CRISTIANI E MUSULMANI (I)

Durante la trascorsa pausa estiva ho voluto ripercorre le tappe del sogno originale dell’arabo Maometto, poi fatto proprio dall’impero ottomano, di espandere il proprio dominio all’Europa tutta. L’elenco di tutti i tentativi, dai minori a quelli di più ampio respiro, a partire dal VII secolo sino al 2005, è davvero impressionante, come si evince qui: [VEDI]. Un elenco più dettagliato, limitato alle incursioni saracene nel 1° millennio (nel successivo fu l’impero ottomano (turco) a proseguire le invasioni nei territori cristiani) è riportato qui: [VEDI].

Due uomini, due civiltà antagoniste e inconciliabili [VEDI]
732 La battaglia di Poitiers-Tours
Normalmente, gli storici enfatizzano le tre maggiori battaglie che la cristianità dovette sostenere per salvare l’Europa dalle mire espansionistiche islamiche: a Poitiers-Tours nel 732, a Lepanto nel 1571, a Vienna nel 1683. Mi sembra però giusto inserirne una quarta, svoltasi a Belgrado nel 1456, data la sua cruciale importanza, anche per risollevare gli animi dalla terribile sconfitta di tre anni prima, con la caduta di Bisanzio nelle mani di Maometto II: una delle più grandi tragedie della cristianità.
Gli arabi, o “saraceni”, come all’epoca venivano chiamati, dopo le conquiste fatte nel VII secolo, al comando dello stesso Maometto, nell’VIII secolo avevano già conquistata buona parte dell’attuale Spagna e Portogallo, e, non soddisfatti, miravano ad aggregare al loro impero anche la Francia.
Tuttavia, a fermarli si erse Carlo Martello, che aveva in precedenza saputo unificare vari regni in territorio franco e disponeva quindi di un esercito ragguardevole, dove era la fanteria la forza d’urto principale. Contro di essa la leggendaria cavalleria berbera come punta di diamante dello schieramento avversario, guidato da Abd al-Rahman. Qualitativamente, i saraceni erano in vantaggio, ma Carlo riuscì a disporre di numerosi stratagemmi che riuscirono a vanificare la superiorità nemica, come l’accurata scelta del terreno, la rinuncia ad attaccare e ad inseguire il nemico nelle sue false ritirate, attendendo che fosse il nemico ad avere l’iniziativa. Carlo conosceva le tattiche dell’avversario ed evitò così di cadere nelle sue trappole. Il risultato di queste accortezze fu premiante, tanto che lo scontro si risolse in una vittoria schiacciante dei Franchi.


La formidabile cavalleria berbera e il muro di lance, asce e scudi della fanteria franca, contro il quale si infransero le balde certezze degli attaccanti. La battaglia di Poitiers (o Tours, vista dagli arabi) fu il prodromo delle guerre sante che sarebbero seguite nel 2° millennio: le Crociate, con l’Islam come costante nemico

Un furioso scontro tra i Franchi di Carlo Martello e gli Arabi di Abd al-Rahman, in un dipinto stilizzato moderno. La vittoria dei Franchi fu schiacciante, tanto che gli stessi cronisti arabi definirono il risultato come il “lastricato dei martiri delle fede”, sterminati dagli “infedeli. (Curiosamente, su Carlo Martello e la battaglia di Poiters c’è persino una canzone burlesca di Fabrizio De Andrè: [VEDI])
La vittoria di Poitiers segnò il consolidamento, avviato in precedenza dallo stesso Carlo Martello, delle varie regioni francesi sotto un unico re, arrivando, a fine secolo, all’incoronazione di Carlo Magno come imperatore del Sacro Romano Impero. Dopo di lui, i musulmani, arabi prima e turchi (ottomani) poi, non riuscirono più a mettere in serio pericolo, per parecchi secoli a venire, quella che oggi noi chiamiamo Europa.

