene una ragione, dicono sghignazzando mentre aspettano il momento in cui i pezzi si uniranno. Nell’attesa preparano le istruzioni per la propria sopravvivenza, costruiscono rifugi sotto le loro dimore, sognano di essere i protagonisti di una nuova stagione dell’umanità liberata dal sovraffollamento. Un delirio del quale non ci si deve stupire se pensiamo alla caratura morale e cognitiva delle élite che frequentano i salotti nei quali si pretende di decidere le sorti del pianeta, dei signori dei mercati, della nuova aristocrazia che fa rimpiangere la ludica Jet Society di qualche decina di anni fa.
Di questi sciagurati dei quali il vecchio Marx non aveva previsto l’avvento, l’interfaccia sono i Merz, i Macron, l’umbratile successore di Starmer, le menadi al vertice dell’Ue e, peggio di tutti, la ahimè nostra Meloni. Peggio di tutti perché avrebbe dovuto essere l’antidoto e si è rivelata il veleno, peggio di tutti perché mentre i suoi compari agiscono alla luce del sole e consentono così una reazione della società civile lei ha trasformato l’arte della politica in quella dell’imbonitore, ha cancellato il confine fra realtà e menzogna, si è assicurata il controllo di tutti i mezzi di informazione, ha sacrificato il Paese alla sua immagine con la complicità interessata di un’opposizione che risponde al medesimo dominus che ce l’ha propinata.

Merz. Meloni, Macron e Burnham
E intanto continua il martellamento ormai non solo mediatico per convincere il popolo bue che la Russia si stia preparando ad attaccarci, anzi ci ha già attaccati. E via con le menzogne: uno stormo di uccelli fa alzare in volo le forze aeree della Nato, droni ucraini che diventano russi, l’attacco russo alla locomotiva di un treno che trasporta armi – nemmeno un graffio alle persone – a 100 Km dal confine che diventa un attacco alla Polonia e la Cia, quella che dà le dritte a ucraini e israeliani per omicidi mirati, che accusa il Cremlino di prepararsi a fare quello che lei sta facendo da decenni. Le cancellerie europee, la Nato e i media al loro servizio straparlano di hybrid warfare condotta dalla Russia quando sono loro che non solo hanno coniato l’espressione ma ne hanno teorizzato la pratica e insegnato agli ucraini come applicarla. Terrorismo, spionaggio, cyberwarfare, ricorso agli assassini islamisti per la strage del Crocus City Hall, autobombe e statuette al tritolo sono il repertorio della guerra ibrida imputata ai russi e praticata sistematicamente dall’Ucraina col supporto europeo e americano.

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Incuranti del fatto incontrovertibile che la continuazione delle guerra porta all’annientamento dell’Ucraina, economicamente azzerata e con una popolazione ridotta a 28 milioni di persone e in continuo calo a fronte dei 35 precedenti il conflitto (s’intende al netto della Crimea e del Donbass tornati alla Russia). La continua emorragia di rifugiati all’estero che non hanno alcuna intenzione di tornare in un Paese già poverissimo e che ora sopravvive solo col sostegno estero – che non può durare all’infinito – , la perdita al fronte di intere generazioni di maschi adulti e una natalità bassa e in costante decremento sono il punto di arrivo della deriva di una realtà politica di per sé instabile finita nelle mani di un manipolo di neonazisti e di un fantoccio imposto da Washington. Ma sulle macerie della nazione sono cresciuti nuovi ricchi che non hanno alcune intenzione di rinunciare alla apparentemente inesauribile fonte del loro arricchimento. E finché gli ucraini non troveranno l’energia e il coraggio per sbarazzarsene le cancellerie europee, anche se orfane della complicità americana, avranno buon gioco nell’usare l’Ucraina come testa di ponte per provocare la Russia, incuranti del fatto che quella testa di ponte stia diventando un cimitero.
La Russia però non reagisce, come fingono di temere e in realtà sperano i pazzi criminali della Nato e dell’Ue. Si illudono che sia debolezza. Nella loro mancanza di umanità oltre che di buonsenso non si rendono conto che un Paese che ha subito nell’ultima guerra perdite quattro volte superiori a quelle di tutti i Paesi occidentali messi insieme (compresa la Germania), quando era ancora viva la memoria dei quasi dodici milioni di morti della “Grande Guerra” e della rivoluzione successiva) ha sviluppato una coscienza antibellicista che riverbera sui suoi governanti. Non è solo la personale moderazione di Putin, ma la sua consapevolezza che la guerra è comunque una calamità, anche per i vincitori, che finora ha tenuto a bada l’orso russo. E non importa se nell’ipotesi di uno scontro frontale l’Europa ne uscirebbe annientata (un’evenienza che andrebbe ricordata a Crosetto e alla Meloni) perché senza l’Europa la Russia stessa andrebbe incontro al tracollo. Questa considerazione ci rassicura ma non ci deve illudere: l’orso russo ha la pelle dura e le punture di spillo lo lasciano indifferente. Ma se si finisce per toccarne la carne viva la zampata diventa inevitabile e che un dio ci aiuti.
