La coerenza di Trump
La coerenza di Trump
Perché gli europei lo detestano e gli americani lo amano

Criminale, buffone, dittatore comunista, tiranno sanguinario; Trump ci riporta indietro all’alba della guerra fredda quando i compagni un giorno sì e l’altro pure occupavano le piazze sbraitando contro lo zio Sam e l’imperialismo guerrafondaio incarnato dal perfido Truman, bersaglio di tutta la stampa progressista e degli intellettuali che orbitavano nell’area bolscevica. Ora i loro nipotini, senza rinnegare il Migliore o la titina Brigata Garibaldi, con un voltafaccia e una mancanza di coerenza che ha del surreale se la prendono con the Donald perché sembra essersi discostato dal solco tracciato dai padri fondatori del nuovo Occidente holliwooddiano proprio quando loro si sono identificati coi dem americani, con la finanza globale, con le plutocrazie spacciate per democrazia. Orfani di Biden, odiano la Russia per quanto i loro nonni adorassero l’Unione Sovietica; dimentichi dello straziante “Stalin è morto” a caratteri cubitali sull’Unità del 6 marzo 1953, ora scrutano le immagini di Putin per vederne i segni di qualche malattia che lo faccia uscire di scena. Innamorati come la Meloni di Zelensky sono pronti a perdonargli qualsiasi mascalzonata perché l’Ucraina è la depositaria dei valori dell’Occidente e non bisogna consentire che l’invasore russo la faccia franca. Il loro quotidiano di riferimento è Repubblica ma non disdegnano l’appoggio della Stampa e del Corriere, i portavoce della buona borghesia in gara fra di loro fra chi è più europeista, più atlantista e chi ha più titolo a rappresentare il pensiero liberale. Di fronte a loro c’è la destra, quella del Giornale, di Libero, del Tempo, a loro volta portatori del pensiero liberale, a loro volta europeisti, atlantisti, russofobi e innamorati dell’Ucraina e ci riesce difficile capire in che cosa consiste la loro contrapposizione perché non solo sono schierati dalla stessa parte ma si rivolgono allo stesso target elettorale e condividono la stessa malafede, la stessa ignoranza, la stessa spocchia e la stessa visione del mondo. E quel che vale per la stampa vale ovviamente per i suoi partiti di riferimento.
Stampa e partiti che condividono anche lo stesso atteggiamento verso il presidente americano: imprevedibile, bizzarro, inaffidabile, pericoloso. Servi sciocchi messi brutalmente alla porta dal dominus d’oltre Atlantico aspettano con ansia le elezioni di midterm e vivono nella disperata attesa del nuovo amico americano che prenda il posto dell’omaccione col ciuffo che invece di tirargli caramelle come dovrebbe li prende a metaforiche bastonate.
Eppure Trump non fa nulla per nascondere la sua natura, i suoi obbiettivi e la sua visione politica, il che è quanto di più coerente ci si possa attendere da un governante. Lui è un uomo d’affari e non risulta che il mondo degli affari obbedisca alla logica aristotelica o alla morale cristiana, tantomeno agli ideali dell’illuminismo. Gli affar sono affari, bellezza, e quel che conta è ciò che fa profitto e giova al popolo americano, soprattutto a quella parte che lo ha votato. La politica mondiale è un tavolo da gioco sul quale siedono quelli che hanno le carte in mano per giocare e l’Europa non ne ha: l’Europa è una mignatta che si è attaccata agli Usa illudendosi di esserne un socio alla pari senza avere un soldo in tasca. Non è una novità, è l’eredità della seconda guerra mondiale e Trump ha semplicemente la sfrontatezza di dirlo e di farlo pesare. Non è stato lui a volere la guerra in Ucraina e ha ragione a dire che con lui non ci sarebbe stata; ma, visto che c’è, cerca di trarne vantaggio e lo fa in modo contraddittorio dal punto di vista dei canoni politici ma perfettamente coerente dal punto di vista dell’interesse suo e dell’America che rappresenta. Non ama l’Ucraina, anzi la detesta perché compromette i suoi rapporti con la Russia ma accarezza l’idea di impadronirsi delle sue risorse, la arma finché gli conviene ed è ben contento che gli europei la riempiano di armi che comprano da lui. Zelensky si illude di avere in lui un alleato di ferro, memore del fatto di essere una creatura americana e di chi ha organizzato il golpe che l’ha portato al potere ma Trump lo considera una marionetta di cui sono in troppi a tirare i fili e, in attesa di sbarazzarsene, non perde l’occasione per ricordarglielo.

