L’ora delle lobby. I valori della sinistra depositati in banca, nascosti in casa o finiti nella cuccia del cane

La presunzione di possedere un criterio per distinguere idee buone da idee cattive e che esistano persone che incarnano le prime, i buoni, e persone che incarnano le seconde, i cattivi è priva di qualsiasi fondamento. Le persone prendono partito per convenienza, per sentirsi parte di una comunità, per pigrizia o per distinguersi. Il semplice “io sono”, “io ci sono”, pare che non basti per rivendicare il proprio essere nel mondo, bisogna aggiungervi un aggettivo che dia un senso e un contenuto a quella affermazione fondamentale: io sono ateo, io sono socialista, io sono milanista …; se poi le circostanze consentono di dare visibilità e concretezza a questo essere qualcosa, tanto meglio: l’uniforme, la tessera, un distintivo all’occhiello o il tatuaggio garantiscono per l’identità e lo spessore personale, sollevano dal sentimento della propria irrilevanza. Da qui la fortuna di un approccio ideologico alla politica che ne ha dissolto il senso e smarrito la funzione e ha sostituito le legittime rivendicazioni intorno a interessi interni alla società civile con l’adesione a categorie vuote e una surreale dialettica intorno a pseudoconcetti.

A tanti torna comodo salire e scendere dall’iperuranio e frequentare alternativamente la purezza del concetto e il fango del dato sensibile dove attingere a palate lo sterco del demonio: sono quelli che ragionano per categorie, per astrazioni, nella tradizione del vecchio Pci. Che sotto il vessillo di intangibili diritti e supremi valori ha scambiato l’interesse collettivo con quello della propria parte, ha trasformato lo Stato in una mangiatoia e i cittadini in sudditi e polli da spennare. Il suo allarme per la “questione morale”, evangelicamente risolto nella ricerca del bruscolino nell’occhio altrui per occultare il trave nel proprio, ha attratto irresistibilmente nella politica e nei sindacati gente dal formidabile appetito e dall’inossidabile faccia di bronzo mimetizzata perfettamente in un sistema creato a sua immagine e somiglianza. In una società di farabutti non c’è posto per persone per bene: è quasi una legge fisica che trova conferma in qualunque ambiente di lavoro come in un’assemblea di condominio in un consiglio di classe o in una bocciofila.

Se questa è la conseguenza del modo astratto, chiamiamolo pure ideologico, di approcciare la realtà e di fare politica imposto dai compagni, l’antidoto è il ritorno alla concretezza, all’individuo, al singolo, unica strada per imparare a riconoscere e rispettare gli interessi collettivi, che per l’appunto sono in buona sostanza la somma di interessi individuali.  Come quelli delle famiglie e dei piccoli proprietari rovinati da un giorno all’altro dalla svalutazione delle loro case nelle periferie occupate da clandestini e “nuovi italiani”, dal rincaro dell’energia e da un’inflazione incontrollata, dalla quale gli unici che si possono difendere attivando una spirale perversa sono negozianti grandi e piccoli, professionisti, artigiani, istituti finanziari mentre pubblico impiego, salariati, lavoratori stabili e precari, dalla commessa al portalettere, ne vengono travolti: un’inflazione selettiva, che lascia al palo stipendi e pensioni, una vera legnata su chi tira e ha tirato la carretta del Paese. Sulle pensioni si è sconfinati nel grottesco: del 12% acclarato e ufficializzato di aumento del costo della vita se ne è riconosciuto al pensionato appena il 7,3%, che però al “governo del meno tasse, della tutela del risparmio e delle pensioni” è sembrato troppo e insostenibile tanto dal pensar bene di dimezzare il finto adeguamento e ridurlo rapidamente a zero. Del resto per quelli che a destra e sinistra (vecchio Msi ed ex Pci) hanno fondato il consenso sull’invidia sociale il nemico di classe è quella che veniva chiamata con disprezzo la “piccola borghesia” ma i veri benestanti, fra i quali ci sono quelli che li foraggiano, sono inattaccabili. Non è una novità. Oltre la soglia del vero potere e della vera ricchezza i compagni hanno sempre deposto, anche nel linguaggio, il loro armamentario ideologico. Se la sinistra inglese l’aveva messo in soffitta, loro col Capitale ci hanno acceso il fuoco del caminetto.