Corollario
I media italiani traendo spunto dalle elezioni svedesi hanno ancora una volta dato prova di servilismo e di accanimento nella disinformazione. “L’onda nera si è fermata”, scrivono, riferendosi al modesto risultato dell’SD, il partito dei “democratici svedesi”, nazionalista, xenofobo, dichiaratamente neonazista e non a caso favorevole al riarmo, russofobo e schierato a fianco dell’Ucraina. Siamo agli antipodi rispetto alla AfD tedesca, con la quale condivide soltanto ma da ben altra prospettiva la posizione sui migranti illegali (che per altro almeno a parole nessuno vuole e che gli inglesi, detentori del copyright della democrazia occidentale, sognano di trasferire su uno scoglio in mezzo all’oceano). Una vergognosa manipolazione della realtà, che fa il paio col silenzio riguardo alla matrice storica del nazionalismo ucraino e sulle forze che hanno spinto alla secessione di quella che non solo era una costola della Russia ma l’origine storica della Russia, l’inizio del percorso che portò Mosca a raccogliere il testimone di Bisanzio. La stessa manipolazione che rimuove il legame fra la nostalgia nazista della destra scandinava e quella ucraina. L’onda, quella vera, che ha travolto la Sassonia ed è destinata travolgere la Germania tutta non è né rossa né nera ma semplicemente popolare, contraria al riarmo, decisa a esorcizzare lo spettro della guerra e, diciamolo pure senza reticenza, filorussa. Filorussa perché condanna l’accerchiamento messo in atto dalla Nato contro la federazione russa, lo scoperto tentativo di disintegrarla perché incompatibile sia col modello di un’Europa franco-tedesca sia col disegno egemonico anglo-scandinavo.
La Russia, infatti, anche se mutilata delle sua appendici, è una realtà europea a tutti gli effetti ma sovrasta tutto il resto del continente e deborda su buona parte dell’Asia: difficile integrarla nell’Europa politica che già non riesce a contenere l’Inghilterra. Ma a ben vedere non è l’incompatibilità con la Russia a fare dell’Europa politica un ircocervo, una costruzione posticcia che urta contro l’insopprimibile identità delle nazioni che la compongono. Rotta l’unità religiosa con la riforma protestante, rotta l’unità linguistica con l’abbandono del latino come lingua di una cultura comune, l’Europa politica – improbabile erede dell’Impero e della respublica christianorum – ha cessato di esistere. Rimetterne insieme i cocci è solo una devastante utopia al servizio ora della Germania, ora della Polonia o dei nanerottoli baltici. Un ircocervo figlio di interessi mercantili e del pur legittimo desiderio di mettere fine a secoli di conflitti interni al continente culminati col massacro della seconda guerra mondiale, il cui conto più salato l’ha per altro pagato proprio la Russia contro la quale quell’ircocervo paradossalmente prese forma.
Ma il paradosso più insopportabile è proprio nel contrasto fra l’idea di un’Europa pacificatrice e disarmata, somma di lingue e culture diverse, e l’istituzione sovranazionale che ci viene imposta, indifferente alle specificità nazionali, di lingua inglese e priva di qualsiasi fondamento culturale, sradicata dalla storia, tesa a rafforzarsi politicamente col collante della difesa comune: parassitismo burocratico da un lato, struttura militare dall’altro. Una creatura mostruosa che pretende di affiancarsi alle grandi realtà politiche mondiali impegnate alla realizzazione di un nuovo ordine planetario, rispetto al quale quella creatura artificiale è solo un ostacolo, un fattore di disturbo. La normalità, la pace, la democrazia, la libera espressione della creatività implicano la sovranità, la specificità, la lingua e la cultura dei grandi Paesi europei, ciascuno dei quali ha sviluppato in forma originale il patrimonio culturale comune rappresentato dal lascito della civiltà greco-romana sopravvissuta e rielaborata dopo la cristianizzazione e la germanizzazione.
Il distillato della politica attuale sono la tutela di interessi personali e di gruppo e il rispetto delle direttive dei patroni nazionali e sovranazionali ai quali deve rispondere, la cui pluralità giustifica le specificità di partiti altrimenti intercambiabili. C’è però una linea di demarcazione inequivocabile, chiara netta e distinta che separa la totalità dei partiti europei, che siano etichettati di destra, di sinistra o di centro, conservatori o progressisti, dalle necessità reali dei popoli europei: il conflitto ucraino. Di qua o di là: accanto all’Ucraina, vale a dire riarmo, crisi energetica, impoverimento e sospensione sull’orlo dell’abisso o riconoscimento pieno e convinto delle ragioni della Russia, ritorno agli accordi di Minsk e proseguimento della via diplomatica per la soluzione dei problemi irrisolti seguiti al crollo del comunismo, senza che questi siano un pretesto per bloccare il cammino verso un nuovo ordine mondiale.
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