Saltimbocca all’italiana: la politica estera di Tajani tra farsa e oblio
Saltimbocca all’italiana: la politica estera di Tajani tra farsa e oblio
C’è un piatto che più di ogni altro racconta l’arte italiana dell’apparenza: i saltimbocca alla romana. Sottili fettine di vitello avvolte nel prosciutto e nella salvia, cucinate in fretta, che “saltano in bocca” con un sapore che promette nobiltà ma rivela presto la sua fragilità. E c’è una figura che, nella scena politica odierna, incarna perfettamente questa ricetta: Antonio Tajani, ministro degli Esteri, vicepremier, eterno gregario trasformato in protagonista per necessità, che ogni giorno sforna dichiarazioni come fossero scaloppine, ma il cui piatto forte è la vacuità.
Perché se osserviamo la sua azione diplomatica, ci troviamo di fronte a un uomo che agisce come il cuoco dei saltimbocca: batte la carne (le parole), la infarcisce di prosciutto (le promesse) e di salvia (le rassicurazioni), la cuoce a fuoco vivo e la serve in tavola con un gesto teatrale. Il problema è che il vitello è spesso troppo battuto, il prosciutto copre il sapore, e la salvia – pur profumata – non basta a mascherare l’assenza di sostanza. Così la politica estera italiana, sotto la sua guida, diventa un susseguirsi di piatti pronti: un tweet per la pace in Ucraina, una telefonata a Biden, una stretta di mano a Meloni, un sorriso a von der Leyen. Il tutto condito con un inglese zoppicante e un francese approssimativo, mentre il mondo brucia e l’Italia cerca una bussola che Tajani tiene in tasca, forse per non doverla mostrare.

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Ma non è solo un cuoco: è anche un impresario. E qui la metafora si fa più cupa. Tajani recita la parte del direttore artistico di una compagnia di avanspettacolo, dove ogni attore ha un numero, ogni numero ha una durata, e il copione si riscrive ogni sera in base al pubblico. L’avanspettacolo, genere leggero nato nei primi del Novecento, è fatto di macchiette, canzonette, imitazioni, colpi di scena. Ebbene, il ministro degli Esteri si comporta esattamente così: oggi è l’uomo della fermezza atlantica, domani è il paladino del dialogo con la Russia, dopodomani è il mediatore mediterraneo che corteggia i paesi del Sud. Non c’è una linea, non c’è un pensiero strategico, non c’è un’idea di nazione. C’è solo la necessità di tenere insieme la compagnia: i sovranisti di governo, i moderati europei, gli americani esigenti, gli elettori distratti. E per farlo, Tajani indossa di volta in volta il costume dell’uomo di stato, del padre nobile, del burattinaio, ma il sipario si chiude sempre sulla stessa scena: un palcoscenico vuoto, dove il pubblico applaude per abitudine, ma in platea cresce il silenzio dell’indifferenza.
E qui sta la tragedia. Non è la tragedia di un tradimento o di un fallimento clamoroso, ma quella più sottile di una mediocrità elevata a sistema. Tajani non è un cattivo ministro nel senso tradizionale: non ha provocato disastri, non ha insultato alleati, non ha commesso gaffe epocali. Eppure, il suo operato è il trionfo del “si fa quel che si può”, del “si vedrà”, del “cercheremo di mediare”. La sua diplomazia è una diplomazia da salotto buono, dove le questioni cruciali – il conflitto in Medio Oriente, la competizione con Cina, la crisi energetica, il destino dell’Europa – vengono affrontate con la leggerezza di chi deve solo far bella figura, senza mai sporcarsi le mani.
Giustificare questo paragone è semplice: i saltimbocca sono un piatto romano, e Tajani è romano di adozione, ma soprattutto sono un piatto che si cucina in fretta e si consuma in fretta, proprio come i suoi comunicati stampa. L’avanspettacolo, invece, è il genere che più di ogni altro ha celebrato l’arte del “numero” – e Tajani è un numerista, uno che conta i voti, i seggi, le percentuali, ma non conta le conseguenze delle sue scelte. È l’impresario che sa gestire il retropalco, ma non sa scrivere un dramma. E il mondo, oggi, ha bisogno di drammi autentici, non di commedie leggere.
Così, mentre Tajani continua a girare il mondo con il suo sorriso da venditore di auto usate, l’Italia perde l’occasione di avere una politica estera degna di questo nome. Non c’è visione, non c’è coraggio, non c’è memoria storica. C’è solo un uomo che, nel suo ruolo più alto, si comporta come un cuoco che sa solo un piatto, e come un impresario che ha dimenticato che il teatro, per essere grande, deve saper raccontare la verità. Ma la verità, oggi, è che la politica estera italiana è diventata un saltimbocca senza sale, servito su un palcoscenico dove l’unico attore è lui, e il sipario si chiuderà presto, forse senza nemmeno un applauso.

Al di là dell’ironia e delle metafore gastronomiche, l’articolo pone una questione politica concreta: quale ruolo vuole davvero avere l’Italia nello scenario internazionale? In un mondo segnato da guerre, crisi energetiche e tensioni geopolitiche, limitarsi a seguire le decisioni dei partner più forti rischia di far perdere autorevolezza al nostro Paese. Una politica estera efficace non si misura dal numero di incontri o di dichiarazioni, ma dalla capacità di difendere con coerenza gli interessi nazionali, mantenendo al tempo stesso credibilità verso gli alleati. È su questo terreno che ogni ministro degli Esteri, qualunque sia il suo colore politico, dovrebbe essere giudicato.