Quella notte io c’ero…

La rubrica firmata da Alberto Bonvicini, già comandante della Polizia Postale di Savona,  ci accompagnerà con riflessioni dedicate all’impatto dei social network, di internet e delle nuove tecnologie sulla nostra società.
Con lo sguardo esperto di chi ha vissuto in prima linea l’evoluzione (e le derive) del mondo digitale, Bonvicini ci offrirà analisi lucide e senza filtri su temi che toccano da vicino il nostro quotidiano: dalle devianze giovanili alla cultura dell’emulazione, dal web come strumento educativo o distruttivo fino al lento smarrirsi del senso critico.
Uno spazio di pensiero libero, per leggere con occhi diversi quello che ci succede intorno.

Quella notte io c’ero…

Ci sono giorni che iniziano già in salita dal mattino. Ore 4: piove forte e non ricordi se hai tolto la divisa stesa fuori, perché hai fatto una settimana senza riposo e la stessa ha bisogno di prendere aria. Ma esci di corsa: ormai è fradicia. Allora tiri fuori quella di riserva, che però non è della taglia giusta, così chiedi alla mamma — che per fortuna è una sarta molto brava — se riesce a fare il miracolo entro le 17, perché ti è stato chiesto di arrivare a Ponte dei Mille un’ora prima delle previste 19.

Il motivo è molto semplice: è periodo di ferie, luglio è più ambito di agosto e dentro al commissariato resta un terzo della forza per coprire tutti i turni della giornata. Io avevo appena un anno di servizio e consideravo, più o meno, le disposizioni di servizio come la Bibbia, anche se era molto chiaro che, in seguito, sarebbe stato più utile, redditizio o vantaggioso prendere tutto in maniera più blanda.

Gli anziani saggi, presso quel commissariato, certo non mancavano e chi mi aveva preso in simpatia — se non altro perché alla pasticceria-bar di Di Negro offrivo io la colazione — più volte mi aveva detto, in pugliese, calabro, siciliano, molisano o abruzzese, che dovevo andarci piano e fare al rallentatore anche ciò che si poteva fare in prima o in retromarcia.

Sorridevo, salivo sulla Golf GTI e andavo in caserma, a Ponte Spinola, dove, prima di riposare un po’, scherzavo con il maresciallo Valentino, vera autorità dell’intero commissariato in materia amministrativa. Poi due partite a biliardino con gli accasermati e, quindi, piuttosto velocemente, in sala mensa. Il menù era, più o meno, sempre lo stesso.

Così, finito il turno di notte trascorso con il ritmo della quinta, a casa chiedevo a mamma, oltre che di accorciare e stringere pantaloni e camicia, di fare le lasagne al forno, l’arrosto e il budino, perché il tiramisù, all’epoca, non si usava ancora.

Il 18 luglio partivo con la divisa nuova appesa dietro alla portiera e Mango che cantava “Nella mia città”, dallo stereo Clarion con 100 watt sparati nelle dodici casse del pannello posteriore. Arrivavo a Genova alle 17.50 e lì l’appuntato Marasco, all’ingresso, mi diceva che era meglio spostare l’auto perché, sai, c’era già gente che diceva: «Ma come cazzo fa ’sto pinguino del cazzo ad avere un’auto da 20 milioni a vent’anni?».

Così la spostavo e la mettevo nella zona “topocefalo”, perché lì i pesci e i topi giganti lottavano per decidere chi dovesse essere tirato fuori o annegato, perché trascinato sotto. Entro e vedo il funzionario salire sull’auto civile e il dirigente che chiudeva la porta. Entro nel mio settore e parlo con un superiore, Calisti. Anche lui mi dice: «Bonvicini, fai attenzione, perché qualcuno ti ha già sui coglioni. Dicono: “Minchia, quella guardia in prova dove cazzo l’ha presa ’sta macchina?”. Poi arriva con le Tod’s, i jeans Spitfire, la camicia e i Ray-Ban a specchio…».

