Su Mosè come persona e Mosè come eponimìa (prima parte)

La domanda dopo aver constatato che JHWH è un Dio che legifera, punisce e premia, è: “Da chi tutto questo viene formalizzato e istituzionalizzato?”.
Essendo un atto che vuole avere il carattere della sacralità, non ne consegue che i responsabili di questa operazione saranno non già gli uomini genericamente intesi, ma specialmente e specialisticamente quella porzione di uomini che si è riservata la gestione e la custodia del sacro, ovvero i sacerdoti?

Siccome a questo punto emerge la figura di Mosè come quella che meglio riesce a incarnare il paradigma della blasfema scalata a Dio, necessita prima precisare che di Mosè se ne deve parlare in due accezioni, non sempre nettamente distinte:
1) Come persona (non importa se storica o immaginaria).
2) Come antonomàsia di un gruppo diacronicamente inteso di capipopolo, legislatori, re, condottieri e, appunto e soprattutto, sacerdoti, i quali hanno proseguito sulla linea politico-religiosa impostata da Mosè, dando espressione a quello che si può indicare col nome di mosaismo.
Solo in seguito a questa fondamentale precisazione, è dato procedere con alcune brevi considerazioni su di lui.
Ebbene, in quanto persona, Mosè capisce ben presto che dopo il fallimentare tentativo di instaurare il monoteismo compiuto dal faraone Eknathon, non c’è più spazio per un tentativo analogo sulle sponde del Nilo. Ma capisce anche come il tentativo, fallito con gli Egiziani, può riuscire con gli abitanti immigrati in quella fertile zona, Gosen, situata presso il braccio orientale del delta del Nilo.
Per la mentalità dell’epoca l’infanzia di un uomo straordinario non può essere ordinaria. Non se di quest’uomo se ne vuole fare un mito e se lui stesso accetta di essere pensato già in vita come una figura mitica o si propone in questi termini.
Se infatti il bambino-Mosè viene salvato dalle acque del Nilo nientemeno che dalla figlia del faraone, si può vedere l’episodio come una sorta di miracolo; e per il modo di pensare del tempo, il ruolo che il protagonista dell’episodio medesimo avrà da adulto dovrà mantenere la promessa di quelle promesse, ed incarnare la vicenda di un qualche eroe.

E così lui, per l’ “Esodo” figlio di due leviti, ma per altri importante personaggio di nazionalità egizia dell’entourage del faraone, o addirittura principe (figlio della figlia del faraone) e, comunque, persona altolocata per status nonché persona di vasta cultura, si pone alla testa di una schiera di circa diecimila persone (non certo le seicentomila di Esodo 12, 37) appartenenti a gruppi etnici tra loro più o meno eterogenei (è importantissimo sottolinearlo perché l’intento politico di Mosèì sarà proprio indirizzato a creare un popolo) che andranno amalgamandosi col tempo e diverranno, appunto, il popolo ebraico, e che per linearità di discorso chiamiamo già così, anticipando la reale  cronologia della sua formazione.
Se queste persone potranno divenire un popolo, è perché l’abilità e il carisma di Mosè le convincerà che già lo sono e che devono mantenere attraverso la fede in un unico Dio, YHWH, la loro unica identità. Gli ebrei d’ora innanzi dovranno essere i prescelti di un Dio trascendente, geloso ed esclusivo.
Si assiste perciò ad un fenomeno di parallelismo, e probabilmente, poi, di giustapposizione e infine di amalgama tra religione e politica; infatti se Mosè ha bisogno che la gente che lo segue nel cammino del deserto creda in Dio perché Dio si faccia, allo stesso modo ha bisogno che creda di essere un popolo perché il popolo si faccia.

Mosè ha la sensazionale intuizione di vedere come sia importante per l’unità di una nazione, l’unità religiosa. Di più, l’unità religiosa nella fede in un Dio unico e trascendente.
Ha capito che la capacità di gestire le anime porta a risultati politici altrimenti inattingibili; ha capito che quando gli dei sono molti, finiscono per combattersi tra loro.
Ha altresì capito che un Dio impalpabile, di cui è vietato costruire statue e dipingere immagini, è un Dio più potente, un Dio che non si può bruciare o distruggere, un Dio che non essendo esattamente individuabile e circoscrivibile, può diffondere dappertutto la sua presenza, un Dio che, come si legge in Esodo 19, 23-25, non permettendo agli uomini di avvicinarglisi (<< Mosè rispose al Signore: -Il popolo non può salire sul Monte Sinai, perché tu stesso ci hai avvertiti dicendo: Poni dei limiti attorno al monte e dichiaralo santo-. Allora il Signore gli disse: -Va’, scendi, poi salirai, tu ed Aronne con te, ma i sacerdoti e il popolo non irrompano per salire verso il Signore, perché egli non s’avventi contro di loro- >>), assume un’autorità decisamente superiore ad un vitello d’oro che invece può essere guardato e toccato, e che proprio per questo finirà prima o poi per non essere visto “aldilà” della forza dell’uomo, perché come l’uomo è fatto di materia.

