Il costo della democrazia e della libertà

La libertà e la democrazia hanno un costo, dice Verderami. Bella frase, d’effetto, di immediata comprensione, di una apparente evidenza ma di intrinseca assurdità. Anzitutto i due concetti, democrazia e libertà, sono tutt’altro che univoci e di fatto l’uno e l’altro rinviano a condizioni diametralmente opposte alla loro denotazione.

Francesco Verderami

Gli individui sono liberi finché rimangono tali, senza vincoli sociali. Nel momento in cui diventano parte di un sistema la loro libertà risulta limitata dalle sue regole fino al punto che si perde completamente. Questo vale all’interno di qualunque organizzazione della quale si entra volontariamente a far parte, come un semplice rapporto di coppia, ma soprattutto vale per quella fondamentale, lo Stato, che dà forma istituzionale alle interazioni fra individui e che ci viene imposta nel momento stesso in cui ci si affaccia sul mondo. Lo Stato si prende tutta la nostra virtuale libertà trasformandoci in sudditi ai quali garantisce la vita, la proprietà e la possibilità di fruire di quella quota di libertà che ci restituisce. Questo vale per qualunque forma di governo e qualunque veste istituzionale, che non sono tanto funzione di quella quota di libertà ma del grado di partecipazione della società civile, l’insieme degli individui e delle transazioni che si stabiliscono fra di loro, alla sua gestione; minima in una monarchia assoluta, massima, in teoria, in una democrazia. Il diaframma fra Stato e società nel caso di istituzioni non invasive può infatti tradursi in un più ampio spazio di libertà personale, che al contrario in un regime rappresentativo caratterizzato da una burocrazia pervasiva e da servizi che comportano obblighi controlli e divieti è ridotto al minimo.

Insomma: lo Stato non ci garantisce la libertà ma al contrario ce la toglie: più Stato meno libertà, più Stato più gli individui sono ridotti a sudditi e più la società è imbrigliata da regole che finiscono per soffocarla.
La distinzione fra democrazie e autocrazie è uno specchietto per allodole. I sistemi politici americano e russo sono sovrapponibili e i primi a saperlo sono Trump e Putin: hanno gli stessi poteri, devono fare i conti con gli stessi nemici interni ed esterni, entrambi riducono al silenzio le opposizioni facendo leva sulla propria popolarità, sono gravati dalla stessa responsabilità. E vorrei vedere arrampicarsi sugli specchi un esperto di diritto costituzionale che cercasse di dimostrare una sola significativa differenza fra i due impianti istituzionali. E se Navalny chiama Assange risponde.

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Questo non vuol dire che siccome in tutti i Paesi le forme istituzionali sono simili – elezioni a suffragio universale con una periodicità prefissata, partiti, parlamento, ministeri e così via – tutti i regimi restituiscano ai cittadini-sudditi la stessa quota di libertà o, quel che più conta, garantiscano loro nello stesso modo servizi e sicurezza. È questo è l’unico autentico strumento di misura del grado di democrazia – usiamo pure questo termine anche se improprio – di uno Stato: di quanta libertà godi e quanti diritti hai.
Un Paese come l’Italia dove gli studenti hanno diritto a esporre sui muri e alle finestre della scuola non solo scritte di sostegno ai palestinesi o lenzuolate con l’auspicio di vedere a testa in giù il ministro di turno ma per un cartello che rivendica l’Italia agli italiani vengono duramente sanzionati ed esposti al pubblico ludibrio non garantisce una quota accettabile di libertà; un Paese come l’Italia in cui si può etichettare qualcuno come fascista e sentenziare che “i fascisti non possono parlare” non si distingue dalla Germania nazista del passato fortunatamente remoto né dall’attuale Corea del Nord. È passato un quarto di secolo da quando per ascoltare Fini in un teatro livornese bisognava passare fra due ali di poliziotti in assetto di guerra; dieci anni dopo lo stesso copione si ripeteva per Salvini, al quale nessuno aveva osato dare ospitalità per paura di rappresaglie costringendolo a riparare in un parrocchia circondata da una turba urlante sullo sfondo del coro nauseante di Bella Ciao. E lo stesso Salvini lo scorso autunno, col centrodestra al governo, per parlare all’auditorium dei bagni Pancaldi ha avuto bisogno di uno scudo protettivo che non lo ha salvato dagli insulti, dai lanci di oggetti e dagli sputi dei soliti antifascisti. Ora tocca a Vannacci, che secondo la presidente dell’Anpi fiorentina non ha diritto di farsi vedere in pubblico. Si dirà: è un modo discutibile di interpretare la dialettica politica, una fazione contro l’altra. No, non è così perché non c’è mai stato in ottanta anni di storia repubblicana in nessuna parte d’Italia, dai più oscuri borghi alla capitale, un solo episodio di contestazione a un comiziante comunista, di Democrazia proletaria, di Potere al popolo o di Più Europa o di Verdi e Sinistra. E non si è mai visto un giudice muoversi contro chi pretende di tappare la bocca al presunto avversario. E questa sarebbe democrazia.
Non sto a ricordare le prove generali di regime poliziesco durante il Covid. Tutti agli arresti domiciliari, se hai un parente all’ospedale non lo rivedi neppure da morto e se ti azzardi a protestare poliziotti e carabinieri, quelli che ora latitano se finisci circondato da maranza, ti bersagliano con idranti e lacrimogeni.

