Note a margine di Xenia: Xenia II, 13

Xenia II, 13
Ho appeso nella mia stanza il dagherròtipo
di tuo padre bambino: ha più di un secolo.
In mancanza del mio, così confuso,
cerco di ricostruire, ma invano, il tuo pedigree.
Non siamo stati cavalli, i dati dei nostri ascendenti
non sono negli almanacchi. Coloro che hanno presunto
di saperne non erano essi stessi esistenti,
né noi per loro. E allora? Eppure resta
che qualcosa è accaduto, forse un niente
che è tutto.
Una ambiguità che ci mette di fronte al còmpito di decidere se il poeta, al solito dialogando con la moglie, con la prima frase intenda che in prima persona si è occupato di appendere nella propria stanza una vecchia foto del padre di lei, oppure che nella sua stanza quella vecchia foto c’è indipendentemente da lui, nel qual caso “Ho appeso…” avrebbe significato di “si trova appeso…”. Tuttavia la volontarietà o la casualità di avere un ospite pluricentenario attaccato al muro non cambia il succo della questione che viene avanzata partendo dall’occasione fornita dal dagherròtipo; la calca, se si desse il primo caso, solo un po’ di più segnalando una maggiore ansia dell’io poetante a venire a capo del problema: quello delle radici e dell’identità, fisica e metafisica.
Poiché constata di come gli sia impossibile ricostruire il suo albero genealogico, cerca di ricostruire quello di Mosca.
Gli sarebbe cosa grata per vedere se negli intrecci delle generazioni, anche se non quelle che conducono a lui, c’è un disegno, una strategia…Ma invano. “Non siamo stati cavalli, i dati dei nostri ascendenti / non sono negli almanacchi”.
Il mistero in mostra nell’ossimoro del padre bambino.
E’ lì, ogni giorno a interrogare sul senso del tempo che passa e che non lascia quasi traccia: dopo una o due generazioni non si saprà più chi siamo, chi era il padre di nostro padre, se un delinquente o un santo, se e quanto ci ha lasciato qualcosa addosso e dentro.
La fretta del mondo come fa svanire in fretta anche i ricordi!… Non è di utilità che rallentino il cammino delle magnifiche sorti e progressive.
C’è la convinzione che le radici siano deleterie al movimento. E invece senza non si va da nessuna parte; non ci sono giganti su cui mettersi a cavalcioni.
Senza storia, c’è solo l’anomia e l’anonimato.
Montale in questo ventisettesimo Xenia sembra introdurre alle tematiche delle sezioni di “Satura” che seguiranno. In una società inautentica o francamente falsa in cui “Coloro che hanno presunto / di saperne non erano essi stessi esistenti, / né noi per loro” si sta accorti a conservare traccia dei genetliaci dei cavalli per attestarli purosangue e ricavarne il ricavabile.
Per l’uomo no. Non serve. E’ messo lì e per lo più non cerca di sapere in che punto della storia si trova, perché crede di saperlo. Né di fare il punto sulla sua situazione esistenziale.
L’uomo è dunque un evento molto improbabile, ma c’è.
Bisogna solo vedere se oltre a improbabile è anche importante.