PUIBBLICITA’
Politici e politologi europei sono rimasti sconcertati dal tappeto rosso riservato a Putin e a Xi Jinping e non capiscono l’eccesso di calore soprattutto nei confronti del capo di uno Stato, la Russia, secondo loro decotto e sul punto di smembrarsi. Ma Trump non è vittima dei suoi sogni come i leader europei e non scambia la realtà con le sue fantasie. Sa benissimo che il gigante auroasiatico è fondamentale per gli equilibri mondiali e fa di tutto per vellicarlo e farsi perdonare le intemerate di Biden. In più, da buon uomo d’affari, ha fiuto e ha capito che Putin è qualcosa di più di un accorto uomo politico: è intelligente, una caratteristica eccezionale nel panorama politico planetario che è convinto di condividere con lui. E da uomo d’affari sa che che con la potenza economica cinese bisogna andare d’accordo: cerchiamo di non farci male e di rendere compatibili le nostre economie. Sa anche che deve ingraziarsi la finanza ebraica di casa sua impedendo che si sposti decisamente verso i dem e questo comporta fingere un appoggio incondizionato a Israele pur sapendo che è motivo di instabilità nel medio oriente e un intralcio al suo approccio affaristico. Ostenta amicizia verso Netanyahu e si è affrettato a sostenerlo nella guerra che ha scatenato contro l’Iran. Ma la domanda che nessuno pone è: Trump ha spinto o ha fermato Netanyahu? La risposta mi pare ovvia: Trump col suo linguaggio colorito e le sue rodomontate ha gridato il contrario di ciò che ha fatto: minaccia di far scomparire la Persia ma ha dirottato Israele verso il Libano, lo ha impantanato in Cisgiordania e in buona sostanza gli ha impedito di scatenare un conflitto nucleare contro Teheran. E ora sta cercando il modo per mettersi d’accordo con gli ayatollah sul controllo dello stretto di Hormuz scambiandolo con una prelazione sul greggio iraniano. Perché l’America è il maggiore produttore mondiale di greggio ma ne è anche il maggiore consumatore: un assetato la cui sete non si placa mai. Quindi ha bisogno di fornitori e quando può di impadronirsi del petrolio altrui lo fa, come ha fatto col Venezuela. Ma Trump non è stupido e sa che il metodo Maduro non funziona con un Paese che non solo ha formidabili risorse umane e militari proprie ma è parte di un blocco, il Brics, che fa capo proprio ai suoi partner privilegiati, la Russia e la Cina.
Dicono: Trump è una minaccia per la stabilità del pianeta. In realtà sono gli Stati uniti, indipendentemente da chi li governa, una minaccia per la stabilità del pianeta come conseguenza dell’asservimento della politica ai grandi gruppi industriali e finanziari. Trump semmai ha cercato di sottrarsi a questa dipendenza imponendo il primato della politica e dell’interesse nazionale, appoggiato in questo dal detentore del potere digitale e informatico che ha fatto saltare tutti i parametri della ricchezza. Ed è proprio questo che ha mandato fuori di testa i “volenterosi”, e ha disorientato la Meloni, che non ha trovato di meglio che ribadire il pieno sostegno all’Ucraina e al caro Zelensky. Il quale ultimo, indifferente alle sorti del suo Paese, insiste per essere messo in condizione di colpire in profondità la Russia e distruggerne le raffinerie provocando reazioni russe sempre più dure sulle infrastrutture ucraine.
