IMPERI: NASCITE, ASCESE E CROLLI (II)
Più o meno sulla stessa falsariga del Portogallo, anche la Spagna, durante il XVI secolo, diede grande impulso alla navigazione oltremare, concentrandosi sulle Americhe.
Il monarca centrale di questo secolo fu Carlo V, il quale, per via di eredità dinastiche sparse per l’Europa, dominò su gran parte del mondo. L’apice del suo trionfo si ebbe con l’incoronazione a Sacro Romano Imperatore il 24 febbraio 1530 nella Basilica di San Petronio a Bologna, equiparata per l’occasione alla Basilica romana di San Pietro.

Ritratto di Carlo V ad opera del Tiziano nel 1548. Madrid, Museo del Prado

Gruppo Marmoreo del 1540, di autore incerto, mostrante l’incoronazione di Carlo V ad opera di papa Clemente VII. Firenze, Palazzo Vecchio

L’orbe imperiale (sec. XII) in oro, argento e pietre preziose, consegnato dal pontefice Clemente VII a Carlo V a significare il suo dominio sul mondo cristiano. Aquisgrana, Tesoro della Cattedrale
Ho voluto decorare l’articolo con queste immagini, per rendere l’idea di quanto prestigio godesse Carlo V, a capo di un impero la cui potenza si rifletteva proprio sulla sua persona.

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Il salto di qualità della Spagna fu dovuto, come accennato in chiusura del numero precedente, alla scoperta di enormi giacimenti di argento nelle Ande boliviane, da cui veniva estratto all’incirca la metà dell’argento prodotto in tutto il mondo. E anche l’oro non era da meno. L’escudo spagnolo divenne così una vera valuta di riserva, accettata dovunque, persino negli Stati Uniti, per circa 4 secoli, dal XVI al XIX.

Operai al lavoro in una zecca spagnola
La supremazia spagnola durò 110 anni, dal 1530 al 1640; dopo di che presero il sopravvento i mali che ormai conosciamo: sovraestensione, guerre, debiti. Quando Carlo V abdica nel 1556, deluso per la mancata realizzazione del suo programma politico di accentramento monarchico europeo, lascia al figlio Filippo II un impero che ormai è tale solo di nome, schiacciato dal peso di 36 milioni di ducati di debiti, con un deficit di un milione annuo.

Come immancabilmente succede, sono le generazioni a venire a pagare gli eccessi dei loro padri. Filippo II ereditò un impero tarlato dai debiti contratti dal padre Carlo V
Filippo II mancò di onorare il debito per ben quattro volte. L’argento visto agli inizi come una benedizione, si rivelò alla lunga una droga. La sua eccessiva quantità produsse un’inflazione che quadruplicò i costi delle merci durante il suo regno. La gente e i palazzi si erano rapidamente adeguati -diciamo pure dipendenti- all’improvvisa ricchezza; e fu una vera tragedia quando dalle miniere il flusso di argento a un tratto si dimezzò, rendendo il debito insostenibile. Seguì la bancarotta del regno e un progressivo, drastico impoverimento; finché, nel 1641, l’Unione Iberica, che al suo apice aveva persino incorporato il Portogallo, si sciolse. Il predominio monetario spagnolo era finito, mentre un altro nasceva: la Repubblica Olandese.
[Riflessione. A questo punto, potrebbe sorgere spontanea una domanda: chi erano i creditori della Corona, posto che il frutto delle miniere spettava al re? In realtà non era proprio così, in quanto parte di oro e argento era estratto da compagnie o singoli privati, che poi li inviavano in patria. I principali motivi del dissesto economico della Corona furono due: ambizioni politiche di Carlo V, in particolare l’enorme esborso -corruzione- per ottenere l’investitura a Sacro Romano Imperatore dai sette grandi elettori; l’incessante bisogno di soldi per finanziare le numerose guerre, soprattutto quella contro la Francia.

