UCCIDERE IN NOME DI DIO

E’ mai possibile morire a ventidue anni per una ciocca di neri capelli sfuggita al suo hijàb (il velo islamico)? Sì, è possibile; è proprio quello che è avvenuto a Mahsa Amini, la giovane curda presa in custodia (?) dalla polizia morale dello Stato teocratico di Teheran, il 16 settembre scorso e deceduta in carcere in seguito alle bastonature inflittele dalla suddetta polizia. Polizia morale? E che cosa fa? Vigila sulla moralità degli iraniani? E’ una specie di squadra del buon costume governativa con facoltà di arrestare e uccidere? Più precisamente, si tratta di un corpo delle forze dell’ordine di quella Repubblica islamica istituito nel 2005 con il compito di controllare e, se necessario,  arrestare le persone che trasgrediscono il codice che regola il modo di vestire delle donne, obbligate a coprirsi i capelli con un hijab e indossare abiti lunghi che nascondano tutto il loro corpo.

Fahimeh Karimi

Per la cronaca, l’ayatollah Khomeini decretò, il 7 marzo 1979, l’obbligo dell’ hijab per tutte le donne sul posto di lavoro e che le donne senza velo sarebbero state considerate “nude”. Il 15 agosto scorso, il severissimo presidente Ebrahim Raisi, ha firmato un decreto per far rispettare la legge sull’hijab e sulla castità. Inoltre, in base a questo nuovo decreto, le donne che pubblicano le loro foto sui social senza il velo sono private di alcuni diritti per un periodo compreso tra sei mesi e un anno, come l’accesso agli uffici governativi, alle banche e ai mezzi pubblici; Il governo iraniano sta anche progettando l’uso di speciali tecnologie per identificare le donne che non indossano il velo. Di qui l’ondata delle proteste che continuano anche in questi giorni e l’aumento degli arresti, tra i quali quello di Fahimeh Karimi, allenatrice di pallavolo, madre di tre bambini piccoli, e delle condanne a morte per il reato di “inimicizia contro Dio”.

Sì, avete capito bene, nella Repubblica islamica iraniana  vige il reato di “inimicizia contro Dio”, passibile di condanna a morte! Qui siamo di fronte a quello che Massimo Recalcati ha definito, su La Stampa del 14 dicembre 2022,  “Il delirio del patriarcato”: “Si può uccidere, stuprare, torturare, bastonare nel nome di Dio? E’ quello che sta accadendo sotto gli occhi semichiusi del mondo nelle strade dell’Iran”. Per noi che bene o male apparteniamo all’Occidente laico, civile, liberaldemocratico (certo con tutti i limiti che i nemici occidentali dell’Occidente così inteso non smettono un attimo di ricordarci, nel caso non ne fossimo noi stessi consapevoli) questo delirio patriarcale criminogeno,  oppressivo e repressivo che si esercita soprattutto sul corpo femminile, ci appare incomprensibile, quasi si trattasse di qualcosa di un altro mondo o di un’altra epoca, e fatichiamo a credere che avvenga oggi, in questo mondo così detto globalizzato, ma che tanto globale, evidentemente non è. Recalcati parte proprio da questa evidenza per riflettere sull’eterno problema (i teologi parlano di mistero) del male: “Il male esiste, non è un principio astratto. Ed esistono i malvagi che  lo compiono colpevolmente.

Con l’aggiunta sconcertante che  il nome del Bene è spesso la maschera  principale con il quale esso si camuffa”. Giusto. Recalcati non lo dice ma, da attento lettore della bibbia quale è, immagino che abbia pensato alle parole di  Isaia: “Guai a quelli che chiamano il male bene e il bene male, /  che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, / che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro” (5, 30) e alle sette invettive  di Cristo contro gli scribi e i farisei che definire di fuoco sarebbe ancora poco, in Matteo (23, 12-33): “Guai a voi, scribi e farisei, ipocriti, che chiudete il Regno dei cieli davanti agli uomini: infatti voi non entrerete e impedite a chi vorrebbe entrarci di entrare… Guai a voi scribi e farisei, ipocriti, che pulite l’esterno della coppa e del piatto, e dentro rimangono pieni di rapina e di sporcizia…Guai a voi, scribi e farisei, ipocriti, perché  siete come sepolcri imbiancati che all’esterno appaiono belli a vedersi, mentre dentro sono pieni di ossa di morti e di putredine…Serpenti, razza di vipere, come sfuggirete al fuoco della Geenna?”. Queste invettive di Cristo sembrano rivolte, ante litteram, agli ayatollah e a tutti coloro che usano la religione a proprio vantaggio e ostentano devozione e pratiche esteriori per ingannare il prossimo. Infatti la domanda successiva è: “impiccare, sparare contro i genitali, il petto, gli occhi può essere espressione della volontà di Dio? Le mani dei suoi più fedeli e sanguinari adepti prolungano le mani di Dio? Il Male può essere fatto nel nome del Bene?”  E’ la domanda che pone anche Albert Camus nel suo saggio su L’uomo in rivolta del 1951: è giusto uccidere in vista di un bene ritenuto superiore alla vita umana? “E’ lo stesso interrogativo – continua Recalcati –  che ci ponevamo di fronte al terrorismo di matrice islamica. Ma nel caso dell’Iran il terrorismo  è di fatto una politica di Stato.