E sì, chi invece mi aveva dimostrato subito un po’ di amicizia me lo diceva piano, magari dentro l’auto di servizio, per non farsi sentire: «Quagliò, qua non hai capito: qui il poliziotto deve essere basso, grasso, possibilmente ignorante e con il mutuo. Allora va bene. Tu arrivi sorridente e bello come il sole, sembri un sosia di Iceman di Top Gun, e questi ti odiano».

Infatti, non a caso, in quegli anni mi chiedevano di posare con i vestiti dei negozi per la pubblicità e io lo facevo più che volentieri, perché non ti arricchivi, oltre al tuo lavoro da geometra, ma ci uscivano tranquillamente la benzina, la discoteca e le sigarette. E andava bene così.

Però quelli svegli, i furbi, ma anche quelli che contavano all’interno dell’ufficio, tra cui il dirigente superiore dottor Antonio Passaro, avevano capito che su di me potevano contare sempre e in qualsiasi momento, a qualunque ora e in qualsiasi giorno o notte, che fosse Natale, Ferragosto, Capodanno o Pasqua. Essere messo alla prova in qualsiasi situazione o fatto che riguardasse il servizio mi galvanizzava e affrontavo tutto con estremo entusiasmo, forza, coraggio e interesse. Il che era tanta roba in ambienti in cui spesso si pensava alla fine dell’orario di servizio, alle ferie, allo straordinario e ad altro.

Questo entusiasmo, che in realtà ho sempre avuto da quando sono nato, era presente già ai tempi della scuola e anche nel primo lavoro svolto come geometra in uno studio tecnico affermato, dove però le facce erano allegre come quelle degli interpreti del film “Il nome della rosa”. Fu compito mio, oltre che fare più ore dell’orologio, entusiasmarli un po’ o farli ridere anche durante un rilevamento, un progetto o un condono edilizio, molto di moda a metà degli anni Ottanta. Quando me ne andai mi ringraziarono tutti, ognuno per conto suo, dato che, per miracolo, si erano divertiti lavorando.

La stessa cosa non mi riuscì con la divisa addosso, perché la differenza sta nel fatto che voler fare un po’ di più — o comunque fare, perché per me è sempre stato giusto fare e non fingere di fare — poteva creare, e creò, un precedente pericoloso, da combattere possibilmente con le parole, i sentito dire e, in parte, con azioni vigliacche compiute alle spalle.

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Svolgevo la maggior parte dei turni di servizio come addetto alla centrale operativa e, nei turni di rientro o di straordinario, come addetto alla volante oppure a disposizione del dirigente o del funzionario incaricato; qualche volta anche fuori sede. Sempre con il massimo impegno e la massima correttezza e, appunto, senza guardare mai né l’ora né i soldi.

Una sera, accompagnando il dirigente con l’Alfetta bianca presso la sua abitazione, nel bel quartiere di Albaro a Genova, mi disse: «Bello mio, appena puoi studia, fai il concorso e togliti la giubba da guardia di dosso, perché tu sei troppo buono e gentile e non conti un cazzo. Qua è pieno di casuari, semplici e purtroppo pure graduati, e devi stare attento, perché, tranne il cefalo in acqua o il capitone spiaggiato, possono tutti scriverti sul groppone. Il che, se poi vuoi fermarti a fare servizio, è un problema».

«Grazie, signor dirigente, della sua gentilezza e anche dei consigli».

«Eh, ma no, mannaggia, sei troppo educato! Vabbò, ciao e non sgommare mentre vai in retromarcia…».

Ogni tanto ci penso. Seppi poi che morì molto presto, all’inizio degli anni Novanta, mentre io pensavo che fosse immortale. Era alto 1,65, non di più. Quando alzava la voce si mettevano sull’attenti anche gli alberi delle barche a vela e quelli dei giardini lì vicino. Ma era giusto così: era stato ufficiale negli anni dei grandi scioperi e delle contestazioni ed era già un alto graduato ai tempi delle cellule BR e del terrorismo.

Ricorderò sempre i suoi racconti, un po’ diversi dal politicamente corretto. Per esempio, parlando dell’omicidio del giudice Coco, che conosceva, mi disse: «I più contenti sono stati quei fetentoni di certi suoi colleghi, quando morì». E di via Fracchia disse: «Non è stata per nulla un’operazione di polizia, ma è stato un massacro. E non si spara a una guagliona da viva, figurati se dorme pure».

