Sì, No, o Torta Pasqualina: il savonese medio davanti all’urna come davanti al tempo di Pasquetta

C’è una scena che si ripete, immutabile, nella storia di questa città. Un uomo entra in un luogo con una certa fiducia, portandosi dietro aspettative, documenti, forse anche una vaga speranza. Esce dopo ore senza aver capito molto, con la sensazione di aver subito qualcosa di incomprensibile che tuttavia viene spacciato come necessario, moderno, addirittura un bene per tutti. Potrebbe essere la storia di chiunque abbia mai messo piede nel Palazzo di Giustizia di Savona. Potrebbe anche essere la storia di chi  andrà a votare al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. In fondo, la differenza è sottile.

Palazzo Santa chiara

Facciamo un passo indietro, come si usa in questa città quando si vuole capire davvero qualcosa. Prima del mostro di cemento brutalista che oggi incombe su piazza Barile come un alieno ammartato nel mezzo di un quartiere residenziale borghese, la giustizia savonese aveva una sede degna di questo nome. Palazzo Santa Chiara, nel cuore storico della città, era uno di quei luoghi in cui persino andare a sbrigare una pratica conservava una certa dignità umana. Le stanze avevano proporzioni sensate, i corridoi erano percorribili senza bussola, le finestre si aprivano su panorami riconoscibili. Insomma, ci si sentiva in un posto fatto per gli esseri umani, anche quando gli esseri umani in questione venivano convocati per questioni tutt’altro che piacevoli.

Tribunale di Savona

Poi arrivò il progresso. Negli anni Ottanta, con quella fede cieca nel futuro che caratterizzava la sinistra savonese dell’epoca, si decise che la città meritava un palazzo di giustizia nuovo, moderno, proiettato verso il terzo millennio. L’architetto Leonardo Ricci, toscano di valore indiscutibile nel suo mondo, consegnò un progetto che, secondo una leggenda metropolitana mai del tutto smentita, sarebbe stato originariamente concepito per ben altri scopi. I lavori partirono nel 1981 e si conclusero nel 1987, ma il palazzo aprì i battenti soltanto nel 1992, con quel ritardo tutto italiano che già di per sé avrebbe dovuto dire qualcosa sul funzionamento dell’apparato che vi avrebbe preso dimora. Il risultato fu ciò che i savonesi si trovano davanti ancora oggi: un edificio sospeso su una piazza coperta desolata come un’area di servizio autostradale in una notte di novembre, con vetrate che perdono acqua, facciate che si sgretolano con la stagionalità di un calendario, e un interno organizzato intorno a quella che il progettista chiamava con solennità la Basilica, uno spazio vuoto a tutta altezza che nella pratica quotidiana serve principalmente ad amplificare il rumore dei tacchi degli avvocati e a disperdere il calore nei mesi invernali in modo democraticamente equo per tutti i presenti. Vittorio Sgarbi, che di brutture architettoniche se ne intende almeno quanto si intende di tutto il resto, lo definì uno dei luoghi più brutti d’Italia, aggiungendo con il suo consueto garbo che i magistrati condannano spesso gli innocenti senza porsi il problema di chi abbia costruito un simile orrore. I difensori dell’opera, dal canto loro, invitano a osservarlo da via Venti Settembre e a cercare di capire. I savonesi, da via Venti Settembre, lo osservano da decenni e continuano a non capire, il che è forse il punto di contatto più profondo tra questo edificio e il sistema giudiziario che ospita.

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Perché il problema non è mai stato solo estetico. Il palazzo, diventato rapidamente inadeguato, costoso e problematico nel giro di pochissimi anni dalla sua inaugurazione, è stato teatro di una serie di disavventure pratiche che qualunque savonese di mezza età sa raccontare con quella precisione lugubre che si riserva ai ricordi traumatici. Il fascicolo che scompare nel ventre burocratico di una cancelleria per riemergere anni dopo come un sommergibile. L’udienza rinviata per cause di forza maggiore che nessuno sa spiegare con esattezza. Lo sportello chiuso esattamente nell’orario in cui il cartello indica dovrebbe essere aperto. Il professionista che aspetta nell’ingresso ventoso, guardandosi intorno come chi sia appena atterrato su un pianeta sconosciuto, cercando un interlocutore umano che gli dica dove andare. Il cittadino comune, convocato come parte o come testimone, che dopo due ore di attesa sui sedili di plastica nella grande Basilica vuota comincia a interrogarsi su scelte di vita fondamentali. L’ascensore che funziona a giorni alterni con una logica che sfida qualsiasi tentativo di previsione razionale. Tutto questo mentre fuori la città va avanti, il porto lavora, i bar servono il cappuccino, e la gente normale si chiede cosa stia succedendo lì dentro.