Andreotti, Berlusconi, Craxi, Grillo, Salvini e Meloni

I compagni hanno infettato la società e la politica italiane più profondamente di quanto abbiano fatto la democrazia cristiana, il clericalismo e la massoneria, con i quali del resto hanno finito per andare a braccetto. Ma sarebbe fuorviante farli coincidere col Pd, che del Pci è solo una delle creature: il marcio è in tutta la cosiddetta sinistra che si è retta sul piedistallo di una destra creata ad arte. Perché una vera alternativa al sistema di potere consolidatosi a partire dagli anni Settanta, quelli per intenderci delle Brigate rosse culminati con l’assassinio di Aldo Moro, non c’è mai stata, meno che mai a destra. In modi diversi Craxi, Berlusconi, Grillo lo hanno sperimentato. Craxi, lo stesso ambiguo Andreotti, poi Berlusconi e infine il modesto Salvini sono stati distrutti dal sistema benché nessuno di loro fosse espressione di una cultura politica di destra. Non erano di destra ma non erano compatibili col sistema di potere della sinistra. E la Meloni? Com’è che la Meloni è compatibilissima? La risposta è ovvia: la Meloni è la prova provata che la destra italiana è un’invenzione del sistema, non esiste, ammesso che sia mai esistita. Quella destra che per decenni ha riempito per contrasto il vuoto concettuale della sinistra – con tutta la paccottiglia dell’agiografia resistenziale -, di alternativa al regime che la cosiddetta sinistra ha creato non ha nulla. Non promette alcuna svolta nella politica economica, nella collocazione italiana in Europa, si incastona a perfezione nell’alleanza atlantica, non ha alcuna visione di politica estera che ricollochi l’Italia dove il padreterno l’ha messa. Tant’è che per staccarci dall’abbraccio mortale con l’Ucraina non rimane che affidarci agli stessi americani che hanno innescato la guerra per procura contro la Russia, sperando che da un momento all’altro ne abbiano abbastanza.

Zelensky e Meloni

Sicuramente la Meloni e i suoi accoliti, a cominciare dal ringalluzzito Crosetto, non ne hanno abbastanza: sanno che più armi riceve il fantoccio di Kiev, più ragazzi saltano per aria, vengono dilaniati, lasciano gambe e braccia negli ospedali; e gioiscono perché più sangue viene versato più ci sono motivi per condannare l’aggressore russo e inorgoglirsi del patriottismo ucraino; e guai parlare di pace, ohibò, sarebbe un modo disfattista per darla vinta al perfido Putin. Simili atteggiamenti hanno riscontro solo nella mente della presidente della commissione europea, il peso della cui elezione grava come un macigno su Conte e i Cinquestelle, o nel torbido mondo dell’est Europa nel quale si mescolano carnefici e vittime della storia del Novecento. E non ho alcuna difficoltà a riconoscere la maggiore cautela dello stesso Draghi di fronte a dichiarazioni semplicemente folli come quella risuonata nella Camera dei deputati che subordina l’avvio di negoziati di pace alla vittoria sul campo dell’Ucraina: “solo quando i russi saranno cacciati avrà senso sedersi a un tavolo”. L’avesse detto il mio barbiere gli avrei dato del demente; è la posizione del capo del nostro governo, che giustifica col perseguimento di questo obbiettivo l’invio di armi e l’addestramento di uomini.
E veniamo all’Ucraina. Fino all’altro giorno un italiano su due (senza distinzione fra manovali e cattedratici) non sapeva nemmeno dove fosse situata. L’altra metà la conosceva come una creatura del bolscevismo, che aveva applicato contro il centralismo zarista la dottrina dei “tanti popoli tanti Stati” (purché comunisti), sapeva dell’ instabilità politica seguita all’implosione dell’Urss, della feroce determinazione con cui erano state sterminate le minoranze etniche e linguistiche e della militarizzazione interna.