La mappa rende graficamente il significato della battaglia di Poitier, dove s’infransero i sogni di gloria di Maometto e dei suoi successori. A parte la Spagna, non si vede traccia di musulmani fino all’Asia Minore. La parte tinteggiata in viola in basso a destra è parte dell’Impero Bizantino, della cui capitale, Costantinopoli, i musulmani non cessarono di tentare di forzare le possenti mura, ma dovettero attendere il 1453 per riuscirci

Il giorno di Natale dell’800 Carlo Magno viene incoronato da papa Leone III Sacro Romano Imperatore nella basilica di san Pietro in Roma. Fu questo il massimo riconoscimento della cristianità per l’indefessa opera di tutela dagli attacchi dei califfi islamici ai Paesi europei svolta da Carlo Martello, suo figlio Pipino il Breve e suo nipote Carlo Magno. La vittoria di Poitiers fu una lezione che trattenne i musulmani fuori d’Europa (Spagna esclusa) per i secoli successivi
Negli oltre sei secoli di assenza di grandi battaglie tra cristiani e musulmani, a parte incessanti incursioni costiere -e non solo- a scopo di saccheggio, stupro e schiavismo, che resero i saraceni/ottomani simbolo di terrore per le popolazioni costiere di Italia e Francia, l’unico periodo in cui musulmani, cristiani, normanni-svevi ed ebrei riuscirono a godere di una pacifica e persino proficua convivenza, anche sotto il profilo artistico e culturale, si ebbe nei secoli XII e XIII in Sicilia, con il significativo apporto di Federico II di Svevia, signore illuminato e protettore delle arti e delle scienze, insignito dapprima del titolo di Re di Sicilia, e poi di Sacro Romano Imperatore. Federico II fu contraddistinto, a differenza di tanti suoi coetanei, dalla sua propensione al dialogo e alla diplomazia, anziché alla guerra, per dirimere le controversie. Ma, come quasi sempre accade nella storia, la pacificazione interculturale non durò a lungo, giusto il tempo della sua vita, secondo il motto che il lupo perde il pelo ma non il vizio. E il vizio di base di arabi e ottomani era quello di depredare le popolazioni cristiane per arricchire i tesori e gli harem dei loro califfi e trascinare in schiavitù i nostri uomini.

Federico II di Svevia, “stupor mundi”, uomo di pace in un mondo di guerrieri. Sotto il suo regno, la Sicilia fu faro di civiltà, crogiuolo di popoli in pacifica convivenza. E ancor oggi possiamo ammirare il suo lascito in campi diversi nella sua terra d’adozione
Tant’è che nei primi secoli del secondo millennio non cessarono i tentativi di conquistare la capitale dell’Impero Romano d’Oriente, più prossimo geograficamente, da parte degli ottomani. Tentativi che si conclusero sempre con un fallimento, a causa delle possenti mura a difesa della città. Tuttavia, l’avanzamento tecnologico in campo militare, in ispecie nella potenza dei cannoni, che sbriciolarono con facilità le mura di cinta, permise a Maometto II di portare a termine il suo sogno, e Bisanzio cadde nelle mani dei turchi nel 1453, con Costantino XI, ultimo imperatore romano, che cadde eroicamente sulle mura, nella difesa della sua città. Se la battaglia di Poitiers aveva diffuso entusiasmo a profusione tra i cristiani, l’inverso accadde con la presa di questo bastione orientale della cristianità.
Breve digressione a proposito della metamorfosi della basilica di Santa Sofia, dopo la caduta di Bisanzio in mani turche. [VEDI]
Maometto II la trasformò subito in moschea, nascondendo le splendide decorazioni pavimentali con tappeti per la preghiera collettiva e ricoprì d’intonaco i luccicanti mosaici d’oro, che funsero, a suo tempo, da modelli per le analoghe decorazioni musive in san Marco a Venezia e in varie chiese a Ravenna. Solo l’apertura mentale di Ataturk, nel 1935, fece togliere i tappeti, rimuovere l’intonaco dai mosaici e cambiare la destinazione d’uso in museo, con il divieto di praticarvi preghiere. Il gesto ebbe breve durata: nel 2020 il presidente Erdogan, con un gesto denso di significato, ritrasformò Santa Sofia in moschea.
1456 La battaglia di Belgrado [VEDI]
Tre anni dopo aver conquistato Bisanzio, il sultano Maometto II ritenne fosse giunto il momento, visto lo scoramento generale degli Stati europei, di sferrare l’attacco conclusivo per inglobare l’intera Europa nell’Impero turco-ottomano. Si mise pertanto alla testa dello stesso esercito che piegò la resistenza bizantina e mosse verso ovest.

