Se si arriva al punto che un anticomunista debba rimpiangere il Pci. Lo sfacelo della politica e della società italiane

Forse la più significativa trasformazione della società italiana negli ultimi decenni è l’attenuazione se non addirittura la scomparsa dell’invidia sociale sostituita dall’emulazione sociale. La povertà lungi dall’essere considerata evangelicamente come un valore – come sarebbe giusto in una nazione che si professa  cattolica – è temuta e disprezzata peggio di una malattia contagiosa e repellente mentre la ricchezza e la sua esibizione sono percepite come successo, segno di superiorità: il ricco è uno che ce l’ha fatta, un esempio degno di rispetto e di ammirazione.

Se ne potrebbe inferire un più diffuso benessere o un restringimento della forbice sociale ma non si sono verificati né l’uno né l’altro. Il confronto fra la curva della distribuzione della ricchezza negli anni Novanta e gli ultimi cinque anni è impietoso: oggi il 5% della popolazione possiede il 90% delle risorse disponibili e al 50% più povero va poco più del 3% a fronte dell’11% di trenta anni fa; se si considerano gli stipendi i dati sono se vogliamo anche  più eloquenti:  un operaio alla fine del primo decennio del dopoguerra guadagnava  trentamila lire al mese mentre  un magistrato non raggiungeva i cinquantamila, più meno come un professore di liceo o un colonnello dell’esercito.  Oggi l’insegnante guadagna quanto un operaio ma in compenso il magistrato e il militare guadagnano tre volte di più. Un bel progresso, non c’è che dire, grazie ai sindacati e alla sinistra più forti d’Europa.

Un ceto sociale stabilmente posizionato fra i due estremi della povertà estrema e della ricchezza sovrabbondante (escludendo dal calcolo i grandi capitali industriali e finanziari), che  era quello con cui la nazione si identificava,  ne era, come si diceva, la spina dorsale e il detentore della cultura, dei buoni costumi, del sistema valoriale,  non esiste più. Ora c’è uno sbilanciamento verso i percettori dei livelli più alti di reddito pubblico e privato, al cui  interno manca qualsiasi assestamento etico e culturale facilitando così la pronta assimilazione di nuovi  soggetti accomunati dalla volgarità, dalla cafonaggine e dall’ignoranza. E sono proprio queste caratteristiche hanno contribuito all’identificazione  della popolazione con redditi familiari inferiori ai cinquantamila euro annui – il nuovo proletariato che ne copre il 90% –    con questa nuova borghesia e a rendere  sopportabile il dislivello economico. Perché pesa di più la distanza di stile, di linguaggio, di portamento rispetto a quella di reddito: la comune cialtroneria affratella, in fondo è un nuovo modo di intendere la democrazia.

Una situazione diametralmente opposta a quella che caratterizza i primi decenni del Novecento, quando anarchismo e socialismo gettavano benzina sul risentimento delle masse operaie e dei contadini inurbati innescando tensioni sociali col fine di  scardinare l’assetto politico istituzionale. Composte – non represse – durante il ventennio mussoliniano quelle tensioni riesplodono nel dopoguerra sapientemente  incanalate dal Pci bifronte, che ebbe il merito di dare  dignità politica all’invidia sociale, di per sé un potente fattore di sovversione, rimanendo nel contempo  interprete delle sue implicite pulsioni ribellistiche.

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La lotta di classe teorizzata da Marx è il frutto di un errore epistemico ma questo  non toglie validità al  concetto di coscienza classe soprattutto quando si presenta come orgoglio identitario. Lungi dall’essere incompatibile con la stabilità del sistema ne alimenta il dinamismo interno attraverso  la contrapposizione, intesa non come lotta ma come rivalità e  consapevolezza di ruoli e funzioni sociali alternativi;  dinamismo e  conflittualità senza i quali  la società civile rischia di diventare uno stagno.  L’emancipazione del proletariato non consiste infatti nella adozione di atteggiamenti e mode borghesi ma nella consapevolezza della centralità del lavoro e dell’intelligenza implicita nel lavoro, nutrita dalla partecipazione attiva dei singoli alla cultura collettiva, dal controllo sull’informazione,  dalla padronanza degli strumenti critici, dall’orgoglio di essere il motore della società di fronte al parassitismo della ricchezza improduttiva. Ed è proprio in quest’ambito che si venne a creare un circuito virtuoso fra il partito e la sua base sociale, alimentato dalla vivace dialettica interna alle sezioni, dalla diffusione di idee forti  non ancora degenerate in slogan e dall’intensa attività editoriale.

Poi lentamente ma inesorabilmente il “partito della classe operaia”  segue il destino di ogni organizzazione e scivola verso l’autotutela e l’autoconservazione;  la politica diventa un mestiere ben retribuito; i politici di ogni colore perdono i legami verticali e costruiscono un reticolo orizzontale: diventano una categoria se non addirittura un gruppo sociale organicamente connesso col potere industriale e finanziario, con la magistratura, con i vertici militari e perfino col clero.

L’operaio non legge più gli opuscoli distribuiti alle feste dell’Unità, dimentica Gramsci, Lenin, Stalin e Marx diventa un’icona sbiadita e vagamente allusiva. Semplicemente smette di leggere e piano piano smette anche di pensare. Teoria e pratica della lotta di classe, private del loro soggetto, diventano patrimonio di gruppuscoli, di centri sociali che di sociale non hanno nulla, di lotte studentesche mirate alla distruzione del sistema formativo e del suo ruolo di ascensore sociale.