È in questo contesto di familiarità viscerale con le disfunzioni della giustizia come istituzione concreta e quotidiana, non come astrazione costituzionale, che il savonese medio si trova oggi, a metà marzo del 2026, a dover esprimere un’opinione informata sulla separazione delle carriere dei magistrati, sulla creazione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti, sull’istituzione di una Corte disciplinare di rango costituzionale e sull’introduzione del sorteggio per la selezione dei componenti degli organi di autogoverno. Materia, come si vede, di cristallina immediatezza popolare.

Ma prima di arrivare al referendum è doveroso fermarsi un momento su quello che sta succedendo fuori da palazzo Barile, metaforicamente parlando. Siamo oltre la metà di marzo, il che significa che la mente del savonese medio è già proiettata verso Pasquetta con quell’intensità di pianificazione che in questa città si riserva agli eventi ad alta valenza alimentare. La tradizione è antica, radicata, quasi genetica. Il lunedì dell’Angelo si va fuori. Si va a Cimavalle, sulle alture di Savona, dove i prati si aprono tra i boschi e dove il vento di tramontana, a fine marzo, soffia con una costanza che nessun meteorologo ha mai trovato il modo di scoraggiare adeguatamente. Si va alle Manie, sull’altopiano tra Finale Ligure e Noli, dove il paesaggio è bello abbastanza da giustificare qualunque patimento logistico. Si va all’Adelasia, la riserva naturale nell’entroterra, dove si può fingere per alcune ore di essere persone in armonia con la natura, salvo poi tornare all’auto con le scarpe infangate e le braci che non vogliono partire. Si va con la famiglia allargata, i cognati, i suoceri, i cugini di terzo grado che si vedono soltanto in queste occasioni e che si considerano tutto sommato sopportabili all’aria aperta, specialmente se c’è abbastanza cibo a mediare le tensioni.

E il cibo, naturalmente, è il cuore pulsante dell’intera operazione. Si parte giorni prima con la preparazione. La torta pasqualina, con le sue sfoglie di pasta tirata sottile, il ripieno di bietole e prescinseua, le uova intere affondate nella farcia che al taglio rivelano il tuorlo come una sorpresa ancora viva dopo secoli di tradizione. Le frittate di tutti i tipi, quella con la cipolla, quella con le erbette, quella con le patate, ognuna contesa fra famiglie che sostengono ognuna che la propria ricetta sia quella autentica e che le varianti altrui siano deviazioni inaccettabili. Il salame di Sant’Olcese, le fave fresche, il pecorino sardo che con le fave forma quella combinazione disarmante nella sua semplicità. Le costolette di agnello impanate, preparate la sera prima e avvolte nella carta stagnola. La focaccia ligure, quella vera, quella con le fossette e l’olio, non quella spugnosa che si vende nelle stazioni dei treni. Il vino bianco in borsa termica. Il chinotto di Savona, presidio Slow Food, portato come un trofeo identitario. Il barbecue portatile, nel caso in cui si voglia tentare la grigliata, con tutto il rituale che comporta: l’accensione impossibile, la carbonella che non vuole saperne, l’uomo della famiglia che si incarica dell’operazione con l’espressione concentrata di chi stia disinnescando un ordigno, il fumo negli occhi di tutti, le salsicce che alla fine risultano bruciate fuori e crude dentro ma che vengono mangiate con entusiasmo compensativo.

Poi c’è il tempo. Il tempo ligure di fine marzo, capriccioso, irredimibile, capace di passare in novanta minuti dalla luce solare che fa pensare all’estate all’acqua fitta accompagnata da un vento da nord che taglia la faccia. Il savonese lo sa. Lo ha sempre saputo. Eppure ci va lo stesso, ogni anno, con quella combinazione di ottimismo irrazionale e fatalismo mediterraneo che è forse la cifra più autentica del carattere locale. Si parte con il cielo sereno, si arriva a Cimavalle con le prime nuvole che si addensano sul Bric Tana, si monta il tavolino pieghevole con le mani già fredde, si mangia guardando orizzontalmente il paesaggio sfumato dalla foschia che sale dal mare, e poi arriva la pioggia. A quel punto succede una di due cose. O si cerca riparo sotto i grandi pini, dove si finisce di pranzare bagnati ma non troppo, con quella soddisfazione speciale che viene dal non cedere alle avversità atmosferiche. Oppure si smonta tutto in fretta, ci si ficca in auto con i sacchetti del cibo, i bambini che si lamentano, i cani che scuotono l’acqua addosso a tutti, e si torna a Savona incazzati neri, a finire il pranzo in cucina guardando la pioggia dal balcone e dicendo che l’anno prossimo si va al ristorante.

