Su Mosè come persona e Mosè come eponimia (seconda parte)

LEGGI LA PRIMA PARTE

Seconda parte

La Genesi è stata scritta verosimilmente per essere funzionale agli altri libri del Pentateuco, il quale a sua volta è stato scritto per essere funzionale alla formazione e affermazione di uno Stato.

Vediamo, con alcuni esempi, come.
<< Ora i figli di Noè che uscirono dall’arca furono: Sem, Cam e Jafet. Cam è il padre di Canaan. Questi sono i tre figli di Noè dai quali fu ripopolata tutta la terra. Noè cominciò a far l’agricoltore e piantò una vigna. Avendo poi bevuto del vino, si ubriacò e si scoperse dentro la sua tenda.
>Quando Cam, padre di Canaan, vide la nudità di suo padre, andò a dirlo ai suoi due fratelli che erano fuori.  Ma Sem e Jafet, presero il mantello, lo misero sulle proprie spalle e andando a ritroso ricoprirono la nudità del loro padre, ed essendo le loro facce volte all’indietro non videro la nudità del padre. Quando Noè si fu svegliato dal suo vino, seppe quanto aveva fatto il figlio minore e disse: -Maledetto Canaan. Sia servo dei servi dei suoi fratelli-. E poi aggiunse: -Benedetto il Signore Dio di Sem. Canaan sia suo servo. Dio ingrandisca Jafet e abiti nelle tende di Sem e Canaan sia loro servo- >> (Genesi 9, 18-27).
>E’ un racconto chiaramente costruito ad hoc il cui senso per gli ebrei è :“Se scacceremo dalla Terra di Canaan i suoi abitanti, non è per la nostra prepotenza, ma a causa della maledizione di cui il loro progenitore con il suo comportamento si è reso oggetto. La nostra violenza e la nostra conquista saranno legittimate e giustificate”.  
D’altra parte l’intento del brano è chiaramente individuabile già dal fatto che gli altri due fratelli continuano nelle parole della maledizione ad essere chiamati col loro nome, mentre l’autore sacro si premura di sostituire al nome di Cam quello del figlio di Cam, Canaan, al fine di chiarire senza ombra di dubbio che il peso della colpa deve ricadere su quest’ultimo e sulla sua discendenza.
Si tratta di una legittimazione di ordine storico-mitico.
Ma vengono offerti anche altri due tipi di legittimazione; uno di ordine morale, e l’altro di ordine strategico-politico.
>La legittimazione di ordine morale la troviamo in Deuteronomio 12, 29-31: <<Quando il Signore, tuo Dio, avrà distrutto davanti a te le nazioni, che tu vai a conquistare, le avrai conquistate e ti sarai stabilito nella loro terra, guardati dall’inciampare dietro di loro dopo averle distrutte davanti a te e di non ricercare i loro dèi dicendo: Come servivano queste nazioni i loro dèi, così voglio fare anch’io; non fare così verso il Signore, tuo Dio, poiché essi facevano per i loro dèi ogni cosa abominevole e odiata dal Signore: persino i loro figli e le loro figlie bruciavano nel fuoco per i loro dèi >>.
La legittimazione di ordine strategico-politico, la troviamo invece in Esodo 23, 29-30: <<Non li scaccerò dalla tua presenza in un solo anno, affinché il paese non diventi un deserto e le bestie del campo non si moltiplichino contro di te. Li scaccerò dalla tua presenza a poco a poco, finché ti sia moltiplicato e possa prendere possesso del paese >>. Lo stesso concetto è ripreso in Deuteronomio 7, 22-23: << Il Signore, tuo Dio, caccerà queste nazioni davanti a te, a poco a poco, non potrai sterminarle presto, perché non diventino numerose contro di te le bestie selvagge. Il Signore, tuo Dio, le darà in tuo potere e le scompiglierà grandemente fino a distruggerle >>.