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La presenza di formazioni dichiaratamente naziste era stata documentata dalla stampa e dalle televisioni e non servivano speciali fonti per sapere dei maneggi americani per farne una base Nato. E che da otto anni si combatteva una guerra civile contro le regioni russofone del Donbass era arcinoto ma non interessava a nessuno. Ora mi chiedo sommessamente: se in Sicilia o in Sardegna gli sparuti gruppi separatisti dovessero diventare maggioranza e cominciassero a rivendicare l’indipendenza, che farebbero lo Stato italiano e il suo governo? Bombarderebbero Palermo e Cagliari? manderebbero carri armati, arresterebbero o farebbero saltare in aria i leader sardi o siciliani? Certo farebbero di tutto – politicamente – per evitare un referendum ma sarebbe impensabile il ricorso a un intervento armato, al quale del resto l’Unione europea e la comunità internazionale si opporrebbero. Come si sono fermamente opposte a qualsiasi cenno di repressione violenta da parte di Madrid del separatismo catalano. Via libera invece a Kiev, in ottemperanza ad una puntigliosa concezione della sovranità di uno Stato che al suo interno può perpetrare i peggiori crimini. Ma quando Mosca si decide a intervenire ufficialmente a sostegno dei separatisti, tutti d’accordo: c’è un aggressore e c’è un aggredito, il resto non ci interessa, non vogliamo sapere altro, e se l’aggredito ci chiede aiuto noi non glielo neghiamo. E, per strafare, la democrazia è sotto attacco, sono di fronte libertà e tirannide, di più: Ahura Mazda e Arimane si affrontano in campo aperto e noi dovremmo stare a guardare? e ancora, più terra terra: forse che gli ucraini si dovrebbero difendere a mani nude? no davvero, quindi bisogna armarli; e ancora: vogliamo la pace, ma alle condizioni dettate da Zelensky.
Poi i partigiani del bene intuiscono che in una prospettiva da stadio è più facile coinvolgere l’opinione pubblica e il tifoso difficilmente pende dalla parte debole. Allora forza: la blitzkrieg è fallita, i Russi stanno grattando il fondo del barile, non hanno più né uomini né armi, i loro generali sono svogliati e incapaci, si ritirano (ma se non avevano mai sfondato?) sono stati cacciati da Kherson, liberata dall’eroico esercito ucraino; subiscono una sconfitta dietro l’altra; Putin, confuso, umiliato, frastornato dai colpi ricevuti, è rinchiuso in un bunker e verrà rovesciato da un momento all’altro. Un fiume di stupidaggini, falsità, mistificazioni, fotomontaggi, video girati in studio fatti passare per filmati dal fronte. Sullo sfondo il grido d’allarme draghiano: siamo intervenuti perché “la nostra democrazia e la nostra libertà sono in pericolo”, che invece di sollevare un coro di ilarità trova un’eco puntuale in quanti hanno libero accesso ai media. E i poveri fatti bistrattati, tirati di qua e di là, distorti, camuffati: Kherson non è stata liberata ma i Russi se ne sono andati stupendo per primi gli stessi ucraini che temendo una trappola aspettano un bel po’ prima di entrare alla spicciolata e con grande cautela nei quartieri abbandonati; ad essere in difficoltà per l’invio di armi sono gli europei, l’arsenale militare russo non è stato neppure intaccato e rimane confrontabile solo con quello americano mentre ai nostri esperti e sputasentenze televisivi andrebbe fatto presente che dal lancio dello sputnik in poi la tecnologia e l’industria aerospaziale russa – al di là dei rivolgimenti politici – vanta una superiorità indiscussa, che il misterioso da mezzo secolo mai ritentato sbarco sulla luna non ha scalfito.