Gentile Bellini. Ritratto di Maometto II

Gli stessi poderosi cannoni, che tre anni prima avevano consentito a Maometto II di sbriciolare le pur possenti mura di Costantinopoli/Bisanzio, replicano la sfida con le mura di Belgrado
Papa Callisto III indice una crociata e manda l’ormai settantenne Giovanni da Capestrano (poi fatto santo) e sette frati cappuccini a predicare e mettere insieme una truppa di diecimila uomini: contadini e cittadini comuni di fronte ad un’armata professionale di ottantamila soldati; truppa che avrebbe fatto da utile supporto all’esercito radunato dall’ungherese Janos Hunyadi, veterano da vent’anni nella lotta contro i turchi, che allo scontro si era già preparato da più di un anno, approvvigionando e armando una guarnigione di settemila soldati nella fortezza di Belgrado.

Il frate Giovanni da Capestrano alza la croce mentre incita alla resistenza un coacervo di umili cittadini

La figura del frate mentre infuria la battaglia decisiva del 22 luglio 1456
Mentre Maometto II si avvicinava, Hunyadi percorre tutta l’Ungheria per raccogliere un’armata di soccorso e approntare duecento corvette designate a rintuzzare le navi turche risalenti lungo il Danubio. Il tentativo ha successo e la flotta turca viene sbaragliata, permettendo di concentrare tutti gli sforzi sulla difesa della fortezza di Belgrado. Dopo un pesante bombardamento che riesce ad aprire brecce nelle mura, la sera del 22 luglio Maometto II ordina l’assalto. Il cozzo tra i due schieramenti è violentissimo e molto sanguinoso, terminando solo all’alba. L’irruzione in Belgrado dei giannizzeri, la guardia scelta personale del sultano, subì una tale gragnola di frecce e pezzi di legno intinti in pece ardente che nessuno di loro ne uscì vivo.

Nelle scaramucce che divamparono presso l’accampamento turco il giorno seguente, una freccia colpì ad una coscia lo stesso sultano, che perse molto sangue e svenne. Lo sgomento colse immediatamente quanto restava del suo esercito, che si ritirò, lasciando gran parte delle tende, vettovaglie, armi e munizioni dietro di sé. Quando, durante il tragitto di ritorno, Maometto II si risvegliò e comprese la portata della disfatta, tentò di uccidersi col veleno, prontamente fermato dai suoi dignitari. Ma l’idea di ritentare l’impresa uscì dalla sua mente. E per più di un secolo sia lui che i suoi successori non osarono ripetere il tentativo.

San Giovanni da Capestrano e Janos Hunyadi, le due figure chiave della battaglia di Belgrado, l’una spirituale e l’altra guerriera
La battaglia di Belgrado fu la seconda, dopo Poitiers, che valse a fermare il potente esercito avversario. Entrambe vinsero la sfida, prima araba e poi turca, di penetrare e conquistare l’intera Europa, di fatto islamizzandola.
Fine della parte 1 di 2
Nella seconda parte riporterò le battaglie di Lepanto (1571) e Vienna (1683), con un commento conclusivo sulle ripercussioni di questi epici scontri sullo scenario attuale, che è testimone del tentativo di conseguire lo stesso fine, la conquista dell’Europa, attraverso mezzi diversi e con la benevolenza o la neghittosità di molti governi europei.
Marco Giacinto Pellifroni 6 settembre 2026