Tutte cose che guai se le dicevi o nominavi. A questo punto mi direte: che cosa c’entra questo racconto con l’argomento principale? C’entra eccome, perché già da subito cominciai a capire che tutto ciò che si diceva e di cui si parlava era soltanto una coreografia. La realtà, la realtà vera, era fatta di cose dure, crude, di tante falsità o “show”, come diceva un gran sottufficiale di nome Verdile. Parlava di show quando mi spiegava che lo Stato, a volte, fa tanto casino sulle minchiate perché non vuole che si presti la giusta attenzione alle cose importanti, quelle sulle quali ti fregano o ti prendono per il culo.

Ricordo che, quando arrivavo in servizio al pomeriggio, mi salutava e diceva: «Schuster» — mi chiamava così per la mia somiglianza con il calciatore tedesco — «chi siamo oggi, qui in manicomio?».

E io: «Siamo io, lei, Macaluso, Dell’Aura, Marasco, Tinti, Zappatore, La Licata, Giovannone…».

«Ah sì? E allora siamo soli», come a dire che si fidava poco.

Quando, di notte, i colleghi rientravano verso le 5 con la focaccia calda, pronunciava sempre: «Vabbò, però non c’è il vino bianco e io l’acqua non la uso neanche per lavarmi i denti». E giù tre o quattro pezzi di focaccia incandescente, tanto che qualche volta ho pensato avesse il palato d’amianto.

Anche la sera del 18 luglio faceva un caldo che non potete immaginare. La gente sfrecciava in moto senza maglietta. Stavo parcheggiando sul piazzale e, da lontano, vidi arrivare la sua sagoma in stile Aldo Maccione anni Settanta, con pantaloni beige, mocassini marrone bruciato, camicia a maniche corte a righe nere, verdi e blu, catena d’oro e la sigaretta Astor fissa tra le dita.

Entro, saluto gli smontanti e ci contiamo: quattro in tutto. Era periodo di ferie, anzi quasi il clou, e un buon trenta per cento della forza era in congedo ordinario. In più, non mancava mai qualche malattia, cioè il congedo straordinario.

Eravamo io al corpo di guardia, Gino Azzu alla centrale operativa e, sulla volante fuori, Cossu, Sgalambro e Verde.

«78 dalla 96», chiamava la volante verso noi in commissariato, perché all’ingresso del varco est si vedevano due gazzelle dei Carabinieri. Chiaramente stavano fuori, perché i Carabinieri all’interno del porto non erano frequenti, un po’ come sull’autostrada, dove non hanno potestà autoritativa.

Ricordo che Cossu chiese ad Azzu qualche cosa in sardo, tra due sardi, ma io, al terminale intento a leggere un cifrato, non vi diedi peso. Il maresciallo Verdile stava guardando un film di mostri su Canale 5 e, poco dopo, la radio cominciò a impazzire: notizie accavallate, sirene in sottofondo e un po’ di confusione. Fuori c’erano i lampeggianti di alcune auto che passavano.

Poco dopo presi io la telefonata di un giornalista de “Il Lavoro”, che mi disse, senza salutare: «Ma è scappato René?».

E io: «Mi scusi?».

Tra l’altro lo riconobbi e lo chiamai Mario. Subito dopo dissi: «Scusa, non ho capito».

«Ma sì, ma è vero o è una cazzata che è scappato Vallanzasca?».

Lì le mie origini, essendo nato in piazzale Moroni a Savona, mi diedero una mano, perché non mi aprii più di tanto. Presi un minuto di tempo dicendo di essere sull’altra linea e, nel frattempo, scossi Azzu e gli dissi di chiamare Verdile, che era nell’altra stanza. Inoltre, chiudendo la porta e con la radio portatile, avvertii la nostra volante, che in quel momento si trovava a Ponte Colombo.

Le stesse telefonate arrivarono più o meno contemporaneamente alla Questura, alla Finanza, ai Vigili e così via. I Carabinieri, invece, lo sapevano già ed erano corsi sul posto per raggiungere la zona d’attracco della motonave-traghetto della Tirrenia.

