Buttafuoco apre le porte alla cultura russa e fa infuriare la Meloni
Buttafuoco apre le porte alla cultura russa e fa infuriare la Meloni
e il vecchio comunista mette alle corde la nuova intellighenzia rossa e nera

Pietrangelo Buttafuoco
Pietrangelo Buttafuoco, l’autore delle Uova del drago, una delle poche cose prodotte in Italia nell’ultimo mezzo secolo degne di essere lette, dal 2024, quando ministro della cultura era Gennaro Sangiuliano, è presidente della Biennale di Venezia. Col suo beneplacito il padiglione russo è stato riaperto dopo quattro anni di chiusura nonostante l’ostracismo e le minacce dell’Ue e gli strilli degli ucraini, già stizziti per la partecipazione degli atleti russi alle Paraolimpiadi. Un gesto, quest’ultimo, parzialmente riparatore dell’esclusione della Russia dalle Olimpiadi invernali di Cortina. Evidentemente lo sport e la cultura non sono più un ponte fra i popoli transitabile anche in momenti di crisi politica ma strumenti per esasperarla. Un’involuzione della quale il regime neonazista di Kiev– non solo sostenuto ma creato e aizzato contro la Russia dalla Nato e dalla Cia – è direttamente responsabile. Altri tempi, quando in piena guerra fredda americani e russi gareggiavano tranquillamente insieme o quando i pugili cubani nonostante la Baia dei porci facevano incetta di medaglie (e non mi spingo fino a ricordare le Olimpiadi del 1936, alle quali, pur sapendo che sarebbero state usate per la propaganda nazista, tutti i Paesi parteciparono salvo l’Urss che si autoescluse). E altri tempi quando in libreria si potevano trovare uno accanto all’altro Solženicyn e Gorky o quando nelle riviste pop dell’Italia fascista convivevano i divi del cinema nostrano e quelli americani e Donald Duck divenne Paolino Paperino a far compagnia a Topolino-Mickey Mouse. Un bel passo indietro quello che ci ha riportato all’Index librorum prohibitorum colpendo perfino Dostoevsky.
Per riportarci a un minimo di normalità ci voleva Buttafuoco ma i suoi colleghi della maggioranza, con in testa il nuovo improbabile ministro della Cultura, quel Giuli noto come collezionista di sigari incaricato da Giorgia Meloni di “rilanciare la cultura nazionale consolidando quella discontinuità rispetto al passato che abbiamo avviato a partire dal nostro insediamento” (cosa intenda la Meloni per “cultura” resta un mistero) hanno iniziato in combutta col Pd e i suoi satelliti un cannoneggiamento a palle incatenate contro di lui, con l’intento scoperto di indurlo a dimettersi. E a comandare il fuoco non poteva mancare uno come Parenzo con i piedi ben piantati in due staffe che sulla 7, specializzata in un colpo al cerchio e uno alla botte, che dal suo Talk show L’aria che tira ha condotto un dibattito addomesticato teso a dimostrare che gli artisti russi – al pari degli atleti – non sono altro che agenti del Cremlino da tenere alla larga perché i veri autentici rappresentanti delle vera autentica e libera Russia sono i dissidenti scappati nel mondo libero e scampati a morte certa e se un artista o uno scienziato rimane in Russia è complice del dittatore Putin (puntata del17/3).
Dopo l’esordio di Tommaso Cacciari, il nipote discolo del filosofo, che intervistato a Venezia davanti all’edificio della Biennale da un lato condanna l’apertura all’“Impero feroce” di Putin, dall’altro, trascrivo alla lettera, lo fa “vomitare” la presenza di Israele. Insomma veto agli artisti russi ma per par condicio anche a quelli israeliani. Poi, per preparare il clima in studio, le parole di due sconosciuti artisti russi filoucraini che si sono istallati a Venezia e svolgono diligentemente il loro compito di diffamatori del regime russo.
Tutto liscio come l’olio per Parenzo che sulla scia esordisce affermando che se gli artisti russi che espongono alla Biennale sono scelti dal governo sono necessariamente collusi con lo stesso governo, e a conferma ha cercato invano l’approvazione del prof. D’Orsi, subito rabbiosamente tacitato per dare la parola alla giornalista della Stampa, che con giuliva sicumera ci ha fatto sapere che dalla Russia gli artisti sono fuggiti in massa per non sottostare alla dittatura e i pochi che sono rimasti con la loro pochezza sono la dimostrazione che la dittatura spenge la cultura. Pertanto bene che si facciano vedere e che si veda di che pasta sono e che sono tutti musicisti (questa non l’ho capita).