E’ il delirio collettivo che ispira il regime teocratico degli ayatollah”.  Già, ma questo delirio non è una prerogativa dello stato clericale iraniano odierno e non è poi così lontano dalla nostra storia anche  recente: “lo abbiamo visto all’opera anche in Occidente nel corso del Novecento: invocare fanaticamente l’ideale di una Causa può  giustificare i crimini più efferati. E’ la logica che ha ispirato storicamente il carattere strutturalmente religioso di ogni forma di patriarcato. Conosciamo bene anche il meccanismo: invocare la giustizia di Dio è un modo per giustificare ogni genere di violenza. Quando infatti si invoca il Bene supremo per compiere il Male non c’è più limite al Male che si può compiere poiché diventa lo scudo necessario in difesa del Bene”.   E’ il principio del “Dio lo vuole”, il grido di battaglia (Deus le volt) in latino medievale adottato da Pietro l’Eremita nelle sue prediche per l’arruolamento di cristiani per la prima Crociata, detta dei poveri o dei pezzenti (1096) e anche del Gott mit uns , già motto dei cavalieri dell’Ordine Teutonico e infine delle SS tedesche nella seconda guerra mondiale.  “Anche in  questa terrificante violenza che sta insanguinando le strade iraniane vediamo all’opera il carattere atroce dell’intento correttivo, educativo, paradossalmente pedagogico, del sadismo delirante del patriarcato.
Non a caso l’azione spietatamente della polizia  al servizio del potere teocratico è definita, come in un libro di George  Orwell  ‘polizia morale’. Ma anche questo genere di violenza abbiamo conosciuto in Occidente qualche secolo fa attraverso le istituzioni reazionarie e repressive delle nostre Chiese   finalizzate a perseguitare e a uccidere gli eretici e gli infedeli sempre nel nome di Dio”.

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Dunque non c’è niente di nuovo sotto il sole, come dice l’Ecclesiaste? Dunque: “ Ciò che è  stato è ciò che sarà, / ciò che è stato fatto è ciò che si farà”? Dunque non c’è salvezza per questa umanità malata? A chi dobbiamo chiedere conto di questo disastro universale? Se quello che è accaduto doveva accadere, che colpa ne abbiamo noi, discendenti di Adamo ed Eva? Non sarebbe stato meglio che rimanessimo nel giardino terrestre a pascolare come gli altri animali? O dobbiamo pensare che l’origine di tutte le  nostre disgrazie sia nel dono più prezioso, caro Dio, che Tu  (se no chi?) ci hai fatto, cioè il libero arbitrio?
Tu, che sei onnisciente, onnipotente, misericordioso  ed eterno, come hai fatto a non pensare che in quel dono era compresa la possibilità della nostra autodistruzione, e quando hai visto il malo uso che facevamo di quel tuo dono, perché non ce l’hai tolto? Sì, è vero ci hai mandato più di un avvertimento, dal diluvio, al crollo della torre di Babele, alla distruzione di Sodoma e Gomorra; ci hai mandato persino tuo Figlio per redimerci, e l’abbiamo crocifisso. Che cos’altro potevi fare per  noi? Se ora nemmeno la testimonianza delle giovani martiri e dei giovani martiri iraniani impiccati ed esposti in piazza perché manifestavano contro il potere degli ayatollah, nuovi scribi e farisei, come la testimonianza dell’eroico  popolo ucraino  che resiste sotto i bombardamenti voluti da Vladimir Putin per costringerli alla resa, potranno fermare questa folle corsa dell’umanità verso la catastrofe  nucleare o ambientale, allora, caro Dio, mandaci un altro diluvio, ma questa volta senza superstiti; e scrivi così la parola fine a questa storia indegna di continuare.

Fulvio Sguerso

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3 thoughts on “UCCIDERE IN NOME DI DIO”

  1. Ottimo articolo, caro Fulvio. Circa la tua frase conclusiva, il diluvio ce lo stiamo procurando da soli, senza Dio, dal momento che sono secoli che stiamo attivandoci alacremente per usurpare il suo posto, aggiungendo a ritmo esponenziale ogni secolo/anno/mese un piano in più alla Torre di Babele, che nel mio articolo ho ironicamente battezzato 20.50, quando potremo finalmente trasferire briciole di Sole sulla Terra.
    Ammesso che al 20.50 ci arriviamo, viste le recenti tentazioni di apocalisse nucleare a tempi ravvicinati.

  2. Appassionato e indignato articolo il tuo… E giustamente! In esso le grandi questioni di ordine religioso e filosofico che poni, lasciano spazio anche alle domande più concrete di ordine storico:”Come è potuto accadere che si sia arrivati a tanto dopo il suffragio universale, dopo il ’68, dopo le fabbriche e le università aperte a tutti?”
    E, in controluce, quale vantaggio politico sottende alla espropriazione che il potere attua nei confronti del corpo delle donne?

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