Mentre Gino Azzu era al telefono con il COT della Questura e Verdile con il funzionario addetto, io presi il telefono del corpo di guardia e chiamai a casa il dottor Passaro. Rispose sua moglie e, con una cortesia d’altri tempi, me lo passò, già assonnato.

Il dirigente mi chiese che auto avessimo fuori e io gli dissi: «Dottore, c’è l’Alfa 33 1.7 i.e., in pratica l’ultima arrivata».

Mi disse: «La guidi tu, carica gli altri e portati sul posto, insieme alla 96 già presente fuori».

Così facemmo e arrivammo in un batter d’occhio sotto la nave che, in pratica, stava portando Renato Vallanzasca nel carcere in Sardegna. Era evaso dalla stanzetta nella quale era stato sistemato e custodito.

Nel giro di qualche minuto io e Verdile facemmo un giro nella stanzetta e notammo una quantità esorbitante di briciole, considerando che questo personaggio era lì soltanto da un’ora circa. Chissà cosa avesse in testa: lo sapeva soltanto lui o il regista dell’operazione.

Mi stupì il terzetto di scorta al detenuto, considerato che lo stesso aveva già, all’epoca, una decina di omicidi sulle spalle. Il vicebrigadiere, in uno strano stato di choc, continuava a ripetere: «Ma come? Ma come? Non è possibile. Ma come si può? Si sarà spaccato una clavicola o la spalla, perché non è umano passare di lì…».

In effetti, quando il mio occhio cadde sull’oblò dal quale René fuggì, vidi che era molto, molto piccolo: sembrava che ci stesse dentro soltanto una testa, di sicuro non le spalle. Eppure, a furia di riprovare, concludemmo che un fisico normale, sul magro, chiaramente con un grosso sforzo e raschiandosi il corpo, piegando prima una spalla e poi l’altra, forse ce la poteva fare.

Mi stupì il più giovane dei Carabinieri, diciottenne, che, con le mani nei capelli, ripeteva: «Io non mi sono mai mosso da qua». Anche l’altro diceva: «Mi ha chiesto un gelato e le sigarette e si era messo giù perché era molto stanco».

In realtà, sdraiato ci stette soltanto due minuti, perché approfittò del fatto che i tre Carabinieri si davano il cambio per mangiare. Che cosa fece Vallanzasca? Chiese la possibilità di avere tre cose diverse e, così, ottenne che la guardia fosse formata da due persone e non da tre, per essere libero di fare ciò in cui credeva: seguire la sua natura, che era quella di fuggire.

È la sua natura, per chi è cresciuto con il mito di guardie e ladri. Peccato, però, che le guardie ci fossero e che lui non fosse un ladro, ma un assassino senza scrupoli, che nel dubbio sparava e poi ragionava. Come fece dieci anni prima a Dalmine, dove stese — termine proprio della malavita di quegli anni — due colleghi della Stradale, per poi dire: «Forse potevo evitare».

Nel dubbio, però, sparava e aveva già sparato tante volte durante le rapine o nei regolamenti di conti, arrivando anche a uccidere in carcere una persona che gli aveva mancato di rispetto. E così sempre di più e sempre peggio.

Quella sera, però, era scortato da tre ragazzi con poca esperienza, come me, e forse anche con tanta paura, chissà. Io parlai con tutti e due, perché il brigadiere parlò con Verdile, ma ormai era tutto un susseguirsi di panico, rabbia, paura e tanta confusione.

Da lì ci spargemmo: chi a ponente, chi a levante, chi in centro, chi nei vicoli e chi in periferia. Fu la prima volta che mi sentii davvero poliziotto, davvero operativo. Quella notte, nel silenzio dell’auto rombante, feci i percorsi che pensavo fossero più utili. Verdile mi disse di andare più piano: «Statte accorto». La centrale operativa della Questura continuava a ripetere di prestare molta cautela, perché forse Vallanzasca stava usufruendo dell’aiuto di malviventi della zona, chiaramente armati.

