Se piazzale Loreto è sempre fra noi

Chiusa la parentesi del Ventennio antifascisti e neofascisti non hanno senso: ci sono solo ex fascisti, ma riposano nei cimiteri.

Riprovazione d’obbligo, s’intende bipartisan, per l’imbecille che ha appeso a testa in giù un manichino con le sembianze della Meloni. Sono i frutti rancidi del sacro fuoco della resistenza e del suo complemento antifascista che i compagni in tutte le loro metamorfosi continuano a mantenere acceso. Se il fantasma del fascismo a cento anni dalla marcia su Roma e quasi ottanta dal suo scioglimento invece di starsene buono nelle pagine dei libri di storia continua a disturbare il sonno dei sinceri democratici  i casi sono due:  o circola dalle parti della sinistra una sindrome paranoide collettiva o  torna comodo aggrapparsi al passato non trovando appigli nel presente.

Più insensato – nel senso proprio di privo di senso – dell’antifascismo c’è solo il neofascismo. L’uno e l’altro sono solo idòla theatri, falsi concetti, parole che al massimo rinviano a suggestioni, impressioni, pregiudizi in un gioco di specchi che li fa rimbalzare su se stessi, sogni di visionari incapaci di guardare alla realtà.  È la metafisica dei nostri tempi, sono i  miti della nuova teologia con i suoi dogmi e le sue verità definitive. Il non-sense dell’antifascismo riflette quello del neofascismo: l’uno e l’altro cozzano col  dato storico che consegna il fascismo a un passato irrimediabilmente perduto, al Tempo che macina la nostra personale esistenza e quella delle nazioni e appiattisce Alessandro Magno, Giulio Cesare o Maria Antonietta su una stessa dimensione. Che è quella del sogno, della rêverie, nella quale insieme alla prospettiva e alla profondità temporale scompare anche la distanza psicologica fra ciò che è stato e ciò che poteva essere,  fra ciò che è stato e ciò che si è immaginato che fosse e dove il passato diventa presente nella mente di chi lo reinventa. A questa dimensione onirica si contrappone la ricostruzione storica, che ci restituisce l’ossatura scarnificata  degli eventi  sussunti all’interno di schemi spazio temporali e causali, a loro volta funzione degli strumenti critici di cui si dispone, delle fonti, dei documenti, delle testimonianze. Sine ira ac studio, senza partecipazione emotiva, senza altro fine che il gusto di dipanare il passato, non di riportarlo in vita: a quello ci pensano i romanzieri, dai quali però non pretendiamo né oggettività né veridicità.

Per il mestiere che ho fatto ma anche   per curiosità personale e  perché  convinto che la civitas si realizza nella continuità, nella coscienza e nell’identità nazionali, mi sono occupato delle vicende dell’Italia postunitaria e in particolare del ventennio mussoliniano. Non mi si dia del nostalgico se non  ho alcuna difficoltà a riconoscere la statura eccezionale del Duce, quale del resto era apparsa a tanti protagonisti del Novecento, dal Mahatma Gandhi, a Churchill allo stesso Lenin, per non parlare di Hitler. Né ho difficoltà a riconoscere che al gigantesco balzo in avanti compiuto dal nostro Paese non tenne dietro una corrispondente maturazione della società civile; le eccellenze sono state pagate   con un ottundimento di massa, col trionfo del servilismo, con una ubriacatura di facile retorica dietro la quale si  consolidava  il conformismo anarcoide e qualunquista dell’Italia umbertina, la soggezione insieme pavida e furbesca  all’autorità, quella dei preti, quella della monarchia e quella del Partito.  Il regime traeva lustro da grandi intelletti ma temeva una società di uomini liberi, rifuggiva dal vaglio dello spirito critico e poggiava il suo consenso sulla coralità – per non dire spirito di gregge – e non sulla scelta consapevole di singoli individui.