In compenso però hai la peggiore scuola del mondo, ti devi pagare le cure mediche che ti dovrebbero essere garantite, i vigili urbani invece di badare a rendere il traffico più scorrevole e sicuro se ne stanno in agguato per farti una multa, rischi di sporcarti la fedina penale per una tenda che fa ombra al tuo negozio mentre per chi costruisce abusivamente un grattacielo una pacca sulla spalla, poveretto era in buona fede; e se guadagni duemila euro con i quali devi scegliere se pranzare o cenare lo Stato in combutta col comune e la regione te ne porta via trecento.
Queste sarebbero la libertà e la democrazia di cui, secondo l’ex cronista sportivo trasformato in guru della politica, dobbiamo pagare il costo. E quale sarebbe il costo? Le spese militari per difenderci da chi le minaccia, la federazione russa, ovviamente.

Mentre lo scrivo sembra una barzelletta che non fa ridere ma è esattamente quello che Verderami sostiene. Se fosse l’unico si potrebbe concludere con una diagnosi psichiatrica, un delirio paranoide interno ad una realtà allucinata ma la sua è l’opinione unanime – con la sola lodevole ma tardiva e strumentale eccezione di Conte e, ovviamente, dell’ostracizzato Vannacci – della politica e del giornalismo italiani, il che attesta che Verderami è perfettamente “normale” e sano di mente. Semmai di suo ci metteva Putin “dittatore comunista” ma ora che Trump ha scatenato la guerra al comunismo ha dovuto rinunciare a questo tocco di originalità.

Non rinuncia però a farsi portavoce del pericolo che incombe sulle nostre frontiere, memore forse dell’appello carducciano: “e voi se l’unno o se lo slavo invade Eccovi o figli l’aste, ecco le spade, Morrete per la nostra libertà”. E a Verderami e a tutti i nostri politici di destra di centro e di sinistra si gonfia il petto di bellicoso patriottismo mentre guardano alla rassicurante mole del ministro della difesa, che d’ora in poi sarà opportuno tornare a chiamare ministro della guerra.
Per concludere lascio perdere l’ironia: in questa versione italica di democrazia liberale non abbiamo né libertà né partecipazione né servizi; solo oppressione, a cominciare da quella fiscale, via libera alle squadracce rosse, una politica estera funzionale al mantenimento dei privilegi della politica, dei suoi derivati e degli interessi del capitale con essa colluso e lo sconcio spettacolo di un capo di governo deriso dal suo dominus e intento a sbaciucchiare l’ex comico incaricato dalla Nato e dai vertici europei di mandare al macello il suo popolo per costringere l’orso russo a scatenare una catastrofe planetaria.

Pierfranco Lisorini

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2 thoughts on “Il costo della democrazia e della libertà”

  1. Commento impeccabile, come sempre. Stavolta hai avuto la bontà di sorvolare sull’altra grave pecca dell’Italia oggi: lo smisurato numero di clandestini, quasi tutti islamici, che spadroneggiano per la Penisola, certi di quell’impunità che a casa loro non gli sarebbe di certo concessa. Ed è ripugnante assistere, in talk show di sinistra come quello serale di LA7, ai risolini dei conduttori/conduttrici che riservano a chi non la pensa come loro, come ad es. l’altra sera a un esponente di Futuro Nazionale. Il quale FN, datogli il dovuto tempo, non mi stupirei diventasse il 1° partito d’Italia, come in Germania AfD, perché il popolo capisce chi mente e chi dice la verità. Tant’è che a Bruxelles stanno “indagando” per sciogliere il gruppo di FN; mentre in Italia Meloni & C stanno coordinando gli sforzi per coalizzarsi e mettere lo scomodo FN ko. Insomma, una democrazia pilotata da chi pretende di esserne l’unico, legittimo interprete.

  2. L’articolo pone una domanda che vale la pena affrontare: fino a che punto siamo disposti a cedere libertà individuali in cambio di sicurezza, servizi o presunti interessi superiori? Ogni Stato, per sua natura, limita una parte della libertà dei cittadini, ma il problema nasce quando il peso della burocrazia, della pressione fiscale e delle restrizioni supera i benefici che dovrebbe garantire. Si può discutere sulle conclusioni dell’autore e sui paragoni utilizzati, ma è difficile negare che molti cittadini percepiscano oggi un crescente divario tra i sacrifici richiesti e la qualità dei servizi ricevuti. Una democrazia si misura non solo dal diritto di votare, ma anche dalla capacità di garantire libertà di espressione, uguaglianza di trattamento e un rapporto equilibrato tra potere pubblico e diritti individuali. Su questi temi il confronto dovrebbe essere aperto, senza etichette e senza censure.

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