La sfida a sinistra per il 2027
La sfida a sinistra per il 2027
Il Torero Camomillo contro Maga Maghella
Sommario: Conte e Schlein si contendono la leadership del centrosinistra. Nelle pieghe dei social, dei retroscena e delle cronache non ufficiali, il duello appare sempre più come una lotta tra il matador dormiente e la maga delle illusioni. Finirà con la soppressione politica di uno dei due o con la designazione di un terzo incomodo? Domanda legittima. Risposta, allo stato: boh.

Conte e Schlein
Roma. C’è un’arena che non è un’arena. È il campo largo. Largo come l’oceano, profondo come una pozzanghera. E in questo campo, da mesi, due figure si aggirano con l’aria di chi ha già vinto le elezioni del 2027, salvo poi scoprire, sondaggio dopo sondaggio, retroscena dopo retroscena, che l’unico vero vincitore, per ora, è l’elettore che si astiene.
I due gladiatori rispondono ai nomi di Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Ma siccome la politica italiana, quando non è tragedia, è farsa, e quando è entrambe le cose insieme diventa Carosello, conviene raccontare questo duello per ciò che realmente è: il Torero Camomillo contro Maga Maghella.
Non è satira gratuita. È l’unica rappresentazione che spiega la paralisi.

PUBBLICITA’
«Il Torero Camomillo». Chi è, davvero? Non è un personaggio televisivo qualunque. Nasce nel 1968, durante il decimo Zecchino d’Oro, da una canzone scritta da Franco Maresca e Mario Pagano e interpretata da Michele Grandolfo, un bambino come tanti. La canzone raccontava di un torero anomalo, «il matador tranquillo, che dorme appena può», un uomo che nell’arena non cercava la gloria ma il sonno, che se il toro gli si avvicinava non estraeva la spada ma schiacciava un pisolino. L’ambasciatore spagnolo dell’epoca la considerò una presa per i fondelli del machismo iberico, del superuomo che scendeva nell’arena a sfidare la morte. Ecco: sostituite il toro con Giorgia Meloni e il pisolino con una conferenza stampa alla festa del Fatto Quotidiano, e avete il ritratto perfetto del leader del Movimento 5 Stelle. Conte non ha fretta. Ha già governato. Ha il Pnrr nel curriculum. Ha l’esperienza. Ha soprattutto i numeri: tra gli elettori del centrosinistra è dato al 31,9%, contro il 18,4% della rivale. Il Torero Camomillo non attacca frontalmente. Aspetta. Aspetta che Schlein si stanchi, che il Pd si divida, che il toro Meloni carichi a vuoto. Il matador tranquillo non vince con la spada: vince con il sonno.
«Maga Maghella». E poi c’è lei. Ma chi è, davvero, Maga Maghella? Non è una bambola qualunque. Nasce nel 1971, durante Canzonissima, da un’idea di Raffaella Carrà, che la inventò come personaggio per lo spazio dedicato ai bambini. Era una mini-astrologa con il caschetto biondo e il vestito blu a stelline, che leggeva l’oroscopo ai più piccoli con una bacchetta e una sfera di cristallo. La canzone, scritta da Castellano e Pipolo, divenne l’infrasigla della trasmissione, e la ditta Effe Bambole Franca ne trasse una bambola con le sembianze della Carrà. Maga Maghella guarda nella sfera di cristallo e vede il futuro. Maga Maghella sa leggere i segni. Maga Maghella ti dice che il Pd è «perno imprescindibile per l’alternativa», che «prima viene il programma e poi si decide con gli alleati», che «se le faremo vinceremo insieme quelle primarie». E però, come ogni maga che si rispetti, la sfera di cristallo ha un piccolo difetto: mostra ciò che si vuole vedere, non ciò che c’è da vedere. E ciò che c’è da vedere, per la povera Maga Maghella, è che il suo rivale la surclassa nei sondaggi. La maga agita la bacchetta, recita la formula, «siamo testardamente unitari perché ce lo chiedete voi», ma la pozione non fa effetto. Il futuro, semplicemente, non è scritto nella sfera. O forse sì, ma è scritto male.
«Il copione». La sceneggiatura di questo scontro è già scritta, e come ogni buon copione di Carosello si ripete puntualmente ogni sera, sempre uguale, sempre diverso. Alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia, Schlein chiude con un comizio di quasi due ore, cinquemila persone ad applaudire, bandiere al vento. Rivendica il Pd come perno imprescindibile, attacca il governo Meloni definendolo «inutilmente lungo», rassicura gli alleati sul sostegno all’Ucraina, «continueremo a sostenere il popolo ingiustamente invaso», e lancia la sua candidatura di fatto: «Noi siamo e ci faremo trovare pronti in qualsiasi momento ci porterà al voto». Sembra una leader. Sembra una candidata. Sembra che la sfera di cristallo funzioni.
Poche ore prima, dall’altra parte della città, anzi, dall’altra parte della coalizione, il Torero Camomillo aveva già sparato il suo colpo. «Non firmerò un programma che preveda di continuare ad inviare armi a Kiev». Non contento, aveva aggiunto che la regola del partito più forte, quella che il Pd vorrebbe imporre, è «una regola egemonica e non è una categoria politica». E poi, con la serenità di chi sa di avere i numeri: «Non continuate a dire che il Movimento vuole assolutamente le primarie e che Conte vuole tornare a Palazzo Chigi».
Traduzione dal politichese al volgare: se volete la mia firma sul programma, prima chiarite la linea sull’Ucraina. E se pensate di candidare Schlein perché il Pd è più grande, state freschi.
La reazione del Pd non si fa attendere. «Il sostegno all’Ucraina continuerà, questo è certo», rispondono all’unisono Sensi, Quartapelle e Guerini. Dentro il partito, la tensione è palpabile. Schlein cerca di stemperare: «Lui vuole metterci in difficoltà schiacciandoci su una posizione guerrafondaia che non è la nostra». Ma il danno è fatto. E mentre i due si scambiano accuse a distanza, il Tempo rivela che l’unica cosa che i leader del campo largo possono scrivere insieme è «una cartolina di saluti di fine estate, ma forse litigherebbero anche su quella».
«I pattern». Se questo fosse un cartone animato, la scena si ripeterebbe identica in ogni episodio. Primo pattern: il veto incrociato. Conte mette il veto sulle armi a Kiev. Schlein mette il veto sull’egemonia di Conte. Conte dice che la regola del partito più forte è inaccettabile. Schlein dice che il Pd è il perno. Nessuno dei due cede. Nessuno dei due può cedere. Perché cedere significherebbe, come nel cartone animato, finire schiacciati sotto il peso dell’altro.
Secondo pattern: la schermaglia sui social. Mentre Schlein chiude la Festa dell’Unità con un discorso fiume, Conte pubblica un video sui social in cui visita una scuola primaria ristrutturata col Pnrr. Alla lavagna scrive: «No al riarmo, sì a scuole più sicure». Il messaggio è chiaro: io ho fatto, tu parli. La Maga Maghella agita la bacchetta, il Torero Camomillo mostra i mattoni. Chi vince? Dipende da chi guarda.
Terzo pattern: il messaggino proibito. Alla Festa dell’Unità, mentre Conte dibatte con Bonaccini, sui cellulari dei giovani democratici arriva un messaggio che scompare una volta aperto: non applaudite Conte. Il Torero, però, ha la sua claque sotto il palco e riceve comunque applausi fragorosi. La Maga Maghella prova a controllare la narrazione, ma la narrazione le sfugge tra le dita come sabbia.
«Il terzo incomodo». E qui arriviamo al punto cruciale. Perché in ogni cartone animato che si rispetti, quando due personaggi si azzuffano per il ruolo di protagonista, c’è sempre un terzo che aspetta in panchina. Nel campo largo, il terzo incomodo ha un nome e un cognome? Silvia Salis, sindaca di Genova, aspirante leader del fronte moderato, non vuole le primarie e ha già annunciato che, nel caso, voterebbe scheda bianca. Nei sondaggi è seconda solo a Conte tra chi può battere Meloni, con l’11,8% contro il 20,7% del Torero e il 10,2% della Maga. E se qualcuno pensa che sia solo una comparsa, ricordiamo che nel 2027 si vota anche per il Quirinale nel 2029: il «patto per il Quirinale», come lo chiama Sallusti, potrebbe essere l’unica vera ragione per cui il campo largo esiste.
Ma chi può essere, davvero, il terzo incomodo in questo casino? Domanda oziosa, forse. La risposta, allo stato, è: boh. Potrebbe essere un presidente del Consiglio imposto dagli elettori, un notaio istituzionale, un candidato di compromesso che nessuno ha ancora il coraggio di nominare. O potrebbe non esserci. Perché il campo largo, come tutti i condomini in lite per le parti comuni, non produce mai un terzo: produce solo una causa civile.
«La tesi». Perché il Torero Camomillo e Maga Maghella? Perché questa è l’unica metafora che regge. Il Torero Camomillo non ha fretta. Ha già governato. Ha il Pnrr. Ha l’esperienza. Ha i numeri. E soprattutto ha la tranquillità di chi sa che il tempo lavora per lui. La sua strategia non è attaccare frontalmente: è aspettare. Aspettare che Schlein si stanchi, che il Pd si divida, che il toro Meloni carichi a vuoto. Il matador tranquillo non vince con la spada: vince con il sonno.