Pretendeva di aver restituito agli italiani una coscienza nazionale  ma questa non si costruisce con la propaganda o con le canzonette e il patriottismo non si improvvisa. Il regime fascista, anche con la sua politica scolastica, badò alla formazione di una minoranza – oggi si direbbe di una classe dirigente – relegando l’ethos collettivo all’imbonimento dei film Luce e orientandolo su un mondo di celluloide e di fotoromanzi; poteva inaugurare un’era di autentica democrazia sul solco dell’esperienza libertaria della Repubblica del Carnaro ma non lo fece. E ha pagato l’entusiastica quanto dissennata e incosciente spinta verso la guerra con la catastrofe e la soddisfatta universale adesione alla cacciata degli ebrei dall’insegnamento e dagli uffici pubblici con l’impoverimento culturale e morale della compagine sociale: il consenso, quando è plebiscitario, è una brutta bestia e Mussolini commise l’errore fatale di farsene sedurre.

1898 l’attentato che costò la vita al re

Il regime  avrebbe dovuto limitarsi a riportare ordine in un Paese in preda al caos, passato dalla repressione dei fasci siciliani ai fatti di Milano del 1898 all’attentato che a inizio secolo  costò la vita al re fino ai tumulti che accompagnarono l’Italia in guerra e al terribile dopoguerra, attanagliato da un senso di precarietà e insicurezza che attraversava tutti i ceti sociali. Il socialista Matteotti gridava in parlamento  “qui non siamo al Messico”, riferendosi alle violenze e ai presunti brogli che avevano segnato le elezioni ma in realtà l’Italia era peggio del Messico, se è vero che i deputati si recavano alla Camera armati. Un ritorno all’autorità era  nei piani della monarchia e dell’esercito e auspicato dall’opinione pubblica per pacificare e rilanciare il Paese e Mussolini sembrava essere l’uomo giusto per realizzarlo, l’uomo inviato dalla divina Provvidenza. Il quale, dal canto suo, rifiutava di farsi ingabbiare in una dottrina o in un’ideologia per mantenersi pragmaticamente libero ma finì  paradossalmente per divenire esso stesso  dottrina in un guazzabuglio di esperienze culturali politiche e sociali diverse e contraddittorie, dal reducismo nobilitato dal Vate al futurismo, dal neoidealismo gentiliano al sindacalismo rivoluzionario di Sorel, unificate nel culto della personalità del Capo.

Perché  il fascismo  non solo è morto, morto due volte: il 25 luglio del 1943  e alla fine della disperata illusione repubblicana, ma per quello che ora si dà ad intendere non è mai stato ed è veramente patetico che vuoi per esecrarlo vuoi per rimpiangerlo se ne faccia una realtà istituzionale, ideologica, culturale che non gli è appartenuta. Tolto il ciarpame scenografico, di cui per altro viene   esagerata  la presenza nella vita quotidiana, il ventennio è stato connotato dal peso della personalità del Duce, da una capacità organizzativa e da un’efficacia dell’apparato statale che l’Italia non conoscerà più.  E che per altro  non vanno ascritte ad una singola persona né al regime in quanto tale ma di cui Mussolini è stato il catalizzatore: chi nega che il nostro Paese ha in un breve lasso di tempo espresso in ogni campo energie straordinarie che l’hanno portato ad oscurare le tradizionali grandi potenze economiche e militari o è in cattiva fede o è semplicemente ignorante.

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Il problema etico e culturale dell’Italia è quello di non aver saputo affrontare il peso di una sconfitta militare che la disarticolazione della società italiana ha trasformato in disfatta, nel senso stretto del termine. Tante  nazioni hanno subito sconfitte, sono state colpite da calamità e attraversate da guerre intestine ma le loro ferite si sono rimarginate, il sentimento nazionale si è ricomposto e talvolta rinsaldato.
Gli italiani  hanno pagato alla guerra un costo terribile ma di gran lunga inferiore al tributo di sangue versato da russi, tedeschi o polacchi, che però non sono  crollati come loro  sotto il peso delle proprie macerie. Gli italiani hanno  perduto d’incanto non solo l’entusiasmo patriottico che aveva illuso il regime e la monarchia ma la stessa dignità di fronte agli occupanti e non fa onore alla nazione la caccia al capro espiatorio fascista quando prima che le cose si mettessero male tutti – tutti – erano fascisti.

