La solidarietà come avversario

Martina Marchiò, autrice e io-narrante del libro “Brucia anche l’umanità” ( sottotitolo: Diario di un’infermiera a Gaza ), a un certo punto chiede a Sohaib, suo collega di Medici Senza Frontiere, perché è così pensieroso.

Sto ancora pensando, le risponde, alla storia di un paziente che oggi è arrivato ad al-Aqsa.
Ha perso quasi tutta la sua famiglia: un missile ha colpito la loro casa e non avevano ricevuto nessuna informazione per l’evacuazione prima dell’attacco.
Stavano dormendo vicino alla porta d’entrata pensando fosse il luogo più sicuro, ed è proprio dov’è caduto il missile.
Il suo bambino di cinque anni, il figlio di quindici e la figlia di diciotto anni sono morti sul colpo. Suo padre è precipitato dal sesto piano al primo, mentre lui e la madre sono rimasti feriti al sesto piano.
Questo succedeva la sera, ma soltanto all’alba sono riusciti a tirarli fuori.
Anche con la luce del sole continuavano a piovere bombe e scariche dall’alto.
Lui mi ha detto di aver pregato di morire per raggiungere i suoi figli.
Lui e la madre sono rimasti nell’edificio, feriti, per alcune ore: lei non ce l’ha fatta ed è morta davanti ai suoi occhi…

Cosa che mostra, se mai ancora ce ne fosse bisogno, come già nell’aprile del ’24, cioè i giorni di cui nel libro si tratta, la scusa di bombardare per aver individuato in quel certo luogo pericolosi terroristi fosse appunto una scusa, perché se si comincia a bombardare la sera non si può credere che i terroristi restino lì a prendersi le bombe che cadono in continuo fino al giorno dopo: o sono morti o sono fuggiti.
Se si bombarda, allora, è per massimizzare i danni alle cose, alle infrastrutture e alle persone, queste ultime impossibilitate alla fuga a causa della vecchiaia, o della disabilità, o della malattia, o dell’inedia, o in età di dipendenza. E anche per colpire, inaugurando nella Striscia quella tattica perversa del double tap sdoganata dalla guerra della ex-Jugoslavia e a Gaza via via normalizzatasi, coloro che cercano di soccorrere i feriti e di estrarre dalle macerie chi vi è appena rimasto imprigionato.
A posteriori possiamo dirlo senza più esitazione: era previsto un piano genocidario.
Eppure più di questo che assume una gravità assoluta, può succedere che colpisca ciò che, oggettivamente assai meno grave, si dà però come puro scherno e dileggio per chi già affonda nella disperazione. Un di più gratuito di sofferenza elargito per spregio a chi ormai possiede solo un corpo e una mente in bilico e lotta perché non cedano, e lo fa spesso non più per sé, ma per chi sente di dover difendere.

Dal breve, intenso libro di Martina Marchiò, questo brano relativo a Gaza:

[…] Non ho neanche il tempo di piangere che subito un boato più forte del solito mi riporta alla realtà. Mi accovaccio a terra e Sohaib fa lo stesso. “Dev’essere stata una bomba supersonica!”, dice Sohaib a bassa voce.
“Che cos’è? Non ne ho mai sentito parlare!”, rispondo curiosa e allo stesso tempo spaventata.
“Gli aerei da caccia F-16 che volano a bassa quota rompono la barriera del suono sopra le aree più popolate, creando fragorose onde d’urto che scuotono gli edifici, rompono le finestre, fanno saltare le porte e causano panico, paura e ansia”, mi spiega.
“E’ terribile, non c’è fine al peggio! Una sorta di punizione collettiva con la quale si prendono gioco delle persone. Pensavo usassero un solo tipo di bomba qui!”, rispondo sconvolta.

In tali frangenti, chiunque si adopera ad alleviare le sofferenze del prossimo, e per farlo lascia in ansia a casa la sua famiglia e mette in gioco la propria incolumità o magari la propria vita, viene osteggiato in ogni maniera, perché viene visto come un ostacolo, come una persona che si permette, salvando o ponendo un qualche rimedio ai danni ( fisici, nel caso di MSF a cui appartiene l’autrice ), di contrapporsi: salvare vite anziché lasciare che si perdano.

Dopo un mese e mezzo, il tempo di permanenza a Gaza per l’autrice si è concluso.
Deve rientrare in Italia.
Ha faticosamente ottenuto il permesso per attraversare il gate di Kerem Shalom. Ma 500 metri prima un soldato dell’IDF ferma la piccola carovana di 8 auto su una delle quali lei si trova, e pretende che, nonostante il lasciapassare fosse basato su altri accordi, conducenti e trasportati percorrano il tratto che li separa dal gate a piedi, trascinandosi appresso i bagagli.
“Dovete camminare con i bagagli per cinquecento metri, adesso!”, grida un militare che ha un’aria tutt’altro che amichevole.
E’ vero. Spesso il diavolo si nasconde nei dettagli. In un ordine gratuito e umiliante, e nel gridarlo in modo ostile, forgiato dalla rabbia o da qualche supposta rivalsa che viene dall’infanzia in famiglia e nella scuola.
Danni di un tipo di educazione che, per venire ai giorni nostri, il Ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha ben espresso riferendosi alla guerra in Libano:
Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare.

Fulvio Baldoino

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One thought on “La solidarietà come avversario”

  1. Al di là delle responsabilità politiche e militari, che saranno la storia e il diritto internazionale a giudicare, c’è un dato che nessuno dovrebbe ignorare: quando a pagare il prezzo della guerra sono soprattutto i civili, l’umanità intera esce sconfitta. Il racconto di un’infermiera che opera sul campo ricorda che dietro le statistiche ci sono volti, famiglie, bambini, medici e soccorritori che ogni giorno convivono con la paura e la morte. La solidarietà non dovrebbe mai essere considerata un ostacolo, ma l’ultimo baluardo della civiltà. Anche nelle guerre più feroci, il rispetto della vita umana e di chi presta soccorso dovrebbe rimanere un principio irrinunciabile. Quando si perde questo, non c’è vittoria che possa davvero dirsi tale.

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