Una riforma pasticciata che non serve a nulla
Una riforma pasticciata che non serve a nulla
Solo una bega fra politica e magistratura prive di senso dello Stato
La riforma della giustizia varata dal Parlamento, che Travaglio chiama “schiforma” perché spiace all’Anm, a me profano sembra che lasci in buona sostanza le cose come sono. Che ci siano disfunzioni nel sistema è ovvio e lo dimostrano le lungaggini, la conflittualità fra politica e magistratura, l’inefficacia nel contrasto alla cosiddetta microcriminalità – della quale peraltro sono corresponsabili parlamento e governo -, quella che in realtà è tutt’altro che micro perché non solo mina la sicurezza dei cittadini ma tocca direttamente la proprietà privata, la cui tutela giustifica l’esistenza stessa dello Stato e a differenza degli omicidi e della violenza privata se si vuole può essere prevenuta e annientata. Che queste disfunzioni siano sanabili separando le carriere di giudici e pubblici ministeri ho i miei dubbi. Lo stesso Di Pietro prima si era detto contrario e oggi è favorevole ma in realtà quello su cui non ha smesso di insistere è il tasto dolente della professionalità del magistrato, che percorsi universitari e modalità concorsuali son bene lontani dal garantire.
Da cittadino qualunque non riesco ad appassionarmi a questa querelle nonostante l’enfasi mediatica e il referendum, che per molti sarà un test per il governo Meloni, la quale dal canto suo mette le mani avanti e fa sapere che quale che ne sia l’esito non ha alcuna intenzione di sgombrare. Non so se valga la pena prendersi l’incomodo di recarsi al seggio riconoscendo così la rilevanza del ritocco alla Costituzione, né se fra mettere la crocetta sul sì o sul no cosa sia meglio o meno peggio. È però certo che in linea di principio l’avversione nei confronti dei giudici è un’idiozia perché il giudice è l’unico santo a cui votarsi quando si subisce un torto: affidarsi alla giustizia divina o alla giustizia privata non mi pare una buona idea. E questo vale soprattutto quando si è vittima di vessazioni da parte delle istituzioni, che spesso sono il peggiore nemico del cittadino. So bene che la giustizia può essere una macina che schiaccia chi ha la disgrazia di finirci dentro, so bene che se errare humanum est per molti magistrati questo diventa diabolicum ma di fronte alle prevaricazioni di un pubblico ufficiale, ai raggiri di una banca, alle inadempienze di un datore di lavoro l’unica ancora di salvezza è il giudice. E so bene che i contenziosi all’interno della società civile o i reati contro la persona o il patrimonio che richiedono una riparazione – diciamo pure vendetta – la civiltà vuole che si risolvano in tribunale.

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Insomma la funzione, non il potere, giudiziaria non può, non deve essere messa in discussione: è alla base dello Stato, che non per niente si dice Stato di diritto. Che poi ci siano leggi sbagliate e giudici incapaci o corrotti è inevitabile: l’importante è che ci siano correttivi in grado di cancellare le prime e rimuovere i secondi. E qui, ahimè, entra in gioco la politica. La politica, vale a dire governo e parlamento, che traducono in norme concrete il principio astratto della Legge. Una legislazione pletorica, confusa, contraddittoria è la migliore alleata del giudice corrotto, parziale, pavido. Il cittadino di fronte a palesi iniquità, comportamenti persecutori, reati impuniti tende a colpevolizzare il giudice: ladri che non finiscono in galera, stupratori seriali a piede libero, anni di carcere per violenza carnale se una ti entra nel letto e il giorno dopo se ne pente, stranieri che occupano indisturbati interi palazzi e l’esercito per cacciare tre disgraziati dalla loro casa pignorata. È tutto imputabile al giudice? Ma il giudice non fa altro che attenersi a norme che non ha scritto lui e che gli consentono di prendere – o lo obbligano a farlo – decisioni in assoluto ingiuste e paradossali. In un Paese serio basterebbe un caso perché il potere legislativo intervenisse per porre rimedio. Ma l’Italia non è un Paese serio.
