Fabrizio Valente, il gigante buono che lasciava sempre qualcosa agli altri
La rubrica firmata da Alberto Bonvicini, già comandante della Polizia Postale di Savona, ci accompagnerà con riflessioni dedicate all’impatto dei social network, di internet e delle nuove tecnologie sulla nostra società.
Con lo sguardo esperto di chi ha vissuto in prima linea l’evoluzione (e le derive) del mondo digitale, Bonvicini ci offrirà analisi lucide e senza filtri su temi che toccano da vicino il nostro quotidiano: dalle devianze giovanili alla cultura dell’emulazione, dal web come strumento educativo o distruttivo fino al lento smarrirsi del senso critico.
Uno spazio di pensiero libero, per leggere con occhi diversi quello che ci succede intorno.
Fabrizio Valente, il gigante buono che lasciava sempre qualcosa agli altri
Chiedi chi erano i Beatles, e una di quelle canzoni celebrative che in poche parole riassumono vastità e importanza di un’era, di un’epoca, di eventi e di fenomenologie musicali che sono state lo spartiacque tra Achille Togliani, Nilla Pizzi, Claudio Villa e la musica moderna.
Anche il mio amico fraterno — termine che spesso si usa a sproposito, tra i “bro” e ipocrisie varie — a suo modo e nel suo piccolo-grande è stato pure lui uno spartiacque tra la vera, disinteressata, immensa e permanente generosità e il grigio modo di comportarsi, freddo e calcolatore, purtroppo della maggior parte degli esseri umani.
Questa cosa strideva, suonava allarmata, svegliava e metteva in difficoltà chi non è capace di un gesto gentile, premuroso, altruista, ma è abituato solo ad avere e a prendere tutto quello che può. E, per citare un esempio di un grosso, saggio e antico savonese, sono quelle persone che è come se vivessero un giorno solo e quindi tutto quello che possono prendere o accaparrarsi lo fanno, senza girarsi indietro e senza pensare che a chi magari aspetta qualcosa non resta praticamente nulla.
Fabrizio era una persona semplice, con un’educazione antica che portava a dare la precedenza a tutti. Mai si arrabbiava se c’era una cosa, un problema o un disservizio, e non sbottava mai. Non c’era giorno in cui passasse in una via dove c’erano bar e persone fuori, sia conosciute sia non conosciute, e non pronunciasse la frase: “Posso offrire qualcosa?”. E non lo faceva così, tanto per dire: aveva già preso i soldi dalla tasca, solo dalla sinistra, perché nella destra teneva le chiavi.
Non c’era problema se uno poi dicesse: “Sì, caffè”, oppure “cappuccino”, “brioche” o “focaccia”: lui era subito disponibile e salutava, ascoltando poi anche eventuali altri problemi che avevano quelle stesse persone. Persone che, nonostante lui avesse fretta o impegni di lavoro, lo tenevano a parlare magari anche un’ora. E poi era costretto a fare tutto di corsa.
In queste righe non dirò l’amico che sono stato io per lui, né quello che ho cercato di fare per lui, sempre con estrema gioia ed entusiasmo, perché questo lo sa lui e il fatto che mi adorava mi strabasta e sono super orgoglioso di ciò. Ma non lo dirò perché non voglio togliere spazio e righe a quello che invece è stato lui, che sino all’ultimo, anche se la stanchezza si era fatta sentire soprattutto nell’ultimo mese, non mancava mai a nessun impegno. La sua soddisfazione più grande era vedere le persone, la gente, i clienti e gli amici soddisfatti, contenti e felici.
Per lui il guadagno era messo almeno al quarto posto. A me ripeteva sempre: “Se i soldi per mangiare ci sono, si parte già tranquilli, e il resto viene dopo”. Non c’era giorno che non pensasse a qualcosa, chiaramente sempre per gli altri. Se doveva andare a metà strada per lavoro, con il cliente o con i fornitori, state tranquilli che la strada la faceva tutta lui. Non importava che ormai gasolio, benzina e autostrada fossero alle stelle: pretendeva anche di offrire lui la cena o il pranzo, che fosse trattoria, ristorante o autogrill, senza mai aspettare un secondo che l’altro magari, alla moviola, tirasse fuori il suo portafoglio.