Quindi la gentile signora dovrebbe concludere che il Ventennio fascista non solo non è stato una dittatura ma il migliore e più libero dei governi nel migliore dei mondi possibili, tenuto conto dell’esplosione di creatività che ebbe luogo in un così limitato spazio temporale. Non cade in questa contraddizione l’altro protagonista del dibattito, che si dichiara contrario alla riapertura del padiglione russo perché “l’arte, lo sport, la cultura sono liberi ma se c’è di mezzo la Russia questo non vale perché ci sono implicazioni politiche e per di più se Buttafuoco è stato nominato da un governo di destra deve rispondere delle sue scelte al governo di destra e non può fare di testa sua; e anche se come direttore le decisioni le prende lui queste devono essere coerenti con un governo che chiede discontinuità mentre l’impunito ha lasciato i vecchi dirigenti al loro posto invece di sostituirli con altri dell’area della destra e graditi alle sorelle Meloni; e tutto ciò crea un problema di gestione della Biennale”. Insomma Buttafuoco deve essere cacciato. Queste, in sintesi, le parole di Francesco Giubilei, astro nascente della cultura targata Fratelli d’Italia, e ascoltando quello che dice non mi sorprende, uno che, secondo Forbes, è anche fra i cento giovani più influenti d’Italia, e questo, se fosse vero, per il nostro Paese sarebbe una prospettiva apocalittica. Confermata e aggravata icasticamente dal contrasto anagrafico fra D’Orsi e gli altri partecipanti alla discussione. Alla soglia degli ottanta anni con il suo buon senso e la sua intelligenza il professore costretto a confrontarsi con quelli che per età potevano essere suoi figli o nipoti dava l’impressione di essere finito in un asilo infantile (ma mi verrebbe voglia di dire in una gabbia di matti). Per la verità era presente anche l’ectoplasma di Sgarbi, al quale la Sette ha reso un pessimo servizio esibendo la sua fragilità.

Il padiglione russo alla biennale
Se fossi per natura ottimista dovrei dire meno male che D’Orsi c’è; ma non lo sono e mi tocca constatare che usciti di scena gli ultimi cervelli formatisi nei primi decenni del dopoguerra a occuparla è stata un’armata sgangherata di impudenti la cui ignoranza è superata solo dalla presunzione. Parenzo, paradigma di queste generazioni, per avallare la tesi di un regime ottuso e tirannico (non si riferisce a quello ucraino) ricorre all’ “esule” russo Michail Khodorkovsky, un miliardario che ha fatto fortuna in modo “poco trasparente”, condannato in patria per reati fiscali e ora sistemato a Londra. L’ex oligarca ha il dente avvelenato col regime da cui è stato estromesso e accusa Putin di essere un “mafioso” ma non si capisce bene cosa intenda per mafioso. Un po’ come quelli che danno all’avversario del “fascista”; in un caso e nell’altro mostrano solo di non saper nulla della mafia o del fascismo: semplicemente intendono qualcosa di negativo. Nel nostro caso, considerata la carriera del plutocrate, il suo potere finanziario e il patrimonio che lo colloca fra i più ricchi del pianeta, l’odio verso Putin serve solo a dimostrare che in Russia la politica non è al soldo del capitale e che i plutocrati, in un Paese in cui è possibile arricchirsi a dismisura, non godono di alcun privilegio e se sgarrano finiscono in galera. E non si venga a dire che l’ex comunista sfegatato che ha scalato i vertici del potere sovietico si sia trasformato in un teorico della democrazia liberale: semmai si trova a suo agio in un mondo in cui la politica non è espressione del popolo ma del denaro.
Per concludere: Marconi è stato membro del Gran consiglio del fascismo ma non vedo che cosa ci sia di fascista nel telegrafo senza fili; Pirandello chiese e ottenne l’iscrizione al Pnf proprio all’indomani dell’assassinio di Matteotti ma non vedo tracce di propaganda fascista nei “Sei personaggi in cerca d’autore”; Cavalleria Rusticana non odora di fascismo nonostante la simpatia di Verga per Mussolini e il fascismo convinto di Mascagni. Potrei continuare con tanti altri artisti, letterati, scienziati e filosofi in camicia nera (compresi quelli folgorati sulla via dell’antifascismo dopo il 25 luglio 1943). Il loro genio non era né fascista né antifascista perché il genio non ha colore politico. I grandi artisti del Rinascimento erano al soldo dei papi ma la loro arte non puzza di sagrestia, semmai è la dimostrazione che la Chiesa si era affrancata dai pregiudizi e dai condizionamenti dei teologi. L’arte è espressione dello spirito; l’uomo può essere asservito al potere ma non la sua arte, che trascende il tempo, lo spazio e le miserie della politica.
P.s.
Notizia frettolosamente liquidata dai telegiornali e ignorata dalla carta stampata: il padiglione serbo della Biennale ha preso fuoco. Non quello russo, ben sorvegliato, ma quello del migliore alleato della Russia. Un corto circuito, ci dicono e spero che sia così. Se così non fosse, e dovesse fare il paio con quel che è successo alla Seajewel nel porto di Savona, gli ospiti tanto invadenti quanto costosi e coccolati si rivelerebbero non solo ingrati ma un pericolo intollerabile.
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