Sem, Cam e Jafet

Affermando queste cose Mosè (come personaggio storico o, molto più probabilmente, come personaggio costruito dall’autore sacro e, dopo la sua morte sul monte Nebo, come autorità rappresentata e rappresentante, cioè come eponimìa) vuole preventivamente difendersi dagli attacchi che prevede gli saranno portati dai settori di Israele più bellicosi ed impazienti di impadronirsi della Terra di Canaan.
>Quando questi ultimi si fossero resi conto che la conquista non sarebbe stata immediata, ma sarebbe stata la conseguenza di vari successi militari diluiti nel tempo eventualmente affiancati da una parziale assimilazione degli abitanti di quella terra, si sarebbero potute verificare delle rivolte e delle pericolose lotte intestine.
La fede in YHWH, per molti, avrebbe potuto venir meno. Bisognava evitare di provocare cocenti delusioni. Nessuno doveva sospettare di aver seguito i comandamenti e i precetti di  un Dio debole, irresoluto, lento. O di un fantasma. Perciò il motivo principe che poteva provocare questi sospetti, da fattore negativo viene trasformato in fattore positivo, facendo di necessità virtù, nel senso che viene presentato come misura precauzionale adottata da YHWH per difendere il suo popolo dalle bestie feroci, troppo numerose rispetto agli uomini se troppi nemici fossero stati uccisi.
Un argomento che oggi non ci appare troppo convincente, e non sappiamo quanto, se si fa un discorso realistico, abbia potuto esserlo allora.
Certo non risulta così immediato capire come mai Dio è in grado di sostenere gli israeliti con mano forte e con braccio disteso quando sono alle prese con gli eserciti da Arad e di Basan, ma non quando sono alle prese con le fiere che si trovano in Terra di Canaan.
Il Pentateuco appare comunque l’arma più utile per la legittimazione di un potere gestito dai sacerdoti. Esso è, tra le altre cose, il luogo in cui si stabilisce la particolare posizione sociale dei leviti, di coloro cioè che sono responsabili del culto di YHWH; i loro diritti e i loro doveri; i precetti che devono osservare.

Nei cinque libri che compongono il Pentateuco, è più volte sottolineata l’ispirazione divina del suo contenuto, nonché, ovviamente, la sacralità delle parole che sotto forma di discorso diretto, Dio pronuncia quando parla con Mosè.
Del Pentateuco si può dire insomma che in relazione ai contenuti del messaggio, risolve positivamente il problema della giustificazione del potere teocratico.
Mosè, però, per poter dare a tutti questi temi una forma che li leghi tra loro in maniera funzionale e coerente nei libri di Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, deve affidarsi fin dall’inizio ad una struttura di ordine metafisico che sia insieme base e collante di ogni fatto narrato.
Essa fa principalmente perno sul mito del protopeccato e sulla rivelazione del nome di Dio stesso a Mosè (nome che, sostanzialmente, al di là delle letture legate alla particolarità dei tempi verbali dell’ebraico, può essere tradotto con :”Io sono colui che è sempre presente”).
Mito del protopeccato e rivelazione del nome di Dio sono anche i punti ai quali facciamo soprattutto riferimento per mostrare che è possibile una interpretazione del pensiero mosaico diversa da quella canonica della esegesi ebraico-cristiana.
Sappiamo di avere a che fare, portando avanti questo ragionamento, con fili che si allontanano e si riavvicinano; che si spezzano e si riannodano in un intrico che la nostra logica fatica a seguire.
Ad essa risulta difficile accettare le ambivalenze e le molteplicità dei significati tracciati da questi fili; accettare le corrispondenze e le opposizioni che di volta in volta si stabiliscono, per esempio, tra età aurorale ed eterna del mito e cronologia filogenetica ed ontogenetica dell’uomo.
Tali corrispondenze ed opposizioni sono figure concettualmente paragonabili a quelle che la Gestalt ci propone nella immagine “visi-vaso” di Rubin (dove i profili dei visi sono i contorni del vaso), o, se si preferisce un riferimento meno tecnico, al guanto rovesciato che diventa, proprio a causa del suo rovesciamento, perfettamente calzante per l’altra mano.