Percorsi qualche vicolo conosciuto, dove c’erano nostri noti informatori, tra cui qualche sbandato, trans o prostituta, ma nessuno lo aveva notato o visto. Nei bar aperti, la stessa cosa. Mi portai in piazza Corvetto: lì c’era un ex collega che, frequentando bische clandestine, poteva magari avere qualche dritta in più.

Incontrai qualche collega in giro e lo avvertii. Tutti corsero a casa a prendere l’arma d’ordinanza. Anche con le pattuglie dei Carabinieri in giro per la città si facevano i soliti discorsi: «Tu mi avverti se lo vedi e io faccio la stessa cosa».

Mi ricordai di Monica e Maria Lorena, con le quali dovevo vedermi, finito il servizio, per andare al Vanilla, ma i telefonini ancora non esistevano. Pazienza.

Il serbatoio segnava già quasi la riserva e bisognava andare a Sturla a fare rifornimento. Lì trovammo colleghi preoccupati, con sigarette fumate a metà. La lunga notte era appena iniziata e così proseguì: con la caccia totale, il pensiero di trovarselo davanti da un momento all’altro e la necessità di cercare di essere freddi e, possibilmente, più veloci di lui.

Eppure, pochi mesi prima, al corso ci era stato detto: «Ricordatevi di sparare soltanto dopo che gli altri hanno sparato per primi». Ma un conto è fare una simulazione e un altro è la realtà. Verdile con il colpo in canna, Azzu con la pistola appoggiata sulle gambe e io sul sedile: che bella fondina… Sarebbe stato troppo lento, troppo tardi.

Avevo il cuore in gola, il chewing gum consumato alla velocità della luce, almeno sette caffè, l’adrenalina a diecimila e quel senso del dovere che ti porta a pensare che tutti stiano lì per proteggerti o che, comunque, siano dalla tua stessa parte. Poi, però, mi resi conto che la storia era ben diversa e che certe cose che succedono hanno un senso. Quando credi di fare la cosa giusta e onesta, non hai ancora fatto i conti con i burattinai e con le menti raffinatissime che si prendono gioco di te. Tu sei soltanto un pezzo di un puzzle che non verrà completato e che, se lasciato vicino alla finestra, vola via senza che nessuno ne senta la mancanza.

Più tardi, nel tempo, Vallanzasca fu intervistato sulla fuga, su quella notte, su chi c’era e chi non c’era ad aspettarlo e sul pullman sul quale salì, che per me non esiste. Disse: «Non mi sembra reale che le creature messe di scorta a me fossero veramente lì per me e non per un servizio di vigilanza al parco».

Eppure fu così. Chi, come me, non dormì per giorni dopo quella fuga e le ricerche della notte si convinse che, in realtà, non ci fosse nessuna fretta di ricatturarlo e che le cose, comunque, andassero diversamente.

Mi rimangono però impresse le parole dei colleghi più esperti e anziani, che mi dicevano: «Quando ti dicono “Vai in via Balbi”, passa da via Torti. Così vedrai che, nel frattempo, sarai certo di arrivare al momento giusto, cioè senza fretta e con calma. Perché il nostro compito, in primo luogo, è garantire la presenza sul territorio. Ma se cerchi di fare Serpico o Baretta, ci sarà sempre qualcuno che, prima o poi, ti presenterà il conto. Non pensare più di tanto: fai come gli altri, quelli che hanno capito e hanno esperienza».

Il 18 luglio rimarrà la data in cui capii quali cose ti fanno passare sopra la testa e in quali, invece, la testa ce la rimetti. Capii la presa in giro quando, pochi mesi dopo, in porto era in arrivo un contenitore con animali esotici per un circo: ci fecero circa mille note o telegrammi. Mi venne allora in mente il casuario e lessi tutto su questa specie di struzzo assassino senza pietà, che inganna le prede e le massacra.

Proprio la stessa cosa che mille volte è capitata a colleghi morti, trucidati in servizio, senza possedere la conoscenza giusta di ciò che facevano e dovevano affrontare e senza il giusto avvertimento che facesse scattare l’allarme e alzare l’asticella del livello di guardia.

Perché spesso lo Stato si comporta come il casuario con i propri figli: può accarezzarli, dando loro sicurezza, prima di divorarli senza alcuna pietà.

Alberto Bonvicini 

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