Dalle leggi “fascistissime”, cioè autoritarie, del 25 fino al momento in cui la guerra cominciò a incidere sulla carne della nazione non risulta in alcun modo che l’opinione pubblica avvertisse un deficit di democrazia o il fastidio di un ingombrante apparato di polizia: quel po’ di opposizione che c’era non aspirava al pieno rispetto dello statuto albertino o alla sua evoluzione verso un modello liberale ma aveva in mente il sovvertimento dello Stato, l’instaurazione della “dittatura del proletariato”, la sovietizzazione del Paese. Questo era l’obbiettivo dei fuorusciti  egemonizzati dal Pc d’Italia del compagno Ercoli, ai quali gli antifascisti “liberali” non risulta che osassero opporsi. E questo progetto eversivo finiva per giustificare un sistema paranoico di controllo, per altro considerato dai più salutare  in nome del quieto vivere, del relativo benessere e di uno stile di vita “moderno”.
Detto questo ringrazio il destino di avermi fatto crescere in un periodo difficile ma libero dal paternalismo, dal conformismo, dalla retorica, dal rispetto dell’autorità e della gerarchia e dal sussiego delle “eccellenze”.  Che i numi tutelari della Patria difendano la trasgressione, il pensare contro, il dono sublime della diversità e ci difendano dall’afflato collettivo e dalle standing ovation: mi piacciono le piazze che protestano, non quelle che osannano e provo una certa ripugnanza per le parate. Ma non vedo alcun motivo per falsificare il passato o per cercare di rimuoverlo o per rinnegare i tanti che anche in camicia nera hanno servito degnamente l’Italia e l’hanno fatta grande nel mondo. E, quanto al cavalier Mussolini, su di lui sono scorsi fiumi d’inchiostro: degli anonimi nanerottoli che si sono susseguiti al timone di questa nave che non ha più avuto un vero nocchiero non resterà traccia e nessuno scriverà un rigo su di loro. Della sua fine, come dei tanti  deplorevoli episodi che hanno preceduto la sua ascesa e seguito la sua caduta si può solo dire che sono giustificabili nel contesto in cui si sono verificati ma  è grottesco mantenerne vivo il ricordo e farne  motivo di vanto.

Post scriptum

L’aspetto più sgradevole del regime mussoliniano sono l’asservimento della stampa e la censura. Se Cacciari non può dire che la Crimea è sempre stata russa, Liguori non può ricordare che sua moglie nata a Pola è italianissima proprio perché nata a Pola, se non si può dire che  il Donbass è ucraino come l’Istria e la Dalmazia erano slave, se un viceministro non può esprimere qualche riserva sui vaccini anti Covid, se dopo una fugace comparsa  viene rimossa da tutti i media la notizia che una cellula nazista operante in Italia è in combutta con i nazisti ucraini, se si fa credere che Zelensky sia stato accolto a Kerson deserta da una folla festante dove sono la libertà di stampa e di opinione che ci consentono di essere tanto intransigenti non solo nei confronti del Ventennio ma anche della Russia attuale?  Senza contraddittorio autorevoli responsabili dell’informazione diffondono notizie palesemente false, come quella che il fenomeno migratorio è marginale e serve solo come distrattore dai problemi veri: mentre scrivo sento da un’emittente di Stato che in Francia ci sono sei volte più stranieri che in Italia  (dove ce ne sono ufficialmente 6 milioni, un decimo della popolazione);  se così fosse un francese su due sarebbe nero o nordafricano! e in un pensoso editoriale sul corrierone leggo che Putin è azzoppato per un cinguettio di Dugin… ma via! Questi campioni della democrazia e custodi dell’antifascismo ci stanno riportando a quell’asservimento della stampa,  a quella medesima censura e fabbrica di notizie false che rende l’attuale regime indistinguibile dal peggiore fascismo.

Pierfranco Lisorini

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