La menzogna del nazifascismo e l’attrazione fatale dei fratelli d’Italia per i patrioti ucraini

L’identificazione di fascismo e nazismo raggiunge la sua consacrazione lessicale nel termine nazifascismo. E siccome le parole rimandano a significati si dà ad intendere l’esistenza di qualcosa che assomma e unifica l’esperienza storica del fascismo e del nazionalsocialismo.
Non ho certo la pretesa di definire in poche righe due fenomeni storici tanto complessi come il fascismo e il nazismo; mi limito a evidenziare che, sia come dottrina sia come regime, nonostante la coincidenza temporale e le reciproche influenze essi abbiano ben poco in comune. Il fascismo nasce come declinazione  nazionale del partito socialista e suo superamento in senso interclassista. Come progetto rivoluzionario si propone la riduzione dell’accentramento statale e parlamentare a favore della società civile, vale a dire della nazione considerata come somma di individualità interconnesse; le sue radici storiche e culturali affondano nel  risorgimento e nell’idealizzazione e armonizzazione dei suoi protagonisti:  Mazzini, Garibaldi,  Cavour, rinvigorite  dal tentativo di riannodare il filo con l’antica Roma nel quadro di una complessiva valorizzazione della storia patria.

Sullo sfondo l’arditismo e il vitalismo dannunziano – con l’Immaginifico politicamente  depotenziato  all’interno di una trinità di bardi della patria in compagnia di Carducci e Pascoli -, combinato con lo slancio iconoclastico e dissacrante del futurismo. In più, in una dimensione più rarefatta, agiscono variamente modulati richiami allo spiritualismo, al neoidealismo gentiliano, al sorelismo. Un apparente guazzabuglio reso coerente dalla centralità della Patria, in esplicito contrasto con l’internazionalismo anarchico e marxista e con l’eredità illuminista.

Georges Sorel e Giovanni Gentile

Se il fascismo poggia sull’idea di patria e fa della patria il proprio valore supremo il nazismo poggia sull’idea di razza e fa della purezza della  razza il proprio ideale e il proprio  valore. Non è una differenza da poco.
E se il fascismo è una gemmazione di un partito progressista – potremmo dire per comodità “di sinistra” – il nazionalsocialismo nasce, nonostante il nome, dai gruppuscoli revanscisti reazionari connotati essenzialmente dall’odio verso gli ebrei. La sua dottrina altro non è che la razionalizzazione dell’antisemitismo, in cui confluiscono l’invidia sociale, l’umiliazione dei trattati di pace, vaghi sentimenti antimediterranei di ispirazione  nordica e nibelungica, un cristianesimo in funzione antiebraica, l’idea di una civiltà occidentale che ha come perno il germanesimo.

Il progetto politico  è quello rigido e immodificabile dei 25-Punkte-Programm del 1920,  caratterizzato da un esasperato populismo  che accoglie senza filtri l’odio e il risentimento del proletariato tedesco  contro gli stranieri e gli ebrei  mentre la cornice concettuale va cercata nello statalismo di Fichte  e nell’antimaterialismo di Heidegger.  Poi ci sono i simboli, che nel fascismo rinviano al passato imperiale di Roma e nel nazismo al misticismo runico: il fascio littorio  della legge romana da un lato, la croce uncinata dall’altro. Nel primo caso un concreto richiamo alla storia patria, nel secondo una suggestione “romantica”. E non è, mi ripeto una differenza da poco. Perché dalla concretezza discende il pragmatismo  e, col pragmatismo, un antidoto al fanatismo, che è il frutto avvelenato dell’idealismo astratto, dei valori assoluti, che sono tanto più assoluti quanto meno tangibili e definibili. Il fanatismo che è nemico della ragione, del buon senso ed è insensibile ai valori autentici dell’esistenza.