Sede centrale del Monte dei Paschi di Siena, la più antica banca del mondo tuttora attiva, fondata come Monte di Pietà nel 1472. La differenza principale fra banche antiche e moderne è che le prime prestavano in solido e richiedevano il ritorno parimenti in solido + interessi; mentre le seconde, in pratica, dagli Stati “si accontentano” di percepire i soli interessi, visto che prestano soldi creati dal nulla. Gli attuali debiti pubblici sono la somma degli interessi, matematicamente impossibili da pagare, in quanto non creati dal nulla, come invece i capitali. E poiché solo alle banche è concesso creare denaro, gli interessi vengono pagati attingendo ai capitali o chiedendo nuovi prestiti: un cappio perfetto, ancora più a strangolo nei prestiti privati, di cui le banche chiedono il rientro totale di capitali + interessi
Chi accordava i prestiti? Principalmente banchieri italiani (genovesi, fiorentini, senesi?) e le famiglie tedesche dei Fuggers e Welsers, con la promessa di ripagarli con i proventi delle tasse. Nei momenti cruciali, pressato dai bisogni impellenti delle guerre, Carlo V non esitò a compiere quello che risulta essere stato il primo sequestro europeo della proprietà privata da parte di uno Stato, sia pur dichiarato come prestito coatto, compiuto all’arrivo a Siviglia delle navi con i preziosi carichi privati. Questi fatti sono emersi da recenti scoperte negli archivi pubblici spagnoli e non fanno che confermare che guerre e relativi debiti sono sempre correlati e sono i principali artefici dei disastri di una nazione. L’ultimo esempio ce lo fornisce laguerra in Ucraina, sia pure per procura, le spese per la quale, sommate agli interessi dovuti alle banche centrali, stanno strangolando l’intera Europa, impoverendola e precipitandola in condizioni di allerta pre-bellica; tanto da accingersi a replicare il furto di Stato di Carlo V, depredando i fondi della Russia depositati nelle sue banche.]
Ma, prima di occuparci del nuovo astro nascente, ritengo doveroso, se non altro per motivi cronologici, occuparmi di un’altra potenza che, a partire dal XV secolo, attraversò le traversie che ormai abbiamo imparato a conoscere: il Celeste Impero, ovvero la Cina, che solo in anni recenti è risorta dai suoi fasti passati, con un’estensione commerciale di dimensioni planetarie.

La Grande Muraglia cinese
Fu sotto la dinastia Ming, nel XV secolo, che la spettacolare Grande Muraglia, tuttora simbolo della passata potenza cinese, fu completata, dopo secoli di abbandono. Già la sua lunghezza, di 22.000 km, rende l’idea delle energie che la sua costruzione richiese. Ma è anche il simbolo di una nazione che, seguendo la strada delle grandi e dispendiose opere, sul modello dell’antica Roma, oltre alle continue guerre per difendere i suoi troppo estesi confini dai popoli nomadi che vi premevano, ne seguì il successivo declino.
Si aggiunga ai costi della Muraglia lo spettacolare allestimento di una flotta, all’epoca la più grande del mondo (317 enormi navi con 28.000 soldati a bordo), aventi scopi geografici, mercantili e militari, che in 2 successive spedizioni, si spinse verso Est e verso Ovest, al comando del generale Zheng He.

Una delle grandi navi della flotta di Zheng He
Queste due sole esposizioni finanziarie lasciano intuire quale fosse il tenore di vita nel primo periodo della dinastia Ming. E, non a caso, la sua moneta perse gradualmente di valore, finendo con lo scadere nell’inferno dell’inflazione e, infine, dell’iperinflazione. Il disastro economico fu così devastante da portare, nel secolo XVI, al processo inverso della chiusura dietro la rassicurante muraglia di una Cina spaventata dal ricordo delle conseguenze delle spese di ciclopiche costruzioni e di una eccessiva espansione verso l’esterno.