Silvia Salis
Maga Maghella, al contrario, ha fretta. Deve dimostrare di essere una leader. Deve dimostrare che il Pd è il perno. Deve dimostrare che le primarie non le fanno paura. Ma ogni volta che guarda nella sfera di cristallo, vede Conte più avanti di lei. E allora agita la bacchetta, recita la formula, lancia il programma comune, ma la pozione non funziona. Perché il problema non è la pozione. Il problema è che la sfera di cristallo non mente mai. E la sfera dice: 31,9% contro 18,4%.
«Epilogo provvisorio». Come finirà? Le opzioni sono tre. Opzione A: il Torero si addormenta sul toro. Conte vince le primarie, guida il campo largo, e Schlein, come ogni Maga Maghella che si rispetti, scompare nel nulla dopo aver recitato l’ultima formula. Fine della trasmissione. Opzione B: la Maga trasforma il Torero in ranocchio. Schlein convince il Pd e gli alleati che l’unico modo per vincere è candidare lei. Conte, fedele alla sua natura, si ritira in buon ordine e torna a fare il professore. Fine della trasmissione. Opzione C: il terzo incomodo. Silvia Salis, o chi per lei, emerge come candidato di compromesso. Conte e Schlein si guardano negli occhi, capiscono di essere stati fregati entrambi, e, come nel miglior finale di Carosello, «a domani, con un altro prodotto».
Ma qualunque sia l’epilogo, una cosa è certa: il campo largo non è un campo. È un’arena. E nell’arena, come diceva il Torero Camomillo, «se il toro ti è vicino, tu schiacci un pisolino e non ci pensi più». Il problema è che il toro, stavolta, si chiama Giorgia Meloni. E non ha nessuna intenzione di lasciar dormire nessuno.
