SUL CONCETTO DI DEMOCRAZIA Prima parte

Comincerei parafrasando un vecchio slogan: “Si fa presto a dire democrazia” e “democratico”! Chi mai oggi osa professarsi antidemocratico? Mi piacerebbe conoscere almeno uno che mi dicesse: “Sai cosa ti dico? La democrazia mi fa schifo!”. Basti dire che ci sono dei miei concittadini filorussi persuasi che la Russia di Vladimir Putin sia una repubblica democratica perché ha da più di vent’anni lo stesso presidente “regolarmente” eletto, sia pur con elezioni dall’esito scontato. Mi chiedo se lo credono veramente o se lo dicono per scherzo. D’altronde c’è poco da scherzare dal momento che  abbiamo continuato per anni a chiamare “democrazie” sia pure “popolari” i cosiddetti Stati satelliti dell’Unione Sovietica, DDR compresa, ai tempi della Guerra fredda, pur sapendo che lo erano solo di nome ma non di fatto. Questo per dire che ci si può definire democratici senza esserlo. Ma allora chi sono i veri democratici, oggi? Intanto vediamo di mettere in chiaro le diverse forme nelle quali può essere declinato il concetto di democrazia per evitare confusioni più o meno involontarie o strumentali. Per prima cosa distinguiamo la democrazia dei Greci da quella dei moderni e dei contemporanei. L’uomo politico al quale si deve la prima realizzazione di un governo democratico ad Atene, fu Pericle (495 circa – 429 a. C.); il termine stesso di democrazia (da demos + kratos aveva un’accezione dispregiativa) comparve per la prima volta in quella età che prese il suo nome.

Pericle

Pericle concepiva l’assemblea di tutti i cittadini ateniesi, l’Ecclesia, come l’organismo in cui risiedeva la facoltà di decidere il destino di Atene senza altri limiti che quelli deliberati da se stessa. Riteneva la democrazia la forma più evoluta di governo e per questo considerava Atene la polis modello di tutta l’Ellade; famoso è il suo discorso del 461 a. C. citato da Tucidide nella Guerra del Peloponneso: “Noi ad Atene facciamo così…”. Da questo discorso si deducono alcuni tratti distintivi della democrazia ateniese: 1) l’uguaglianza dei singoli cittadini dinanzi alla Legge della polis e alle leggi non scritte ma comuni a tutti gli uomini; 2) la libertà di agire nella sfera pubblica come in quella privata purché non ci si occupi della cosa pubblica per risolvere questioni private; 3) la libertà di parola nell’assemblea ma non quella di offendere altri cittadini e men che meno i magistrati; 4) la libertà, anzi il dovere, di chiunque (salvo le donne, gli stranieri e gli schiavi) di partecipare alla vita politica della polis. Quella ateniese, dunque,  è un esempio di democrazia diretta, in cui il potere deliberativo è esercitato dal demos riunito in assemblea  senza mediazioni di sorta che non siano le Leggi della città-stato.  Questo non significa che tutti i Greci fossero democratici; per esempio Platone, nel libro VIII della sua Repubblica , quando passa in rassegna le forme di governo e prende in esame la democrazia, non lascia margini al  dubbio riguardo alla radicalità della sua condanna. Per Platone ll movente della democrazia consiste nell’insaziabilità del bene a cui si tende, ma questa insaziabilità  rende inconciliabile l’aspirazione alla ricchezza con la virtù della temperanza. Così avviene che i prodighi finiscano alcuni indebitati fino al collo, altri in schiavitù e altri in entrambe queste disgrazie. Ci vorrebbe una legge che costringa i cittadini a essere onesti e a mettere un freno ai loro desideri; se non che i governanti, avidi come sono di ricchezze, si guardano bene dal farla e lasciano che i giovani si rovinino sotto gli occhi dei loro padri.

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In queste circostanze, ogniqualvolta poveri e ricchi si ritrovano insieme, nascono contrasti e lotte intestine, in certo casi con l’intervento di stranieri chiamati in soccorso di questo o quell’altro partito; così che se, poniamo, prevalgono i poveri, alcuni avversari vengono messi a morte, altri vengono messi al bando e a quelli rimasti in città concedono di dividere con loro il governo e le magistrature.
Ecco come si fonda la democrazia, si instauri con la forza o per la paura che costringe gli avversari alla fuga, si tratta pur sempre di un governo in cui ciascuno può fare quello che vuole dove vorranno comandare uomini d’ogni sorta e in più sarà giudicato ottimo in quanto composto con ogni varietà di caratteri. Tuttavia a un certo punto succede che, data la  grande libertà  che vige nella costituzione democratica sarà inevitabile che molti delinquenti vi agiscano impunemente, perché all’apparenza la democrazia è un governo dolce e  dispensa le sue cariche tanto agli uguali quanto ai disuguali.

Socrate

Se non che il tipo d’uomo che si rispecchia in questo regime egualitario “Un discorso di verità – dice Socrate ad Adimanto – proprio non lo accetta né lo lascia entrare nel posto di guardia, se accade che qualcuno gli dica che alcuni piaceri sono relativi ai desideri belli e buoni, altri a quelli malvagi, che bisogna praticare e onorare i primi, reprimere e asservire i secondi: in tutte queste occasioni scuote la testa e afferma che essi sono tutti uguali e degni di rispetto ”. E, poco dopo: “Insomma, quando tutto questo si compatta, ti accorgi come renda l’anima dei cittadini sensibile al punto che se qualcuno incorre in un benché minimo grado di asservimento si indigna e non lo tollera? E certo sai bene che alla fine non prendono sul serio neppure le leggi, scritte o non scritte che siano, per non aver in nessun modo nessun padrone”. Infine, a chiusura del paragrafo sulla democrazia, afferma ironicamente Socrate: “Questo è dunque, amico mio, l’inizio così bello e vigoroso da cui sorge la tirannide…”. Quanto ad Aristotele, distingue tra una forma corretta di costituzione democratica (la politìa) e una degenerazione della medesima (la democrazia). Causa delle ribellioni sono le disuguaglianze.

Aristotele e Platone

Uno Stato si mantiene stabile se si conserva lo spirito di obbedienza alla Legge e se non si permette a nessuna classe particolare di diventare troppo ricca e potente. Aristotele  critica Platone anzitutto per non aver distinto il tipo di rapporto politico esistente tra governanti e governati e quello tra padrone e schiavo e neppure quello tra uomo e donna e padre e figli in ambito familiare, come se non vi fosse nessuna differenza naturale tra la famiglia, di cui fanno parte anche gli schiavi,  e lo Stato. Inoltre lo critica rispetto alla concentrazione e all’unità dello Stato, in quanto “è chiaro che se uno Stato nel suo processo di unificazione diventa sempre più uno, non sarà  uno Stato, perché lo Stato è per sua natura pluralità e divenendo sempre più uno si ridurrà a famiglia da Stato e a uomo da famiglia” (Politica, II, 1). Lo Stato, per Aristotele, sussiste solo in quanto comunità di comunità, dato che i singoli individui non sono autosufficienti. Di fondamentale importanza per le vita ordinata dei cittadini e dello Stato è l’educazione: ogni cittadino deve imparare tanto ad obbedire quanto a comandare, solo così potrà sussistere una vera “politia” , cioè la partecipazione di tutti i cittadini  alla vita politica della città-stato.  (Continua)

Fulvio Sguerso

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