Il mito della democrazia

Le democrazie moderne non hanno mai goduto di buona fama. A parte Churchill che le promuoveva semplicemente perché in giro non c’era di meglio, nel primo Novecento da destra a sinistra si preferiva chiamarle non senza qualche ragione plutocrazie giudaico massoniche. Se questa definizione è bene accantonarla perché rievoca momenti bui della storia dell’Europa è però indubbio che la forma di governo – del kratêin – comune all’occidente è tutto fuorché popolare, vale a dire basata sul potere del cittadino. Si può considerare una plutocrazia (togliendoci i due aggettivi) ma non se ne rende appieno l’idea: in primo luogo perché quello di ricchezza è un concetto astratto, in secondo luogo perché fra patrimonio e potere decisionale non c’è affatto una correlazione significativa.

Per molti aspetti le cosiddette democrazie sono in realtà burocrazie, cioè dominio dell’apparato, per altri sono autocrazie – potere personale – mascherate da finti organismi rappresentativi; io sono rimasto affezionato alla definizione che ne detti in un pamphlet qualche hanno fa: anoetocrazia, un termine un po’ ostico per un concetto triviale: governo degli imbecilli.

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E, nonostante le ultime vicende di cronaca politico-giudiziaria, non credo che la cifra di un tale governo sia la corruzione: semmai questa è una conseguenza della caratteristica primaria. Che poi ci sia disinvoltura nell’intrattenere rapporti che implicano accesso al denaro pubblico è innegabile ma è un tratto che  permea tutta la società civile, i cui membri come entrano in contatto con le strutture pubbliche tendono a confondere il proprio utile con quello della collettività. Un malcostume consolidato che si ripropone a tutti livelli:  è la cultura della mazzetta che velocizza le pratiche, supera gli ostacoli, chiude entrambi gli occhi del controllore. Il tentativo di contrastare questo malcostume passa attraverso l’enfasi retorica sull’onore, l’onestà, lo spirito di servizio, il senso dello Stato messi in burletta dal succedersi delle micro rivoluzioni culturali che in nome di una riconquistata libertà ridotta a licenza hanno buttato alle ortiche l’ingessatura dell’uomo tutto d’un pezzo. Quindi verrebbe da dire a chi si scandalizza,  alle aspiranti tricoteuses, a chi corre ad agitare il cappio: lassù fanno la minima parte di quello che fareste voi al loro posto.   Perché il pesce puzza dalla testa, ma puzza anche dalla coda. La corruzione, soprattutto nella pubblica amministrazione, è intollerabile ma è bene ricordare che c’è una stretta relazione fra la perdita del senso di identità, lo spostamento del baricentro dal lavoro alla vacanza – che non è l’otium degli antichi ma l’alienazione del divertissement -,   lo scombussolamento nella gerarchia del prestigio sociale e la mancanza di riferimenti valoriali condivisi e di quel super Io sociale deriso dal pensiero progressista e tradito dai finti conservatori. Resta come ultima spiaggia la solitaria morale individuale ma senza un rinforzo collettivo è destinata a estinguersi.
Insomma, pensando anche a dove ci ha portato tangentopoli, enfatizziamo meno la corruzione e occupiamoci della questione cruciale, che è quella delle competenze nautiche  e delle capacità previsionali di chi regge il timone  di quella carretta del mare che è diventata l’Italia, altrimenti la corruzione è un semplice specchietto per le allodole anche perché qualunque magistrato in qualunque comune o regione del nostro disgraziato Paese se volesse – o fosse indotto a volerlo – troverebbe pane per i suoi denti: appalti, concessioni, gestione di municipalizzate, sanità sono paludi in cui si procede a mezza gamba riempiendosi di fango e non si creda che un capro espiatorio in Puglia o in Liguria immetta acqua distillata nell’intreccio fra affari e politica.

Lo ripeto: la corruzione nella politica è una cosa riprovevole e non ne sminuisce la gravità il fatto che rispecchi la corruzione del Paese; ma molto più deleteria  è, uso una litote, la scarsa intelligenza di chi ci rappresenta e agisce in nome dell’Italia. La politica colabrodo sull’immigrazione illegale basterebbe per bocciare senza appello tutta la classe politica, maggioranza e opposizione. La politica,  ma sarebbe meglio dire la non-politica – sulla sicurezza in qualunque latitudine manderebbe a casa i governanti. Da noi un clandestino riduce in fin di vita un poliziotto e il ministro degli interni non fa una piega.  Lo stato sociale – welfare per gli anglofili – ci costringe a rimpiangere il Ventennio, le nostre università sono diplomifici, la scuola se va bene è un parcheggio, altrimenti un covo di violenti, nei programmi dei partiti si rivendica umoristicamente il “diritto alla salute” quando dovrebbe essere garantito, e non lo è, il più modesto diritto a essere curati, professori e medici italiani scivolano al livello economico e sociale di quelli dell’Europa dell’est, i lavori pubblici non solo sono mangiatoie ma soffrono di una patologica carenza di competenze e pianificazione mentre le morti sui cantieri sono la cartina di tornasole di un sistema formativo, organizzativo e produttivo sgangherato e ormai irrecuperabile.

Lascio per ultima la politica estera: il nostro governo, col sostegno convinto dell’opposizione e la totale contrarietà dell’opinione pubblica, che in democrazia qualcosa dovrebbe contare, e nell’assenza di qualsiasi dibattito in parlamento, che in una democrazia un ruolo ce lo dovrebbe avere,  ha sposato tutte le posizioni guerrafondaie della Nato e degli Usa, ha stretto un patto di ferro col comico che su mandato americano ha infilato l’Ucraina in un tragico cul de sac vellicando una minoranza di epigoni nel nazismo e dando fiato ai criminali che non si accontentano di un’Europa delle banche ma vorrebbero farne una grande potenza nucleare per rendere più incombente l’armageddon.
E questo regime sarebbe la versione italiana della democrazia, il dominio del popolo o, più realisticamente, il dominio in nome del popolo, in rappresentanza del popolo, nell’interesse del popolo.  Lasciamo perdere le categorie  vetero marxiste care a Fusaro: quelle della psicopatologia e della criminologia hanno un’efficacia euristica molto maggiore. Per questo aspetto l’Ucraina ha fatto scuola e si spiegano bene certe affinità elettive. A proposito: nei panni di Orbán pensando a quello che è capitato al suo vicino non dormirei sonni tranquilli.

Pierfranco Lisorini

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