Le regole finanziarie valgono in tutto il mondo: l’esubero delle uscite rispetto alle entrate si rispecchia nella moneta, con la graduale e infine precipitosa perdita del potere d’acquisto
L’unica differenza della moneta cinese rispetto a quella,europea (prima della fine del gold standard nel 1971) stava nella sua natura materiale: carta anziché oro o argento, ossia una sostanza di infimo valore, che già dal suo inizio rispecchia l’assenza di valore intrinseco, trasferito sulla fiducia nell’emittente: lo Stato. Ma la sua parabola segue l’identico percorso: la moltiplicazione ad libitum. Se il denario romano diluiva l’argento, passato dall’iniziale 100% al finale 5%, la valuta cinese era sin da subito basata su un materiale privo di sottostante materiale, ma il percorso inclinato era il medesimo. E la generalizzata sfiducia nello Stato sfociava nell’iperinflazione.
Prima di lasciare la Cina, c’è un’altra importante notizia da riportare, saltando all’indietro sino al XIII secolo, ossia all’epoca del viaggio in Catai (la Cina di allora) da parte del veneziano Marco Polo, che sulla sua visita in Cina scrisse addirittura un libro, Il Milione, ormai celeberrimo in tutto il mondo.
Il capitolo del libro che ci interessa in questo contesto è il 75, dal titolo La Zecca del Gran Khan, di cui riporto ampi brani.


Il viaggio di Marco Polo ha acceso nei secoli le fantasie di interi popoli, e di conseguenza le bellissime illustrazioni di tanti miniatori. Ne riportiamo due a puro titolo ornamentale

Il Milione di Marco Polo riporta alcune interessanti notizie da quel remoto mondo, in senso sia geografico che temporale. Tra le quali una di estrema pertinenza col soggetto di queste pagine
La zecca dell’imperatore è a Cambaluc; dal modo in cui funziona si potrebbe dire che il Gran Khan ha scoperto il segreto dell’alchimia e vi dirò subito come.
Ecco infatti come fa per battere moneta: dalla corteccia dei gelsi si ricava una buccia sottile […] con cui si fanno dei fogli di carta simili al cotone e tutti neri. Da questi fogli si ricavano dei biglietti più piccoli, di taglio diverso e di diverso valore: ce ne sono che valgono un tornese [moneta d’argento] fino a biglietti di banca che valgono quanto uno, due, tre bisanti d’oro, fino a 10 bisanti [moneta d’oro di Bisanzio]. Tutta questa carta-moneta è contrassegnata dal sigillo del Gran Khan e ne hanno stampata così tanta che potrebbero comprare tutte le ricchezze del mondo intero. Quando questi biglietti sono pronti, l’imperatore li usa per qualsiasi pagamento e li mette in circolazione in tutte le province dell’impero; e nessuno osa rifiutarli, pena la morte. [Noi diremmo che erano a circolazione forzosa, imposta dall’autorità, NdR]. […]

Presentazione di Marco Polo alla corte del Gran Khan
Più di una volta il Gran Khan ha fatto pubblicare dei bandi, ordinando che ogni cittadino che possegga oro o argento o preziosi debba consegnare subito tutto alla banca imperiale, che ne rimborsa il valore con monete di carta. In questo modo il Gran Khan riesce a raccogliere una quantità enorme e incredibile di oro e argento […] e ne possiede più di qualunque sovrano del mondo; e in verità non c’è nessuno al mondo più ricco del Gran Khan. [Nasce immediato il confronto con l’editto del presidente americano Roosevelt del 1931, che impose la consegna coatta di tutto l’oro dei suoi cittadini per fonderlo in lingotti, poi finiti in gran parte a Fort Knox a formare la riserva aurea statale più grande del mondo, ammesso che ancora ci sia, NdR]
Termino qui il lungo inciso su Marco Polo, che certamente offre fertili paragoni coi sistemi finanziari moderni, sui quali mi soffermerò a lungo alla fine di questa mia rassegna sulla caducità di ogni potenza che si crede invincibile e perenne per il solo fatto di esercitare il proprio dominio sui popoli, resi sudditi attraverso il monopolio della moneta.
Continua
Marco Giacinto Pellifroni 9 novembre 2025