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Con gli amici era addirittura commovente, perché se qualcuno aveva un problema economico o di salute non stava fermo ad aspettare: lo portava avanti e indietro per le cure, anche se significava fare mille chilometri in un giorno. E quando in ambulanza prestava servizio, spesso non smontava mai, perché c’era sempre un caso limite che lo aspettava e magari lui mangiava poi un panino seduto per terra alle tre di notte, ancora pronto a raccontare e sempre sorridente.
A lui piaceva il suo lavoro e lo faceva in maniera straordinaria, sia dal punto di vista professionale sia dei risultati, con cura e precisione estreme. Aveva a che fare spesso con gente che dell’educazione non sapeva neanche dove stesse di casa, ma non ha mai perso né la passione né l’entusiasmo.
Nella professione di bagnino, alla Sacra Famiglia, in zero tempo era diventato il punto di riferimento di tutti e il vero idolo per gli ospiti, che lo vedevano come un gigante buono, capace di farli nuotare e divertire, ma mai con l’atteggiamento di chi fa vedere di essere uno che ti controlla ed è vigile. Lui no: si metteva al loro pari ed era sempre la festa delle feste.
Pure d’inverno, a stagione finita, lì andava spesso a trovarli perché, dote quasi impossibile da trovare, lui era molto più presente con chi di sicuro non poteva dargli nulla che con altri con i quali era comunque speciale. E ogni iniziativa, quella per esempio del fan club di basket, sport che adorava, aveva fatto sì che anche là lo aspettassero come si aspetta l’uomo delle sorprese: sempre presente e puntuale, e c’era per tutti e tutte.
Ogni gennaio faceva un check-up completo sulla sua salute fisica, non tanto perché la volesse per sé, ma perché voleva essere efficiente e pronto in qualsiasi situazione. E lo è stato sempre. Sempre. Quella mattina lo avevo sentito alle quattro e mi aveva detto che non era riuscito a dormire, ma al posto di guardia, nella sua amata spiaggia, come al solito è arrivato puntuale.
Il resto, quel maledetto resto, non è purtroppo sicuro, sia come dinamica sia in altri particolari. Io, che lo conoscevo sino alle cellule, sono sicuro del fatto che ha visto una situazione grave e non ha guardato se c’era il più giovane presente, il più in forma, forte o riposato del momento. Lui si è buttato e con la sua professionalità, anche in quello, avrà cercato di portare in riva forse già un corpo con la vita compromessa.
Sento, pur senza esserci stato, quello che avrà detto alla persona e agli altri presenti nella zona del salvataggio. E poi il buio, i soccorsi e i telefoni che suonavano, e dall’altra parte nessuno ti dava un briciolo di speranza.
Sono felice soltanto di avergli dedicato il tempo che potevo e anche quello che non potevo, sempre perché lui non faceva in tempo a chiamarlo che arrivava. Quando non stava bene e non rispondeva al telefono, trovando poi i messaggi e le telefonate il giorno dopo, mi diceva: “Ahh, scusa Albe, ho dormito finalmente dieci ore, mi è passata anche la febbre”, ed era pronto a uscire il giorno stesso.
Fabrizio Valente non ha lasciato il vuoto solo a noi, ma lo ha lasciato in tutta l’umanità che ha avuto la fortuna di conoscerlo, perché di galantuomini a questo livello non ce ne saranno mai più.
La sera del 25 agosto mi ricorderò sempre e sarà la prima in cui il buio è arrivato prima, in questa lunga estate calda e crudele. E mi sembra ancora di sentire la sua voce che mi diceva: “Albe, lo sai che dicono che domani potrebbe essere anche peggio? Mi raccomando, bisogna bere tanto e cerca di riposare. E mi raccomando, nella pausa pranzo rilassati un po’”.
Ma il suo PC per il lavoro era più importante e urgente.
Sono stato felice di essere stato con lui nel momento più importante della sua vita straordinaria: il matrimonio di sua figlia Giulia. E mentre provava il vestito mi diceva: “Albe, quest’anno di nuovo camminare e piscina”.
E io ora farei centomila vasche a nuoto per potergli parlare almeno ancora un minuto.
Ciao Fabri, stai sereno: ci penso io.