Biden e Zelensky

Non ci vuol molto a capire che la Russia si è rivolta contro l’Ucraina tenendosi un braccio legato dietro la schiena e il suo aver chiamato l’intervento “operazione militare speciale” non era questione nominalistica ma di sostanza: se l’intenzione fosse stata quella di scatenare una guerra l’Ucraina sarebbe stata spacciata in meno di un’ora, con tutto che gli americani avessero provveduto ad armarla fino ai denti. L’obbiettivo russo era e rimane quello di ridurre alla ragione il governo ucraino, di liberare dalla pressione nazista le repubbliche autonome del Donbass e di garantire la sicurezza alla Crimea tornata russa: che fosse raggiunto in poche settimane o in un anno dipendeva unicamente dall’amministrazione americana, la stessa però che aveva in animo di usare il fantoccio Zelenski per saggiare la reattività di Mosca e avere via libera contro il suo vero obbiettivo, la Cina. Ora gli americani, che conoscono bene il potenziale militare della Russia (indipendentemente dal nucleare che però rimane una spada di Damocle in un conflitto generalizzato), danno segni di ravvedimento e temono che il fantoccio sfugga loro di mano. Lo stesso Stoltenberg, che sembra fuori di testa, usa toni più controllati. Dalle nostre parti bisogna che ci si prepari ad un doppio salto mortale, in cui la Meloni dovrebbe cominciare ad esercitarsi, e in tanti devono augurarsi che editoriali, comparsate televisive, saccenti ricostruzioni vengano dimenticati: in fondo la pubblica opinione ha la memoria corta e poi chi potrebbe accusarli di qualcosa su cui erano tutti d’accordo? Infatti ciò che più impressiona è l’unanimismo che consente di bollare come fan di Putin o addirittura prezzolato al soldo di fantomatici servizi segreti russi – come insinua qualche malevolo imbecille – chiunque appena appena non si unisce al coro e usa il buonsenso. Ai bei tempi della patria socialista, cari compagni, non c’era bisogno di infiltrati: le quinte colonne avevano un nome e un cognome e una sede in cui operare in via delle Botteghe Oscure.

Nancy Pelosi e Giorgia Meloni

Sento i difensori d’ufficio dei Fratelli d’Italia: guarda che la posizione atlantista dei vecchi missini parte da lontano, risale ai tempi della guerra fredda. Niente da eccepire: il loro americanismo era conseguenza dell’anticomunismo e della tesi (grottesca) secondo la quale gli americani ci avevano liberato – non sconfitto, liberato -, tanto più insistita per quanto utile a svalutare la resistenza, della quale contestualmente i missini enfatizzavano crimini (ora, potere della pagnotta, celebrano il 25 aprile). Altra storia. Ma ora il pericolo rosso non c’è più, i compagni hanno sbaraccato da via delle Botteghe Oscure, se ci sono ancora sepolte da qualche parte le armi per l’insurrezione sono ferri arrugginiti e il santo padre, pardon, il piccolo padre è abbandonato in qualche sotterraneo del Cremlino. Però è vero che comunismo o no i Fratelli d’Italia il feeling con la Nato l’hanno mantenuto in nome di chissà quali altri “valori” (chi non ricorda il caloroso abbraccio del padre putativo di Giorgia Meloni con Nancy Pelosi?) e questo sarebbe stato un ottimo motivo per non votarli.
Ma di cosa ci dobbiamo meravigliare? Salta fuori che al parlamento europeo, e in particolare dalle parti dei compagni del Pse, nonostante le laute prebende si è sensibili alle mazzette da qualunque parte vengano. E non sorprende che la cabina di regia della loro distribuzione sia occupata da vecchi arnesi del sindacato e della sinistra italiani. Ma chi può pensare che il Qatar e addirittura il Marocco siano più munifici dello zio Sam e che quest’ultimo sia meno impegnato a tutelare i propri interessi, a cominciare dalla sua guerra per procura contro la Russia? Con che mezzo lo faccia non lo so ma qualunque esso sia sarei pronto a scommettere che il treno che portava rubli al partito di Togliatti fosse molto meno carico. Dove difettano buone ragioni i soldi sono gli argomenti decisivi.
Post scriptum

Salvini, Meloni e Piantedosi

È Natale, siamo tutti più buoni e non voglio infierire. Ma non fanno un po’ senso la Meloni, Salvini e il malcapitato Piantedosi quando vantano orgogliosamente la nuova politica sull’immigrazione e lo stop alle Ong proprio mentre i clandestini stanno sbarcando a frotte da Lampedusa a Bari a Salerno sotto gli occhi compiaciuti di guardia costiera e funzionari prefettizi? Ma fanno anche un po’ tristezza gli italiani così disposti a farsi prendere per i fondelli. E, ancora una volta, la pala affonda nello sterco del diavolo.

Pierfranco Lisorini

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