Sulla morte di Mosè aleggia la stessa filosofia. Se Mosè scomparirà senza che nessuno sappia dove precisamente sia sepolto, ciò non può forse imputarsi al suo desiderio di creare attorno a sé un alone di mistero che gli avrebbe permesso di essere venerato, visto che il mistero è componente non secondaria della sacralità?
Dall’alto di una tale sacralità avrebbe guidato, anche dopo la sua dipartita, il popolo di Israele.
Mosè infatti si preoccupa realmente del suo popolo, nel senso che ciò che egli fa è realmente volto a costituirlo come nazione.
Egli però si muove in un panorama di orizzonti concentrici: il suo agire strategicamente consapevole per costruire un popolo servendosi del fantasma di un popolo va, come si è visto, di pari passo col suo agire, anch’esso strategicamente consapevole, per costruire Dio servendosi del fantasma di Dio.
A causa di un meccanismo identico, lo spirito che da Mosè viene trasmesso al popolo è un unico amalgama politico-religioso che si adatta a tutti e tre i concentrici orizzonti che promanano da lui, e che vengono tra loro a trovarsi così vicini, da apparire confusi, e naturalmente richiamantisi:
1) Senza il capo Mosè, non ci sarebbe neppure il sacerdote e il profeta Mosè.
2) Egli induce la schiera di persone che lo segue nel deserto, a credere di essere un popolo cui manca solo la terra.
3) Fa credere che ci sia un Dio geloso perché si venga a costituire una fede verso un Dio che per il suo popolo pulsa di rabbia e d’amore come per un’amante sempre pronta a tradire.
Sarà allora interessante indagare il modo con il quale, nel sottostare ad una strategia mirata, questo operare mosaico si dispieghi.
Certo è che da Mosè in poi una parte del popolo continuerà a tener viva l’idea di questo procedere in cui i motivi politici e religiosi  sono tra loro intrecciati e vicendevolmente imprescindibili, facce della stessa medaglia.
Come ha chiarito l’archeologia, in Egitto gli ebrei non erano schiavi. Una parte di loro era composta da pastori che facevano pascolare i loro armenti addirittura nella zona più fertile dell’Egitto, mentre l’altra parte era per lo più composta da operai salariati.
In quanto immigrati ci saranno stati probabilmente una certa discriminazione ed un certo sfruttamento nei loro confronti, senza però che ciò li mettesse in condizione di schiavitù.
Tuttavia questa loro situazione di inferiorità deve essere stata sufficiente per indurli a seguire Mosè e per convincersi che il cosiddetto passaggio attraverso il Mare dei Giunchi sanciva la loro liberazione dall’oppressore, la prova dell’avere un Dio più potente degli altri dalla loro parte, e insieme il primo passo verso l’occupazione della Terra Promessa.