Insomma, se siamo disposti ad essere viaggiatori di un viaggio in cui per orientarsi non si può fare conto sulle consuete coordinate, coniugato com’è secondo una logica in grado di produrre dei “salti” apparentemente ingiustificati, ma in realtà pienamente legittimi (analoghi ai “salti”, aggiungiamo, che una figura della geometria piana, per avere subìto una rotazione di 360 gradi, produce trasformandosi virtualmente in un solido, eppure restando sempre concretamente una figura piana)  e se siamo così decisi da non farci fermare da una siffatta difficoltà, allora possiamo finalmente addentrarci nella impalcatura più schiettamente metafisica del pensiero mosaico. Una impalcatura che ha ricadute pratiche e storico-politiche molto più sostanziose di quanto non possa far immaginare la distanza temporale e modale tra l’Eden e la Terra Promessa.
Nessuno meglio di Mosè poteva sapere che il Dio trascendente del giardino di Eden era soltanto una figura fantastico-metaforico-didattica, essendo frutto della sua invenzione. Di essa Mosè si è servito per far sì che gli israeliti intraprendessero la via della propria autonomia politica.
Colpendo oltre il bersaglio (forandolo) per la forza d’inerzia della sua mistificazione, Mosè ha fatto sì che l’uomo di tradizione ebraico-cristiana, riponesse poi la sua fede in Dio, e sgombrasse la strada alla propria divinizzazione.
Se Mosè avesse intimamente creduto al Dio unico e trascendente, non avrebbe scritto la storia della creazione e la storia del protopeccato così come le ha scritte.
La sua posizione ambigua lo porta inevitabilmente a non gestire in modo adeguato il suo messaggio.
Dove Mosé si tradisce? Un esempio per tutti in Genesi 3, 22, in cui egli riporta le seguenti parole di Dio: << Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, nella conoscenza del bene e del male. Ora dunque, che egli non stenda la mano e non colga anche dell’albero della vita e ne mangi e viva in eterno >>.
E’ il luogo dove si palesa il desiderio dell’uomo di raggiungere l’immortalità; ma è pure l’ammissione che tale desiderio potrebbe anche essere soddisfatto se (il fantasma di) Dio non intervenisse: << E il Signore Iddio cacciò l’uomo dal giardino di Eden, affinché coltivasse la terra dalla quale era stato tratto. Cacciò dunque l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante per custodire l’accesso all’albero della vita >> (Genesi 3, 23-24).

Mosè ovviamente non crede in Dio, perché ne è il padre. Eppure ingiunge all’uomo di non tentare di diventare Dio, perché Dio lo punirebbe (si legga: perché Adamo ed Eva che già ci hanno tentato, già sono stati puniti).
Quale il motivo? Se anche Mosè non crede ad un Dio in atto, crede più o meno distintamente all’eventualità di un Dio futuro (“Io sono colui che sarò”), dando corso tra l’altro ad una delle letture possibili del nome di Dio, le altre due essendo “Io sono colui che è” e “Io sono colui che sono”, per cui, forse senza intenzione da parte di Mosè (e del mosaismo), essa verrebbe a palesare il suo nascosto pensiero.
Un pensiero che vede questo Dio futuro costruirsi nel tempo e alla fine rivelarsi come Tutto-Autocoscienza (termini questi ultimi che quando sono significanti autonomi, possono essere scritti con l’iniziale maiuscola o minuscola a seconda che il processo che li coinvolge si intenda compiuto o meno), un Dio che andrebbe crescendo al seguito dello spirito e della capacità tecno-scientifica dell’uomo, sempre più potenti e pervasivi.
All’interno di un quadro siffatto, l’umanità può essere considerata in due modi: o come parte maggiormente spirituale dell’unico corpo-natura che sarà vieppiù trasformato da essa tramite la scienza (in senso lato) in energia spirituale; oppure come “testa” che, avendo faticosamente sostituito, sempre attraverso il medesimo strumento, il suo sguardo parziale con uno sguardo totale (a quel punto indifferenziato tra soggetto e oggetto), riuscirà a reinterpretare la dialettica della natura (e la sua stessa dialettica di pensiero sulla dialettica della natura) sussumendola nella visione della perfetta armonia e giustizia sancite dagli occhi di Dio.
Sempre nell’ambito di questo contesto, si può azzardare l’idea che Mosè abbia sfruttato il mistero del nome divino,YHWH, così vago e così vasto, per potere senza neppure formalmente mentire, lasciare che il popolo intendesse il Dio predicato da lui come un Dio che è, mentre intimamente egli pensava ad un Dio che (eventualmente) sarebbe stato.

