CRISTIANI E MUSULMANI (III)

La battaglia di Vienna 1683
Un poderoso esercito, guidato dal visir Kara Mustafa Pascià, si mise in marcia alla volta di Vienna, considerato l’ultimo baluardo da espugnare per poi avere mano libera sull’intera Europa, ossia sull’ambizioso traguardo accarezzato da parecchi sultani, a cominciare da Maometto II, dopo la cruciale presa di Costantinopoli nel 1453.

Lo sterminato schieramento dell’esercito ottomano in marcia verso Vienna secondo il piano del visir Kara Mustafa, che, per la mancata vittoria, si giocò la testa
Gli Stati europei non avevano eserciti formati da professionisti della guerra se non in minima parte, a differenza dell’esercito ottomano, irrobustito anche dalla guardia scelta del sultano: i giannizzeri, schiavi allevati sin dall’infanzia nell’arte marziale.
Questa la formazione ottomana che la nuova Lega Santa doveva affrontare:
- 40.000 giannizzeri;
- 40.000 cavalieri;
- 20-30.000 tatari del khanato di Crimea;
- 70-80.000 forze regolari di fanteria.
L’esercito in marcia verso Vienna aveva quindi tutti i requisiti per definirsi invincibile. Agli inizi di luglio l’esercito arrivò a Vienna e si dispose in circolo attorno alle mura della città, dando inizio ad un assedio che sarebbe durato oltre 2 mesi.
L’imperatore Leopoldo I e l’aristocrazia si erano in precedenza allontanati da Vienna, con l’intento di mettere insieme, sotto l’autorevole auspicio e impegno diplomatico di papa Innocenzo XI, un esercito composto da varie forze europee, in grado di battere gli assedianti e liberare i viennesi.
Gli assediati potevano nel frattempo contare su una forza militare talmente inferiore (una guarnigione di undicimila soldati male equipaggiati), da non essere in grado di contrastare validamente gli attacchi degli assedianti. Il loro maggior punto di forza era il baluardo offerto dalle possenti mura di cinta, atte a rintuzzare il fuoco dei cannoni nemici, per quanto poderosi.
Per accorciare comunque i tempi dell’assedio, Kara Mustafa aveva fatto largo uso dei nuovi sviluppi dell’ingegneria militare, scavando dei tunnel sotto le mura, per poi porvi delle mine, esploderle e aprire altrettante brecce.

I turchi avevano sviluppato una nuova tecnica per abbattere le mura delle città assediate, oltre ai colpi di poderosi cannoni: gallerie in prossimità e fin sotto le mura per poi farle saltare e aprire nuove brecce
In Vienna, oltre allo scoramento di vedersi presto destinati a morire sotto il fuoco nemico, cominciarono presto a scarseggiare i viveri e le munizioni e ad attecchire le malattie. Una resa in quelle condizioni significava affrontare il naturale epilogo di ogni assedio: saccheggi, stupri e decimazioni.

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Tuttavia, Leopoldo I non era rimasto inerte ed anzi era riuscito a convincere la Germania e la Polonia che, se fosse caduta Vienna, loro sarebbero state le prossime vittime. In particolare, il re polacco Giovanni III Sobieski vantava al suo servizio la leggendaria cavalleria alata Ussara, che sarebbe stata decisiva nel conseguimento della vittoria. In sostanza, gli sforzi diplomatici di papa Innocenzo XI, anche grazie al suo inviato, il frate cappuccino Marco d’Aviano, che si prodigò senza sosta, riuscirono a far superare ancestrali rivalità e a mettere in campo il seguente schieramento, per un totale di 75.000 uomini, a riformare la Lega Santa:
- 30.000 polacchi al comando di Giovanni III Sobieski, con 5.000 ussari alati;
- 18.500 austriaci, toscani, veneziani e mantovani, al comando di Carlo V, duca di Lorena e del principe Eugenio di Savoia;
- 19.000 franconi, svevi e bavaresi al comando di Giorgio Federico di Waldeck;
- 9.000 sassoni, al comando di Giovanni III di Sassonia.

Ritratto di Jan III Sobieski, re di Polonia e comandante dei mitici cavalieri Ussari