Il “Mare dei Giunchi”, e, come ormai accertato, non il Mar Rosso. Ma ciò non ha molta importanza, perché coloro che vissero l’epopea di quel passaggio (sempre che quell’epopea abbia avuto luogo), anche se non poterono stupirsi di un mare che si apre formando alla loro destra e alla loro sinistra gigantesche muraglie d’acqua, e che dietro loro si richiude, poterono però evitare di rimanere prigionieri del crescere di quella marea che sarebbe stata ostacolo fatale all’esercito egizio che li inseguiva; e poterono altresì, trascinati dall’interpretazione escatologica della loro guida, vivere tale evento come un evento così speciale, da essere poi celebrato quale perno della intera storia ebraica.
L’inessenzialità del fatto che quello attraversato non fosse il Mar Rosso, si palesa anche considerando che il messaggio a più alta valenza figurale, giungerà in seguito, nel VI-V secolo a.C., ovvero in epoca esilica e immediatamente postesilica, quando si stabilirà attraverso un mosaismo sempre più arricchito, una sorta di parallelo, nel racconto della Genesi, tra Noè e Mosè, entrambi salvati ed entrambi salvatori, poiché sia il primo che il secondo, l’uno sull’arca, l’altro in una cesta di giunchi, si salvano dalle acque; e poiché sia il primo che il secondo salvano (l’uno gli esseri viventi dal Diluvio, l’altro Israele da Faraone).
Mosè ha lo status sociale necessario e, se non fosse sufficiente, il favore trovato presso gli ebrei derivatogli dall’uccisione di un guardiano egizio mentre quest’ultimo angariava un operaio (appunto, ebreo), per poter pensare di avere la fiducia del popolo e mettersi a capo di quell’esodo (uscita) che lo porterà a guidare Israele stesso alle soglie della Terra di Canaan.
Questo ed altri dati di carattere (a grandi linee) storico e le supposizioni più o meno fondate legate ad essi, possono ovviamente essere contestati.
Per esempio, si potrebbe far notare che con Esodo 2, 11: << In quei giorni, quando Mosè era già diventato grande, avvenne ch’egli uscì a trovare i suoi fratelli e notò la loro oppressione. Vide anche un egiziano che percuoteva un ebreo, uno dei suoi fratelli >>, si vuole chiaramente far capire che Mosè, se era “fratello degli ebrei, era ebreo egli stesso. A questa puntualizzazione si potrebbe però rispondere che nello stesso capitolo, al versetto 19, si parla di Mosè come un egiziano. E non sarebbero le sole cose da dire al riguardo.
Non intendiamo, però, addentrarci in questioni storiche, che richiederebbero una trattazione a parte.  Se vi abbiamo dedicato queste poche righe, è soltanto per mostrare che oltre gli studi di linguistica, filologia, archeologia etc., è la Bibbia stessa a legittimare ipotesi che propongono una lettura differente da quella  che è la lettura canonica del personaggio Mosè.
Detto ciò, è interessante constatare che l’assunto di fondo secondo il quale Mosè ha colto l’opportunità di diventare capo assoluto di un popolo insoddisfatto del trattamento riservatogli dagli egiziani, non viene comunque compromesso.
<<…i figli di Israele furono fecondi, brulicarono, si moltiplicarono, diventarono oltremodo potenti e il paese ne fu ripieno >> (Esodo 1, 7). Mosè capisce che quella è la situazione opportuna per proporsi come guida che conduca gli ebrei all’autonomia, affinché diventino un popolo con le proprie leggi e la propria terra. Ha perciò buone garanzie di candidarsi per liberarli dalla “servitù” d’Egitto senza essere rifiutato.
Il vero problema per lui era piuttosto mantenere il consenso e giustificare un’impalcatura atta a giustificare anche in futuro il potere teocratico, gestito cioè dai sacerdoti o fortemente condizionato da essi.
Se entrambi gli aspetti della questione, ovvero il mantenimento del consenso al capo e la giustificazione di un potere teocratico, si presenteranno ad ogni cambio che si verificherà alla guida di Israele e al comparire sulla scena politica di ogni nuova generazione, tuttavia l’onere di far fronte al secondo aspetto, sarà nei successori di Mosè molto attenuato, in quanto una volta instillata per carisma, per fede, o con la forza, una convinzione ad una generazione, essa apparirà via via sempre più scontata alle generazioni successive, fino a diventare indiscutibile, naturale, perché “respirata”, letteralmente, dalla nascita.
Comunque, il tentativo (riuscito) di far fronte in generale alla questione precedentemente evidenziata (oltre, si intende, a varie altre), si ebbe con la regolamentazione, prima espressa per tradizione orale e poi codificata, della vita sociale degli ebrei con i cinque libri del Pentateuco che non a caso gli ebrei stessi chiamano Torah: “La Legge”.
La stesura di questi cinque libri andrà avanti, tra rimaneggiamenti, aggiunte, tagli etc., per centinaia e centinaia di anni.
Quello che gli israeliti devono fare, come lo devono fare, quando e (a volte) perché, è scritto nel Pentateuco. Sempre nel Pentateuco, viene espresso e ribadito il concetto secondo cui il popolo di Israele è il prescelto da Dio. Ciò lo legittima ad impadronirsi, scacciando le popolazioni che già vi si sono insediate, della Terra di Canaan: la Terra Promessa.
Alla fine quanto si constata, soprattutto se si tiene bene a mente di come il libro dell’Esodo sia forse il più potente motore generativo di tutto l’Antico Testamento, è che la legittimazione è innanzitutto resa possibile dalla strategia mosaica di far convergere l’idea per la quale se gli ebrei ubbidiranno ai Comandamenti potranno entrare nella Terra di Canaan, con quell’altra idea secondo cui Adamo ed Eva non avendo ubbidito al divieto di Dio di non mangiare il frutto dell’albero, hanno dovuto uscire dall’Eden.

Fulvio Baldoino

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