SPIGOLATURE: PUTIN E PANDORA

La proditoria invasione della Ucraina sta generando un mostro che ora si rivolta e appare sempre più difficile da gestire.

di Renzo Balmelli

PERICOLO. Con l’arsenale missilistico di cui la Russia dispone, quanto stava accadendo in questi giorni a Mosca e che per fortuna non si è avverato avrebbe potuto avere conseguenze catastrofiche. Sull’orlo dell’abisso seppure con molta fatica ha prevalso la ragione, risparmiando all’umanità una prova terribile. Resta però sullo sfondo la diffusa inquietudine per un pericolo che non è cessato e potrebbe ripetersi. Nel caos delle ribollenti giornate moscovite, l’abortito colpo di stato dei mercenari ha confermato quanto già si era intuito. La proditoria invasione della Ucraina sta generando un mostro che ora si rivolta e appare sempre più difficile da gestire. Da questa prova il mito di Putin esce visibilmente incrinato anche a causa delle tensioni all’interno del suo governo che non sembra in grado di controllare realmente la situazione. Ora una potenza nucleare come la Russia scricchiola e potrebbe trovarsi esposta a un lungo periodo di instabilità in un Paese già in preda all’incertezza. Il popolo russo appare disorientato all’idea di dovere affrontare altre privazioni oltre a quelle già pesantissime imputabili alla guerra. Si palesa quindi uno scenario carico di insidie che non concede un solo istante di tranquillità alle cancellerie internazionali impegnate ad evitare con ogni mezzo che l’assurdo conflitto coinvolga il mondo intero.

MERCENARI. Sono tornati e fanno rumore. Sembravano ormai relegati tra le polverose pagine della storia i mercenari che in passato spadroneggiavano da un paese all’altro. Erano i tempi in cui l’Europa formava un complesso mosaico di stati, staterelli, principati e ducati piuttosto bellicosi e alla costante ricerca di forze fresche da mandare in guerra. Le recenti vicissitudini sul fronte orientale hanno fatto riscoprire i soldati di ventura che il Cremlino considerava alla stregua di fedeli alleati. Come è stato ricordato da più parti, se solo i russi avessero prestato più attenzione agli insegnamenti di Machiavelli, forse avrebbero evitato una magra figura. Ammonisce infatti il filosofo fiorentino che “se un Principe tiene lo stato fondato sulle armi mercenarie, non starà mai fermo né sicuro, perché esse sono… infedeli”. Anche la Svizzera, prima di diventare la pacifica Confederazione che oggi conosciamo, contribuì e non poco ad incrementare i ranghi delle milizie elvetiche all’estero. Si stima che tra il XV il XIX secolo circa un milione e mezzo di giovani svizzeri, famosi per la loro implacabile bravura in battaglia, vennero arruolati da tutte le corti del continente disposte a non badare a spese pur di averli al loro servizio. A metà Ottocento prevalse però la consapevolezza che esportare orologi e cioccolato piuttosto che uomini in arme era preferibile. Il fenomeno, mal visto dall’opinione pubblica, cessò e ora a ricordarlo rimane solo, ma con ben altre motivazioni, la Guardia svizzera del Papa nell’elegante uniforme ideata da Michelangelo.

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PAURA. Molti analisti sono concordi: sul piano militare verosimilmente la Russia non riuscirà ad addomesticare l’Ucraina. Tuttavia, sul piano psicologico la guerra, accanto ad altri motivi di insoddisfazione, è riuscita a creare un clima di incertezza e di paura tra l’opinione pubblica che si ripercuote fatalmente nel segreto dell’urna. La dimostrazione più eloquente arriva in questi giorni dalla Germania, più precisamente dalle elezioni regionali della Turingia, in cui l’estrema destra ha prevalso su tutte le altre formazioni facendo leva sui sentimenti più riposti. Per la prima volta dopo tanti anni l’AfD (Alternative für Deutschland) ottiene un importante mandato nei parlamenti comunali imponendosi con i suoi slogan xenofobi di facile suggestione. Ora tutti parlano di “choc” e si chiedono come fermare un movimento in continua crescita che cavalcando il malcontento pesca consensi un po’ ovunque e non solo tra le fila dell’NPD. In che misura l’AfD riuscirà a condizionare la politica di Berlino e a contagiare le altre capitali dove l’estrema destra sta alzando la cresta è l’incognita che peserà sulle Europee del 2024.

STORIE. Se non tra le ultime generazioni, di sicuro tra tutti coloro che hanno parecchi anni da confessare all’anagrafe, il nome di Liala può rievocare la nostalgia di tempi lontani. Liala, pseudonimo di Amalia Liana Negretti Odescalchi, è stata fra le più note autrici di romanzi rosa del XX secolo. Deve il suo nome a Gabriele D’Annunzio, il quale, da appassionato di aviazione, volle darle un nom de plume che contenesse un’ala. Scomparsa nel 1995 all’età di 98 anni, l’autrice con le sue storie di ragazze bellissime e di audaci aviatori fondò un genere che ha saputo coltivare la fantasia del pubblico femminile quando ancora non esistevano personaggi televisivi con cui identificarsi. Con la sua instancabile penna Liala, a quel mondo, ci credeva. Per questo, forse, la casa editrice Sonzogno ha deciso di ripubblicare parte della sua sterminata produzione. Sarà interessante verificare quanto l’iniziativa corrisponda oggi, coi tempi che corrono, a un sentito bisogno di evasione. Negli anni Trenta e Quaranta Liala fu protagonista di una lunga stagione letteraria che riassumeva, per quell’epoca non proprio felicissima, il piacere del “bello scrivere” e aiutava a pensare ad altro.

Renzo Balmelli da L’avvenire dei lavoratori
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