Ecco. Questo è esattamente lo stato d’animo del savonese medio che , domenica 22 marzo 2026, viene chiamato a votare sul referendum costituzionale della cosiddetta Riforma Nordio. Un uomo, o una donna, che ha vissuto sulla propria pelle i pellegrinaggi ai templi della giustizia savonese, dalla sede storica di Palazzo Santa Chiara all’attuale colabrodo di piazza Barile. Che ha aspettato in corridoi inadeguati per pratiche incomprensibili. Che ha sentito parlare di correnti nella magistratura, di CSM, di nomine opache, di toghe che proteggono le toghe, con quella stessa sensazione di impotenza strutturale con cui ha sempre guardato l’ascensore del tribunale che non funziona, consapevole che nessuno risolverà mai il problema perché nessuno si sente mai davvero responsabile di nulla.

La riforma chiede al cittadino di scegliere tra il sì, che approva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la creazione di due CSM separati, una nuova Corte disciplinare e il sorteggio per i componenti degli organi di autogoverno, e il no, che lascia tutto com’è. Il savonese medio ha sentito Nordio spiegare che questa è una riforma storica che ridà alla politica il suo primato costituzionale. Ha sentito la CGIL spiegare che è una riforma pericolosa che mina l’indipendenza della magistratura. Ha sentito professori di diritto costituzionale sostenere il no, avvocati sostenere il sì, ex magistrati sostenere l’uno e l’altro in base a percorsi biografici che sfuggono alla comprensione del profano. Ha letto che non c’è il quorum, il che significa che il referendum è valido qualunque sia l’affluenza, il che a sua volta significa che non votare è comunque una scelta, anche se non ci si sente capaci di esprimerne una consapevole.

Nell’opinione che si è formata questa persona, sedimentata lungo decenni di rapporto diretto con la macchina giudiziaria savonese, c’è la certezza viscerale che qualcosa non funziona. Che i tempi sono lunghi, le cancellerie enigmatiche, le notifiche che arrivano tardi o non arrivano, i procedimenti che si trascinano, le sentenze che giungono quando il contenzioso originale è già diventato irrilevante per ragioni biologiche. Ma c’è anche la consapevolezza, altrettanto viscerale, che questa riforma parla di cose che stanno molto più in alto della propria esperienza quotidiana. Parla di equilibri istituzionali, di nomine, di correnti, di meccanismi di autogoverno della magistratura che funzionano o non funzionano in aule di potere lontanissime dall’ingresso di piazza Barile dove c’è sempre qualcuno che non sa bene dove andare.

Il risultato è che il savonese medio, se fosse onesto, sceglierebbe NI. Non la scheda bianca, che è una scelta di protesta con una sua dignità. Non l’astensione, che è una scelta politica anch’essa. Proprio il NI, quella risposta onesta e insostenibile che nessuna scheda referendaria prevede, perché nessun quesito istituzionale è mai abbastanza coraggioso da offrire come opzione la verità più diffusa tra i propri elettori. Il NI del meccanico di Villapiana che sa benissimo che qualcosa nella giustizia non va ma non si fida di chi vuole cambiarla. Il NI della pensionata di Lavagnola che ha seguito un processo civile per sette anni e non ne è uscita convinta che fosse colpa delle carriere non separate. Il NI del commerciante del centro che vota, di solito, ma questa volta guarda il cielo di metà marzo e pensa che ci siano cose più urgenti da capire, tipo se domani a Pasquetta farà bello o verrà giù il diluvio.

Perché in fondo il referendum sulla giustizia e la pasquetta a Cimavalle hanno in comune una cosa sola ma fondamentale: entrambi richiedono di fare una scelta con informazioni incomplete, sotto un cielo incerto, sperando che vada meglio di quanto i precedenti lascino presagire. E il savonese, da buon ligure, sa già che probabilmente si bagnerà lo stesso. Ma porta il cibo da casa lo stesso. Perché l’alternativa è restare a guardare la pioggia dal balcone, e quello è un lusso che si può permettere solo chi ha già deciso di non essere responsabile di niente. Come, in definitiva, qualcuno che conosce bene direbbe che fa la magistratura. O il governo. Dipende da chi si è votato l’ultima volta, e anche su quello, a Savona, ognuno ha la sua versione.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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