E mentre negli anni della P38  le cellule eversive gli  spianano  l’ingresso nei palazzi del potere  il partito sostituisce gli obbiettivi,  i programmi le rivendicazioni con l’ideologia, vale a dire col nulla, cercando pateticamente un’identità nell’antifascismo. È il momento in cui invece di sollevare il proletariato al livello del ceto medio, rafforzandolo fino a farne il contrappeso alla nuova borghesia cialtrona e parassitaria, il Pci d’accordo con quella borghesia sospinge il ceto medio verso la proletarizzazione e attraverso la sua appendice sindacale inizia a smantellare il sistema formativo.

Il partito della classe operaia getta la maschera, cambia due volte nome e il sol dell’avvenire che doveva risplendere su una società di uguali viene sostituito dal faro del progresso, spostato dal terreno della conoscenza o del riscatto sociale a quello del costume, s’intende un costume degenerato, e della morale, ma una morale nichilistica. Un partito molliccio, untuoso, ipocrita, specchio dei nuovi borghesi che hanno scalato le redazioni, le banche, le istituzioni periferiche e centrali, tutto quanto consente di succhiare denaro e dare potere, dallo sport alla musica all’intrattenimento. Un partito che come una malattia contagiosa ha infettato tutta la politica assimilando tutte le entità politiche e sindacali: da FdI a Forza Italia ai partitini che si qualificano di destra e di sinistra lo stesso piattume, e pattume, antropologico del Pd e nella stessa Lega, nata come alternativa alla politica partitocratica,  sono ormai evidenti i segni della stessa degenerazione.

D’altronde come potrebbe essere diversamente se nella società civile gli spiriti liberi non hanno più voce, se i giovani non sanno letteralmente né leggere né scrivere nonostante tredici anni  passati sui banchi di scuola, storditi come i loro genitori, manipolabili come marionette ma sostanzialmente indifferenti rispetto a quel che accade intorno a loro, se latitano conoscenze, intelligenza, critica e perfino emotività, dislocata nella scham rage dei centri sociali e dei collettivi studenteschi. Oggi invece di qualche mugugno ci vorrebbe una sollevazione popolare contro un governo che con la complicità dell’opposizione continua a finanziare il regime più corrotto dell’universo mondo che continua ad arricchirsi sui cadaveri di intere generazioni, un governo colluso con lo Stato terrorista che dopo aver ripulito  la Cisgiordania dai suoi abitanti e aver aggredito l’Iran in combutta con gli americani  si sta preparando a colonizzare  il Libano  dopo aver distrutto sistematicamente tutti gli edifici civili e fatto il tiro al piccione con la popolazione in fuga. Ma, per rimanere in casa nostra, dove sono finiti i Draghi e le anime belle che si stracciavano le vesti per l’invasione russa  del Donbass che aveva impedito agli ukronazi di proseguire il lavoro di pulizia etnica? Ci sono, eccome, sempre al loro posto, sempre dalla stessa parte,  accanto a Netanyahu che deve essere lasciato in pace perché almeno lui deve poter finire il lavoro.

Post scriptum

Dopo che per mesi dai vertici delle istituzioni fino al più insignificante dei cronisti sono state diffuse  offese e calunnie contro il presidente della federazione russa, nuovo Hitler per Mattarella, autocrate per la Meloni, criminale di guerra per l’intera classe politica, dittatore comunista (copyright Verderami), mentitore seriale (Andrea Romano),  quando un conduttore televisivo russo dà di fuori e attacca i nostri vertici istituzionali  da destra a sinistra passando per il centro ci si ricorda della dignità nazionale e si leva un coro di rabbiosa indignazione. A dirla tutta lo sfogo di Solovyov è perfettamente giustificato. La Russia, con gli zar prima con Lenin e lo stesso Stalin dopo e infine col nuovo regime – democratico checché se ne dica almeno quanto quelli americano ed europei – ha costantemente manifestato amicizia e ammirazione per il nostro Paese, ricompensate prima con l’ingiustificata stupida incosciente aggressione del giugno1941  (per non dire della guerra di Crimea) – un errore imperdonabile di Mussolini – poi con la partecipazione attiva voluta dal binomio  Draghi-Meloni stretto col  collante di Mattarella  alla nuova ingiustificata stupida aggressione, militare per procura ed economica direttamente,  orchestrata dalla Nato e dall’Unione europea, della quale lo stesso conduttore è stato personalmente vittima.

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One thought on “Se si arriva al punto che un anticomunista debba rimpiangere il Pci. Lo sfacelo della politica e della società italiane”

  1. Questo è un articolo che non passa inosservato, anzi: colpisce come un pugno sul tavolo. Ha una tesi forte – quasi provocatoria – e la porta avanti senza tentennamenti, con una scrittura densa, colta, piena di riferimenti storici e politici.
    Il passaggio più interessante è proprio il paradosso iniziale: arrivare a rimpiangere il Partito Comunista Italiano non per nostalgia ideologica, ma per ciò che rappresentava in termini di struttura, identità e radicamento sociale. È lì che l’autore centra il bersaglio: nel raccontare la perdita di una “coscienza di classe” sostituita da un’omologazione un po’ superficiale, dove più che il reddito conta l’imitazione dei comportamenti. L’articolo è volutamente estremo in alcuni passaggi, a tratti divisivo, ma è anche questo il suo punto di forza: non cerca il consenso facile, cerca di scuotere. E in un panorama politico spesso piatto e ripetitivo, uno scritto così ha almeno il merito di rimettere in circolo idee, anche scomode

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