Immagine ideale dei leggendari cavalieri ussari che irrompono a sorpresa imprimendo la svolta decisiva della battaglia di Vienna a favore della Lega Santa. Le ali sulla schiena ad alta velocità facevano un rumore che si aggiungeva a quello degli zoccoli dei cavalli incutendo un forte timore nei nemici al pensiero di esserne di lì a poco travolti
Quando la guarnigione a difesa di Vienna cominciò a vacillare, dopo oltre due mesi di incessante martellamento dei cannoni ottomani, senza quasi più cibo e munizioni, e fiaccata dalle malattie, la tattica di Sobieski, di apparire all’improvviso dalla cima di una collina prossima a Vienna e irrompere in forza contro l’accampamento nemico, con l’aggiuntivo vantaggio della sorpresa, riuscì a sgominare la resistenza avversaria e a salvare Vienna da un’ingloriosa e cruenta fine. L’esercito assediante dovette ritirarsi in tutta fretta, lasciando sul campo un ingente bottino di armi, munizioni e valori, frutti di precedenti saccheggi; mentre una triste fine attendeva il generale sconfitto Kara Mustafa, fatto strangolare dal sultano Mehmed IV, così come il suo vice Ibrahim di Buda, cui toccò l’impiccagione: i sultani ottomani non ammettevano sconfitte.
Da notare l’esordio in battaglia del principe Eugenio di Savoia, che sarebbe stato di lì a pochi anni, nel 1697, il geniale generale che sconfisse nuovamente i turchi nella Battaglia di Zenda, facendo di lui, anche in successive battaglie, un uomo d’armi tra i più apprezzati nei circoli militari e nelle corti europee. Basti far cenno a Napoleone che, circa un secolo dopo, studiò a lungo le sue strategie, per trarne profitto nel corso delle sue proprie campagne militari.

Durante la Battaglia di Zenda il principe Eugenio di Savoia disobbedì agli ordini superiori, rischiando il processo in caso di sconfitta. Infatti, attaccò per decisione autonoma gli accampamenti ottomani nel momento in cui erano più vulnerabili, conseguendo una vittoria che fece di lui uno dei più acclamati strateghi militari
Come vediamo, ogni vittoria dei cristiani sui turchi sembra sempre essere quella definitiva per far desistere gli eterni nemici dal sogno europeo, regolarmente seguita da un ulteriore tentativo, fino al secolo XVIII inoltrato, col principe Eugenio sempre protagonista, grazie alla sua fama di grande stratega.
In questo e nei precedenti capitoli ho fatto menzione solo degli scontri più grandi per numero di combattenti, ma scorrendo la storia degli scontri coi turchi, ci accorgiamo che la lista delle scorrerie, dei saccheggi, delle conquiste territoriali è di gran lunga maggiore. (Vedi anche la lista nel 1° Capitolo).
Voglio solo chiudere la lista degli scontri di maggior rilievo (tacendo delle scorrerie e scaramucce lungo le coste italiane) aggiungendo solo un accenno a quella che fu la Battaglia (o Sacco) di Otranto, che si svolse, ad armi estremamente impari, tra luglio e agosto 1480.
Non si trattò di un attacco estemporaneo: Maometto II, il vincitore di Costantinopoli, accarezzava il sogno di invadere e incorporare l’intera Italia, anche per togliere di mezzo l’ingombrante papato, ossia il punto focale della cristianità. E Otranto voleva solo essere il luogo di primo sbarco per poi percorrere e mettere a ferro e fuoco l’intera penisola, frammentata in piccoli Stati in perenne contrasto tra loro.
Le navi turche approdarono nella baia, poi detta “dei turchi”, con l’apporto di una enorme quantità di soldati, i quali incontrarono la fiera resistenza, ma quanto mai inadeguata, degli otrantini, arroccati nella vicina cittadella fortificata assieme al resto della popolazione di seimila abitanti. Quando i turchi ebbero alla fine la meglio, misero in atto il solito copione, in versione addirittura peggiorativa: portarono via i ragazzi più giovani e le donne, per poi venderli come schiavi.

La Cattedrale di Otranto ospita la Cappella dei Martiri (santificati da papa Francesco), le cui enormi teche contengono le ossa di 800 otrantini trucidati dai turchi nel 1480
Quanto ai maschi adulti, li trucidarono a colpi di sciabola su una spiaggia; e sgozzarono tutti gli infanti. In sostanza, la maggior parte dei cittadini otrantini venne uccisa; il resto venne venduto sul mercato degli schiavi. Queste efferatezze potrebbero apparire agli occhi odierni europei come atrocità fini a se stesse, mentre il loro scopo era di seminare il terrore, paralizzante di tutte le forze che avrebbero osato in futuro affrontare queste spietate orde barbariche. Era una forma di terrorismo statale ante litteram. Con una essenziale differenza rispetto ai barbari che sconfissero l’impero romano: quelli finirono con il romanizzarsi, con l’abbracciare il culto cristiano, integrandosi con i vinti. Nulla di ciò vale per i musulmani, portatori di una religione che del cristianesimo condanna i principi fondanti e mira a distruggerla, cominciando col pretendere la conversione dei cristiani all’islamismo, l’abiura della religione cristiana, pena la morte. Come accaduto, appunto, ad Otranto, dando la facoltà ad un papa odierno di santificarli per aver preferito la morte all’abiura.
Osservazioni finali
Abbiamo visto in tutte queste pagine i fiumi di sangue che la cristianità fu costretta a versare per salvare le proprie terre, i propri averi, le proprie famiglie e il loro credo dalle mire espansionistiche musulmane attraverso sedici secoli, da quando, nel VII secolo, Maometto e la sua religione irruppero sulla scena mondiale.
Oggi, sembra che quel sangue sia stato del tutto dimenticato dagli Stati europei che, pur esistendo come cristiani grazie a quel sangue, oppongono confini quasi inesistenti alle nuove orde di musulmani che premono sulle coste mediterranee europee e sui confini orientali, accomunati in ambo i casi dall’osservanza islamica, pur dovendo constatare che il loro comune sentimento è l’odio verso di noi.

