In Cisgiordania manca la scusa di Hamas, così si ammazza senza scuse.

Se la tragedia di Gaza è la più evidente, quella in cui la distruzione e la morte sono la cifra quotidiana e palese, anche dopo il Cessate il Fuoco, e anzi in spregio al Cessate il Fuoco, la situazione della Cisgiordania in quanto ad oppressione, a delegittimazione e sradicamento, non è da meno.
Vivere in Cisgiordania è in realtà sopravvivere: è andare avanti, con una resilienza che ha dell’eroico per tutti gli ostacoli che incontra, in un luogo in cui l’ansia e la consapevolezza di essere privi di qualsiasi scudo contro la prepotenza, minuto per minuto, attimo per attimo, seguono come un’ ombra ogni palestinese.
Un’ombra che gli entra dentro con il respiro e lo accompagna costantemente, un po’ guidandolo e un po’ comprimendolo, come è naturale accada quando qualcosa ci avvisa del pericolo. Che è lì quando i rappresentanti della Legge di essa non sono più garanti perché ne fanno un’arma impropria, ovvero atta a schiacciare coloro che dalla Legge dovrebbero essere difesi.
Ogni giorno i pastori e i contadini delle campagne così come i cittadini di Ramallah, Nablus, Jenin… vedono i loro diritti farsi più esigui; li vedono costretti, svuotati, e, sempre più spesso, cancellati.
Accade quotidianamente in Cisgiordania, nei mille casi in cui la ragione filtrata dal giudizio insindacabile dell’esercito israeliano e dal Governo, diventa torto.
Accade in tante situazioni di prevaricazione, di abuso, di violenza.
E’ normale ormai che in una disputa tra un palestinese e un ebreo, il verdetto dei giudici statisticamente ( non per modo di dire enfatizzato ) dia ragione al 99% al secondo, e che una richiesta per edificare una casa, venga concessa a percentuale invertita.
In questa temperie, tuttavia, può succedere che qualcosa della normalizzazione dell’abuso sfugga alle maglie dei controlli e pervenga alla cronaca, divenendo per Israele un imbarazzante caso politico e mediatico che rende noto lo strangolamento progressivo della vivibilità palestinese sul territorio palestinese e individua gli espropri come metodo finalizzato alla pulizia etnica.
A differenza di una marea di altri fatti sempre nascosti o derubricati con la massima celerità o con il sequestro e la distruzione sistematica di ogni apparato tecnologico che possa testimoniare la verità, per questo, dato il coinvolgimento suo malgrado di un palestinese-americano, gli USA non hanno potuto far a meno di intervenire, e pubblicamente condannare l’assedio messo in atto da alcune decine di coloni che pretendevano di installare un loro avamposto nel cortile di tre famiglie del piccolo paese di Qusra, le quali così si sono trovate prigioniere nelle proprie case.
E’ intervenuta l’IDF e ha disperso, con l’obiettivo di mostrare di essere “l’esercito più morale al mondo”, come ama definirsi, i coloni qualche centinaia di metri più in là.
Dopodiché ha lasciato il campo, e i coloni sono ritornati un centinaio di metri più in qua…
Così si ha che quello che si può annoverare tra i paesi militarmente più potenti della terra, con le armi più moderne e performanti e con alle spalle una logistica impeccabile, non sa difendere tre case.
Se ne deduce allora che nonostante lo faccia credere non è così potente. O che non le vuole difendere, e allora non è così morale….
Sia come sia, alla fine è accaduto che diversi fra gli assaliti, chiamato l’esercito per essere difesi, sono stati messi in sicurezza vietando loro di rimanere in un territorio divenuto pericoloso.
E siccome a fungere da cordone di sicurezza attorno ai palestinesi da alcuni giorni vi erano anche cinque attivisti italiani, sono stati messi in sicurezza obbligatoria pure loro, come dire che sono stati allontanati. Il che, tradotto in pratica, significa essersi liberati da sguardi indiscreti di futuri eventuali testimoni e insieme aver lasciato campo libero ai coloni….
E questa è stata la salvaguardia…
In un simile contesto diventa persino normale che un palestinese pur di recarsi al lavoro per poter sopravvivere e provvedere alla sua famiglia, giunga al punto di scavalcare muri e recinti di filo spinato e si metta automaticamente nell’illegalità diventando per i cecchini un target formalmente lecito su cui aprire il fuoco.
Con la maggioranza delle strade impraticabili a causa dei checkpoint presso i quali l’attesa è ad libitum dei soldati che li presiedono, o delle macerie disseminate sulla carreggiata, o dei giri troppo lunghi che comportano, o dell’alta probabilità di incontrare coloni armati sempre pronti a provocare e ad aggredire, certe scelte che sembrano azzardate sono spesso in realtà un azzardo obbligato.
In Cisgiordania, insomma, sono normali tante cose che a noi possono apparire folli e sussistono perché da un lato il timore dell’Occidente verso Israele, lo Stato beniamino degli Stati Uniti ( attualmente guidato, nomen omen, da Benjamin Netanyahu ), dall’altro la convenienza dell’Occidente ad avere in esso un baluardo da opporre al compattarsi del mondo islamico in una non si sa quanto realistica ma comunque paventata comunità politica, induce a trovare il modo, con una scusa o con l’altra, di tenere il Medio Oriente disgregato.
Dopodiché si riesce perfino ad essere così ipocriti da perorare la soluzione di “Due popoli, due Stati”, lasciando per l’intanto che uno dei due Stati venga polverizzato, letteralmente, in mille quadranti topografici; ovvero inevitabilmente in mille impedimenti non solo per la formazione di uno Stato, ma persino per la mobilità necessaria ad una singola famiglia di esso: quella di chi deve spostarsi per lavorare, ma anche quella di chi altrettanto necessariamente deve compiere minimali spostamenti per procurarsi quanto gli è indispensabile. In primis, l’acqua. L’acqua di quelle tubature che i coloni o gli stessi militari non hanno ancora fatto in tempo a tagliare e di quei pozzi che non sono ancora riusciti ad avvelenare.
Nel frattempo lo straordinario popolo palestinese continua testardamente a subire aggressioni, senza arrendersi. E quello che è stato lo straordinario popolo di Israele a colonizzare, e a perdersi.