Trump interpreta in modo brutale la dottrina Monroe: “l’America agli americani”, intende controllare il voto in tutto il continente per garantirsi governi amici e ha in mente l’annessione di Cuba; in più volente o nolente si trova a gestire un impero di cui farebbe volentieri a meno. Ci si deve stupire di questo? Sono ottanta anni che gli Stati Uniti hanno politicamente e militarmente colonizzato l’Europa, disseminata di basi americane o Nato (la Francia se ne è sbarazzata nel 1966 grazie a De Gaulle e mantiene una parvenza di sovranità). Per mascherare questa sudditanza si sono creati i miti dell’Occidente e della Democrazia, che per colpa, o merito, di Trump sono ormai definitivamente svuotati di senso. Un contributo decisivo per arrivare a questo risultato è venuto dalla dissennata, isterica e masochistica politica russofoba dell’Europa a trazione anglobaltica e dalla volontà del presidente affarista di riequilibrare l’interscambio commerciale fra America e Europa costringendo nel contempo i Paesi europei a pagarsi gli armamenti, magari comprandoli da lui. Del resto per gli americani il concetto di Occidente non rinvia a nebulosi valori culturali e spirituali ma allo spirito pionieristico di conquista, violento e sopraffattore del “selvaggio west”; non è certo Trump ad averlo inventato, semplicemente lui non si perita di sbandierarlo nella sua forma più rude.
Ci si scandalizza perché ha messo gli occhi sul Canada da quando fra Ottawa e Bruxelles ha cominciato a manifestarsi una “corrispondenza d’amorosi sensi”. Ma quando mai il Canada è stato un Paese con piena sovranità? Gli Usa ne hanno tollerato l’indipendenza semplicemente perché di fatto si è sempre comportato come il 51° Stato dell’Unione ma nel momento in cui si ventila l’ipotesi di una politica estera autonoma viene meno la finzione della sua sovranità. Con la Groenlandia il discorso è diverso. Finché la sovranità danese rimane sulla carta nessun problema ma, come per il Canada, di fronte all’eventualità che l’Europa pretenda sul serio di controllarla come cosa propria Trump ne rivendica il possesso; e a fermarlo non è l’Europa, tantomeno la corona danese, ma la Russia, con la quale Trump non vuole entrare in conflitto, non per motivi ideali o per la simpatia nei confronti di Putin ma semplicemente perché non gli conviene: meglio un tacito accordo che garantisca il delicato equilibrio in un’area in cui i due giganti si trovano faccia a faccia.
Per concludere: Trump è un Capo di Stato pienamente legittimato dal voto popolare ed è, o dovrebbe essere, buona norma non ficcare il naso in casa altrui: se va bene agli americani se lo tengano. L’invadenza americana è la nefasta conseguenza della seconda guerra mondiale: un dopoguerra infinito e irrigidito che ha dato via libera al Capitale, che si è col tempo gonfiato come la rana di Esopo. A portare il mondo sull’orlo della catastrofe non è certo Trump e a dirla tutta l’apprendista stregone che ha liberato le forze del male – il dollaro e la finanza globale – sta di casa in Europa. L’imperialismo americano ha creato morte e sofferenza ma non ha affatto giovato al popolo americano, il cui ethosorigina dalla rottura politica e culturale con l’Europa e si riconosce nell’isolazionismo prebellico: l’espansione politica militare ed economica ha impoverito la società americana e l’ha in qualche modo alienata: del suo ritorno in se stessa si è fatto interprete Trump: Make America Great Again non significa conquistare il mondo ma riprendersi la propria identità, la propria vocazione e, non ultimo, il proprio benessere. Per gli americani l’Europa, l’Ucraina, Zelensky sono solo un fattore di distrazione dai veri problemi della difficile convivenza con gli immigrati ispanici, ora che quella con i colored si è in parte risolta, e la continua pressione da sud, che attenta alla sicurezza e allo stato sociale esattamente come sta accadendo in Italia.
Per concludere
Che Trump sia un personaggio folkloristico è indubbio, che alla nostra sensibilità faccia effetto vedere un capo di stato accennare passi di danza è un fatto, che spesso menta è un’evidenza ed è irritante che un uomo di governo faccia comizi come se fosse impegnato in una continua campagna elettorale. Ma cosa fa di diverso la Meloni? E se di tanto in tanto Trump racconta falsità abbiamo mai sentito la nostra leader e i suoi accoliti dire qualcosa di vero? E se i nostri Salvini, Conte, Calenda o Boccia fossero stati sfiorati da un proiettile avrebbero reagito col coraggio di Trump o, mi si perdoni la volgarità, se la sarebbero fatta sotto? Sì, tutto vero mi si può obbiettare, ma resta il fatto che è un clown. Bene ma dovendo scegliere fra un presidente clown e il nostro compassato agente delle pompe funebri non avrei dubbi: sarà pure un pagliaccio ma è un pagliaccio con gli attributi e fa gli interessi del suo Paese.
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