Messo di fronte al reato il giudice applica la legge. Ma il giudice deve anche decidere se c’è reato e se l’inquisito è colpevole sulla base delle prove a suo carico. Ed è a questo punto che si intrecciano due compiti diversi che il nostro ordinamento affida a due soggetti virtualmente intercambiabili: il giudice e il pubblico ministero. La separazione delle carriere solo in apparenza elimina questa intercambiabilità, la riduce ad un parallelismo che lascia intatta l’omogeneità dei due soggetti al di là della differenza del ruolo da ricoprire.
Con questa riforma opposizione e Anm temono che si voglia asservire al governo la pubblica accusa ma le funzioni del pubblico ministero dovrebbero in realtà competere a un funzionario dello Stato che sovrintende al lavoro degli inquirenti e si interfaccia col giudice. L’idea che un funzionario dello Stato in quanto dipendente dal ministero degli interni o della giustizia sia come tale soggetto a interferenze da parte del governo rivela una colpevole confusione fra Stato e governo, comune simmetricamente a maggioranza e opposizione. Insegnanti e dirigenti scolastici dipendono dal ministero della pubblica istruzione ma il ministro non si può azzardare a minacciare la libertà di insegnamento imponendo per esempio letture, interpretazioni o orientamenti ideologici; non può farlo semplicemente perché non ha armi per farlo. Se ci prova non solo finisce sotto la scure della giustizia ma provoca un caos politico e mette a rischio il governo stesso. Tanti anni fa, quando insegnavo storia e filosofia in un liceo, arrivò una circolare ministeriale nella quale l’allora presidente della Camera Nilde Jotti raccomandava la lettura del Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Io e i miei colleghi per dovere d’ufficio ne prendemmo nota ma non ci passò nemmeno per l’anticamera del cervello il proposito di darle un seguito. E quelli di noi consapevoli del proprio ruolo, di quello del ministro e di quello dei funzionari del ministero stigmatizzarono aspramente quella che era una semplice raccomandazione, ritenendola inopportuna; figuriamoci quale sarebbe stata la reazione se fosse stata una prescrizione. Poi ci sono gli zelanti, i servi nell’anima, gli zerbini del potere.
E per quanto riguarda il processo penale non deve essere il pubblico ministero a indirizzare e condurre le indagini, che sono competenza di un personale specializzato – polizia o carabinieri – che agisce sotto la sua supervisione ma in piena autonomia. Quando ciò non accade l’accertamento dei fatti è compromesso dal protagonismo e dalla impreparazione del magistrato, come testimoniano tanti clamorosi errori giudiziari, compresi quelli evidenti ma mai riconosciuti (vedi il “mostro” di Firenze).
A farla breve: so bene che alla Meloni e agli eredi di Berlusconi piace l’idea di mettere il guinzaglio alla giustizia e intendono la separazione delle carriere come un mezzo per raggiungere questo obbiettivo. Ma so anche che chi promuove una crociata per il no lo fa allo scopo di perpetuare il potere politico e i privilegi della magistratura. Che in sé è un concetto astratto: la realtà concreta dovrebbe tornare ad essere quella del giudice solo davanti alla legge, senza vincoli di appartenenza non dico a partiti ma nemmeno a organizzazioni corporative o sindacali. Ma i politici in Italia hanno paura di essere giudicati, e probabilmente è una paura giustificata, e non per niente dagli anni Sessanta in poi hanno fatto dei magistrati una casta privilegiata con retribuzioni medie che superano di quattro volte quelle di un professore di liceo: un’oscenità in sé e in confronto agli altri Paesi occidentali.
Post scriptum
La società occidentale è fondata sui valori, ma nel senso del denaro e della ricchezza. Per togliere potere e capacità di prevaricazione occorre in prima battuta togliere soldi, questa è la vera riforma. Si doveva fare con la politica ma si è preferito dimezzare il numero dei parlamentari piuttosto che dimezzare i loro emolumenti; si dovrebbe fare anche con i magistrati (e con i ras della comunicazione, che abbandonata la loro funzione di trasmettitori di notizie sono diventati persuasori occulti al servizio del sistema).
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