Invasioni alla spicciolata. Qui la presa in giro è totale: l’ottimo stato del natante, i salvagenti nuovi fiammanti e il mare tranquillo non giustificherebbero la qualifica di naufraghi. Non potrebbero arrivare in Italia così. Ed ecco il ricorso al trasbordo su navi ONG allertate già alla partenza. Si noti: tutti maschi giovani e adatti al servizio militare. Lo svolgono così, in missione all’estero
Non usano più la forza delle armi i nuovi invasori, facendo invece appello alla cristiana pietà, configurandosi come perseguitati da guerre inesistenti o da tirannidi, pretendendo di poter scegliere in quale nazione e in quale porto sbarcare, inevitabilmente italiani, col plauso delle sinistre, che asseriscono di vedere in loro i futuri sostituti della calante popolazione autoctona.
Una farsa, che non necessita di particolari doti inquisitorie per comprenderne le trame, avvenendo oramai sotto la luce del sole l’alleanza tra scafisti e navi ONG, perlopiù tedesche, che però negano di accogliere in patria il frutto del loro “raccolto” appellandosi al demenziale Trattato di Lisbona. Per rendere più credile questa pretesa assistenza a improbabili naufraghi, spesso in mare tranquillo, si imbarcano i clandestini su barconi del tutto inabili ad entrare in mare. O almeno, così si soleva fare: vedi foto sopra.
L’Italia ha opposto a questa collaudata organizzazione una scomposta difesa, al contrario di nazioni come Polonia, Ungheria e Slovacchia, in Europa, e Giappone, alle prese con gli stessi problemi, di immigrazione clandestina e di popolazione in calo, anteponendo la conservazione della propria identità etnica, culturale e religiosa alla patetica scorciatoia di sostituire le mancate nascite con immigrati clandestini, lasciando alle losche organizzazioni che dirigono il traffico di scegliere chi e dove mandare i propri tristi carichi.

Due premier di destra, Giorgia Meloni e Sanae Takaichi. Di fatto, due politiche diverse. La seconda ha affermato: “Meglio che la popolazione si riduca piuttosto che riempire il paese di immigrati poco qualificati provenienti da culture aliene. Preservare lo stile di vita del Giappone conta più del lavoro a basso costo. Possiamo risolvere la crisi della natalità senza affidarci a stranieri incompatibili. Non hai più un paese quando diventi minoranza”
La premier giapponese l’ha detto con chiarezza: preferiamo calare di numero, ma non imbastardirci con chi, senza chiedere il permesso, decide di entrare e stabilirsi nel nostro Paese.
Al contrario, l’Europa è governata da una giunta, peraltro non eletta, che si distingue per le scelte sbagliate, tra cui la cieca osservanza dei mantra finanziari della crescita perenne; quasi che il benessere sia proporzionale al numero di abitanti.
Ritengo doveroso fare un’esenzione: gli albanesi, pure se islamici, che arrivarono in massa negli anni ’90, si sono in gran parte integrati, lavorando duramente, specie in un campo in cui sono molto versati: l’edilizia. Tant’è che, a trent’anni di stanza, poco li distingue dagli italiani, forse per il retaggio di anni lontani, quando dello Stato italiano fecero parte integrante e appresero la nostra lingua, che tuttora si parla in Albania come seconda lingua.

Sembra tuttavia che la misura abbia superato ogni limite di tolleranza e il vento stia finalmente cambiando, anche a livello UE e in Paesi asiatici liberi, come la Thailandia nei respingimenti dei clandestini; ma i milioni di immigrati clandestini che i porti e le frontiere aperti hanno lasciato attecchire sul suolo europeo negli scorsi decenni sono tutt’altro che facili da “remigrare”, in quanto sono spesso persone con conti in sospeso con la giustizia e che comunque le nazioni di origine non sono disposte a riprendersi.
C’è tuttavia chi in Italia la remigrazione la propone nella certezza di poterla mettere in atto una volta al governo. C’è da sperare che non sia un’ennesima promessa elettorale, ultima della serie che i politici ci hanno ammannito da ormai ottant’anni ogniqualvolta sono passati dai banchi dell’opposizione a Palazzo Chigi.
Marco Giacinto Pellifroni 20 settembre 2026
Complimenti per aver conciliato analisi documentazione puntuale e una sintesi efficace e convincente. Bisognerebbe che nelle scuole si facesse altrettanto. Gli italiani non sanno a quale catastrofe etnica e culturale vanno incontro.