Se le dottrine sono diverse e contrastanti,  i rispettivi regimi sono inconciliabili: l’identificazione del partito con lo Stato in teoria dovrebbe accomunare i due regimi ma va intesa in rapporto al modo in cui viene concepito il ruolo dello Stato.  In Italia rimane un’enunciazione di principio mentre in Germania (come nella Russia bolscevica) è una violenta realizzazione. Nei venti anni di potere mussoliniano lo Stato italiano è insieme monarchico e fascista (per non dire clericale). L’autoritarismo sabaudo si affianca alla disciplina fascista a volte mischiandovisi, a volte operando in ambiti separati e a questa diarchia si aggiunge  il potere sottile e pervasivo del Vaticano. Il risultato è un regime  autoritario che poté contare su un consenso plebiscitario, lasciò grazie alle sue contraddizioni ampio spazio alla società civile e fu tutto sommato cauto nella repressione del dissenso. Quello che obnubilò la Germania nei dodici anni di potere nazionalsocialista fu invece un regime totalitario poggiante sulla militarizzazione forzata della società e sul fanatismo di una minoranza,  dietro il quale agivano ras privi di controllo e in qualche caso di testa  che si  giovarono di una struttura organizzativa solida ereditata dalla Prussia bismarckiana.  L’esito della seconda guerra mondiale li ha liquidati entrambi lasciando da una parte e dall’altra rimpianti e goffi tentativi di resurrezione. Ma mentre in Italia si rimpiange l’uomo forte che garantisce ordine sicurezza e prosperità ed è pressoché assente la nostalgia dell’impero perduto (si esce dalla scuola senza nemmeno sapere che l’Albania era unita all’Italia), in Germania è vivo il mito del Reich e soprattutto quello della razza e della supremazia nordica, con tutta la paccottiglia di riti parole d’ordine e simboli identitari.

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E il mio sospetto è che nel partito nato da una metamorfosi della nostalgia missina confluisca una destra sostanzialmente ignara del ventennio fascista ma sensibile alle uniformi, al militarismo, al misticismo da quattro soldi e alla carica d’odio che circola nei movimenti di estrema destra tedeschi, svedesi, baltici che fraternizzano con i camerati ucraini. Non è invece un sospetto ma una certezza la simpatia del governo Meloni per un regime, quello ucraino, che sopprime fisicamente gli oppositori interni,  fabbrica di sana pianta verità di comodo, come l’ultima del missile russo diretto su un condominio con relativa strage di civili contro l’evidenza di una criminale o  stupida azione della contraerea ucraina, pubblicamente riconosciuta dallo stesso consigliere  di Zelenski – prontamente rimosso -, e  spinge  i suoi interessati o incauti sostenitori verso un punto di non ritorno. In una maggioranza parolaia,  alla prova dei fatti ondivaga, senza una linea, capace di muoversi indifferentemente in una direzione o in quella opposta l’unico punto fermo, incrollabile e convinto è il sostegno ai patrioti ucraini (quelli del battagliobe Azov e delle altre formazioni ispirate al ricordo di Bandera e dei cacciatori di ebrei inquadrati nelle Waffen-SS).

post scriptum

Con poche lodevoli eccezioni i media rubricano come “nazifasciste” stragi come la spietata rappresaglia delle Fosse Ardeatine  o l’orribile eccidio di S. Anna di Stazzema.  È banale riconoscere che il fascismo non ci combina nulla ma è troppo comodo scaricarne la colpa sul nazismo: sono crimini tedeschi, compiuti dall’esercito tedesco. Come sarebbe troppo comodo attribuire al fascismo le stragi perpetrate dall’esercito italiano in Grecia. La guerra, anche senza l’incubo di una catastrofe nucleare,  è una cosa orribile, uno strappo violento alla civiltà e all’umanità: dovrebbero ricordarlo i burattini dell’Ue, gli psicopatici ai vertici della Nato e gli inqualificabili politici italiani che forniscono armi all’Ucraina perché la guerra continui fino alla sconfitta russa, vale a dire all’infinito.

Pierfranco Lisorini

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