Visi-vaso” di Rubin

In altre parole, Mosè e il mosaismo non possono permettersi di dire la verità perché sanno che se agli uomini (di cui Israele è microcosmo eletto) fosse comunicata, annichiliti da un compito che richiede un tempo e una fatica incommensurabili nonché una riuscita improbabilissima, smetterebbero di lottare annullando a priori ogni sia pur infima speranza per giungere ad essere Dio.
Solo ignorando di essere il potenziale Dio futuro e immanente e credendo nell’esistenza di un Dio attuale e trascendente, essi non si alienano la possibilità di divenire il Tutto-Autocoscienza, il quale nel suo farsi permette, ed è questo che sa e vuole Mosè al di là dell’orizzonte che dispiega, il sorgere di una nazione: Israele.
Infatti, il popolo ebraico aveva bisogno, in allora, di sentirsi garantito da un Dio in atto e trascendente. Basandosi sulle loro sole forze, gli israeliti non avrebbero mai potuto sperare di conquistare la Terra Promessa, perché si sarebbero resi conto che il Dio “in fieri” che incarnavano era ancora un Dio debolissimo.
Per un popolo senza terra, fino a poco tempo prima subalterno agli egizi, e che uscito dall’Egitto vaga tra mille difficoltà nel deserto, Mosè ritiene necessario utilizzare l’idea di un Dio-placebo. La convinzione dell’esistenza di un Dio onnipotente, onnisciente, geloso del suo popolo (ovvero in grado di amare e di ferire e persino di uccidere) e in diretto contatto col rappresentante di esso, poteva portare al raggiungimento di risultati diversamente insperabili.
Data l’impostazione teologico-politica di Mosè, una speranza ardita fino a confondersi con la follia andrà lievitando nel popolo in un crescendo illimitato, mascherato solo dal volere di ogni persona di fede ebraica, e poi ebraico-cristiana, di nascondere anche a se stessa che l’adesione alla religione di un Dio onnipotente e trascendente, coniugata con l’adesione alla scienza-tecnica e alla genitorialità, corrisponde nel fondo del fondo dell’animo umano, al desiderio di essere Dio.
L’obiezione che facilmente si palesa per l’accostamento di due termini come “trascendente” e “onnipotente” consiste nel rilevare che se l’uomo può anche, per lo più in modo quanto mai nebuloso, ipotizzare una sua futura onnipotenza, non può però fare altrettanto per la trascendenza.
> Ma la trascendenza che Mosè attribuisce a Dio è funzionale. Funzionale al tentativo di mantenere l’uomo in quella condizione che costringe l’uomo stesso, pensando ad un Dio che non è riconducibile alle determinazioni della realtà esperibile, a non mettere a nudo le misere radici del Dio futuro e immanente, che lui, giunto alla fine della sua storia di uomo, sarà diventato.
Poiché l’uomo deve andare verso l’indiamento senza tuttavia mai ammetterlo a se stesso (a meno di togliere speranza al suo sogno insieme più umano e sovrumano), ecco che la barriera che si oppone alla trasformazione del tabù in esplicito tentativo, viene ad essere rappresentata proprio dall’attributo di trascendenza che si attribuisce a Dio: l’uomo non pensi di poter mai diventare Dio, perché è impossibile che l’uomo possa essere uomo e contemporaneamente trascendere l’uomo. 
Se all’uomo capitasse di pensare di essere coinvolto nella blasfema prospettiva di diventare Dio, ebbene ciò sarebbe il maggior ostacolo alla concretizzazione di tale possibilità.
Per argomentare in modo più avvertito, è opportuno tenere presente come ognuno cerchi durante la sua vita di progredire, di rendere la sua esistenza sempre migliore, di esserne sempre più padrone. Non osa però compiere il passo ulteriore: ammettere che la sua meta ultima è quella di vincere la morte. Di più: di diventare Dio. Certo, la scienza e la procreazione non ammettono che quello sia il loro traguardo, ma sono smentite dalla direzione del loro sguardo, che va sempre oltre, senza limiti.
In questa prospettiva di indiamento, ecco che il più grande tra i tabù apparirà più nettamente, più distintamente.
Un tempo di vita risicatissimo, inganna (aiuta) l’uomo a sufficienza perché il suo vero massimo desiderio resti generalmente nascosto ai suoi stessi occhi. L’avere chiaro di non poter diventare Dio durante la sua esistenza, fragile e caduca, nasconde all’uomo il fatto che tuttavia il desiderio di diventarlo, egli lo cova nelle fibre più nascoste del suo essere. Ed è un desiderio che non si spegne. Un desiderio che gli permette di sperare in una vita che va oltre l’individuo e passa per l’indefinito susseguirsi delle generazioni: quella della specie.
Allora come dall’australopithecus  si è passati all’homo habilis, e da questo all’uomo erectus, e ancora all’homo sapiens sapiens, la capacità astrattiva e l’hybris del quale ha raggiunto livelli mai attinti prima, in linea teorico-desiderativa si potrebbe, con una serie sterminata di stadi intermedi, arrivare allo stadio ultimo e sommo di ogni possibilità. All’esaurimento-compimento di ogni possibilità.
Chiudendo il cerchio aperto da un uomo, una donna, un frutto ed un serpente

Fulvio Baldoino
Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *