Politica corrotta e società malata

Politica corrotta e società malata
Come partiti e sindacati stravolgono gli equilibri sociali

L’uomo è un animale sociale  e il suo luogo naturale è la società. Al suo interno si definiscono ruoli e funzioni che ne garantiscono la sopravvivenza ai quali corrispondono  posizioni di maggiore o minore prestigio – status – ; la cornice entro la quale si realizza la sua  dinamica interna   è l’insieme delle regole  che la tengono insieme. La società civile insomma è racchiusa dentro un guscio che è la politica, che si esprime nelle istituzioni e nello Stato e fa dei suoi membri dei cittadini. In teoria la società civile produce da sé quel guscio, le regole alle quali si sottopone: la politica,  infatti, dovrebbe essere una sua espressione finalizzata alla  tutela e all’equilibrio dei ruoli sociali e del loro fisiologico dinamismo e ad impedirne l’irrigidimento e le derive.  La società, insomma, è governata dalla politica, che a sua volta è al servizio della società. Ma i sistemi sociali non sono tutti uguali: ce ne sono di solidi, ben strutturati, coesi, capaci di reggere le disuguaglianze e le marginalità e in grado di esprimere strutture politiche che attenuano le prime e prevengono le seconde senza alterare la loro  dinamica interna  ma ce ne sono altri, sia primitivi sia evoluti, in cui la politica prevale sulla società e in qualche misura la condiziona e la modella.

Succede con gli stati artificiali dell’Africa subsahariana nelle mani di gruppi armati e/o di emissari di un colonialismo per interposta persona ma succede anche in società evolute nelle quali il potere decisionale di partiti, sindacati, lobby organizzate crea una sovrastruttura  che ne stravolge gli equilibri e la dinamica. E se le disuguaglianze, chiamiamole pure ingiustizie ricorrendo a un criterio allotrio,  prodotte dalle dinamiche interne al sistema sociale sono, fino al limite che ne segna la rottura, funzionali allo stesso sistema, quelle derivanti dalla alterazione di quelle dinamiche da parte della politica sono disfunzionali e danno luogo ad anomalie che contrastano con i  criteri immanenti al sistema.  Se è odioso, avendo in mente il valore ideale della uguale dignità degli esseri umani, che per secoli  la grande massa di servi della gleba abbia mantenuto una ristretta minoranza detentrice del potere spirituale o militare è però  un fatto che questo tipo di organizzazione sociale ha garantito la produzione agricola e la sopravvivenza dei popoli europei. Ma, cessate le scorrerie che minacciavano le comunità e con la produzione agricola che iniziava a eccedere la soddisfazione dei bisogni primari, le aristocrazie militari persero la loro funzione  e il loro potere veniva usato per perpetuare la soggezione di quella massa, non più appiattita ma articolata e diversificata, diventando così   un  ostacolo alla evoluzione  sociale. Il guscio della politica si ruppe e si affermarono nuove regole, un nuova organizzazione politica. È quello che è successo nel passaggio all’Europa moderna e contemporanea.

Ma di nuovo la politica recide il suo legame con la società nel momento in cui diventa mestiere e partiti, sindacati, rappresentanza parlamentare diventano una finzione. La politica non  risponde più alla società civile ma ai grandi gruppi industriali e finanziari sovranazionali e il suo obbiettivo primario è l’autoconservazione. Contrapposizioni ideologiche e  richiamo a sistemi valoriali sono solo trucchi per prolungarla attraverso la circonvenzione della società civile.
Esemplare è il caso dell’Italia postbellica, che sotto le mentite spoglie della cosiddetta democrazia  finì preda della politica che si trovò a gestireo la disfatta militare e l’occupazione angloamericana. Una progressiva involuzione del tessuto sociale e una comunità nazionale culturalmente ed eticamente schiacciata dal senso di colpa e dal processo di rimozione che ne compromise l’identità, il senso di appartenenza, la memoria storica consentirono  alla politica di irrompere sulla  dinamica interna al sistema sociale e deformarne i parametri.
Lo ha fatto garantendosi il controllo delle banche, della scuola, delle università, dei mezzi di comunicazione e di informazione e attraverso un sordido intreccio fra partiti, sindacati e grandi gruppi industriali. Come conseguenza  si sono rotti gli argini che tengono lontano dal cuore del sistema  clientelismo, malversazioni, forme occulte di criminalità e a  catena ne sono stati investiti tutti i gangli del sistema economico sociale e istituzionale.
Il raffronto fra gli equilibri sociali negli anni Trenta e gli squilibri attuali è impietoso.
All’interno di un quadro politico-sociale caratterizzato da  orari di lavoro compatibili con il diritto a ad uno spazio di vita personale, con una distribuzione del reddito che garantiva coesione familiare e natalità, le disuguaglianze  non erano tali da lacerare il tessuto sociale e soprattutto rimanevano funzione dei ruoli sociali. I dati lo dimostrano in modo incontrovertibile.
Lo stipendio medio di un operaio si attestava intorno alle 500 lire mensili, oscillando fra le 400 di un operaio semplice alle 600 di uno specializzato. Tenuto conto che  la donna non lavorava, che la media era di 3,5 figli per unità familiare e con la  presenza di almeno un anziano quello stipendio era sufficiente per sostenere le spese per l’abitazione, il vestiario, l’istruzione,  sfamare  sei persone e consentire l’accesso all’ascensore sociale. Un caso esemplare quello della famiglia di mio padre: il nonno, socio della Compagnia dei facchini del porto, con la sua paga da operaio manteneva sette figli, una femmina e sei maschi, dei quali uno morto prematuramente.  Bene: due erano destinati a diventare artigiani di alto livello, uno a lavorare come  camionista, uno  ufficiale di marina e l’ultimo pittore e celebre critico e collezionista; quanto a mia zia si sarebbe sposata con  un “famiglio” dell’Accademia Navale lasciando il quartiere popolare per una esistenza decorosa nel centro della città; dalla classe operaia al piccola, media e alta borghesia. Un caso limite, forse, ma tutt’altro che un’eccezione, il segno di una fluidità sociale e della presenza di opportunità  grazie alle quali   nemmeno i più poveri rimanevano inchiodati alla marginalità. E se i dislivelli retributivi erano notevoli erano però giustificati dai ruoli e resi sopportabili da quella fluidità.  Un impiegato di medio livello o un maestro elementare guadagnavano quasi il doppio di un operaio mentre un professore di liceo arrivava a   mille e cinquecento lire, poco meno rispetto a un docente universitario  e la metà di un senatore del regno, che non arrivava a 3000 lire. Per completare il quadro i magistrati fra inizio e fine carriera percepivano stipendi da 1200 a 2500 con le posizioni apicali che non superavano 3500 lire.

In sintesi: fra lo stipendio più basso da prendere come unità di misura e quello più alto c’era un rapporto da 1 a 8 ma fra quello di un maestro e quello di un professore universitario era da 1 a 2.
Il confronto con la situazione attuale  non va fatto sui valori assoluti perché lo stile di vita, il sistema generale dei bisogni, l’offerta di beni di consumo sono profondamente cambiati  (ognuno è libero di pensare che sia cambiato in meglio o in peggio); il confronto va fatto sugli stessi ruoli, le stesse responsabilità sociali e la distanza di status misurata con i livelli retributivi.
Quel che salta subito all’occhio è che la distanza fra gli stipendi più bassi e quelli più alti è aumentata ma non in modo significativo peròse si prende come termine di paragone la media delle retribuzioni del cosiddetto ceto medio – maestri, impiegati, professori, funzionari – le cose cambiano radicalmente: il rapporto passa da 1 a 1,5; per fare un esempio se un senatore del Regno percepiva un’indennità annua inferiore al doppio dello stipendio di un insegnante di liceo oggi un parlamentare guadagna, al netto, sei volte di più e mentre negli anni Trenta le retribuzioni medie di un docente erano identiche alle retribuzioni medie di un magistrato oggi a metà carriera il primo intasca meno di duemila euro, il secondo supera abbondantemente i seimila, tre volte di più. In compenso oggi lo stipendio medio di un operaio non si discosta da quello di un laureato nella pubblica amministrazione. In una regione come la Toscana l’operatore socio sanitario –  scuola media e un corso di qualche mese –  appena assunto può arrivare a guadagnare 1800 euro al mese, che per carità gli consentono appena di arrivare a fine mese, ma il maestro elementare, con un curriculum formativo di 18 anni: 5 di scuola primaria, 3 di scuola media, 5 di liceo e 5 di laurea magistrale, non arriverà a quella cifra nemmeno dopo 40 anni di servizio

Un’intollerabile slabbratura sociale che non ha riscontro in alcun altro Paese civile, uno sconcio che investe tutti i settori  del pubblico impiego e del lavoro dipendente e si ripropone anche nello stesso ambito di attività. Negli anni Trenta, per esempio, un medico ospedaliero godeva di una buona retribuzione –  che per altro non superava quella di un qualunque altro  dipendente pubblico con funzioni direttive – equamente distribuita fra le diverse specializzazioni; oggi un  anestesista in un ospedale  pubblico guadagna, netti, circa 4000 euro, il doppio di un professore, ma nel privato può non superare 3000 euro; il  medico di famiglia, diventato, suo malgrado, poco più che un filtro e un passacarte lavorando meno e senza essere costretto a pagarsi un’assicurazione per non finire a dormire sotto i ponti se qualcosa va storto ne guadagna più di cinquemila. Detto per inciso lo stesso anestesista in America supera i quattrocentomila dollari annui.
Insomma divaricazioni incoerenti, giustificate solo dal potere sindacale o da convenienze politiche. Il caso più scandaloso resta quello dello scarto fra professori di liceo e docenti universitari. Gli uni e gli altri  hanno la stessa formazione, con la differenza che sui primi c’è un minimo di controllo sociale, a cominciare dai concorsi, sui secondi no. Ed è veramente surreale che gli spesso autorevolissimi cattedratici dell’Italia prebellica godessero sì di un grande  prestigio sociale ma erano ben lungi dall’appartenere a un ceto sociale privilegiato oggi, quando una buona parte dei loro successori sono ignoranti come capre ed è un mistero gaudioso attraverso quale percorso abbiano raggiunto la cattedra, per tre ore di impegno giornaliero comprensive di aggiornamento, studio e ricerca godono di  una busta paga tre volte più pesante di un loro collega di liceo. E in più molti di loro scrivono – o piuttosto firmano – libri che nessuno comprerebbe mai se non fossero testi obbligatori dei corsi di laurea e quelli che mantengono più stretti legami con la politica che li ha veicolati arrotondano con le comparsate televisive, che hanno il merito, o la colpa, di mostrare lippis atque tonsoribus il livello della cultura accademica italiana.

Non va meglio con i magistrati, che per altro vantano – parole loro – una “altissima professionalità”. Che però mal si concilia con la frequenza degli errori giudiziari, con la sguaiataggine di certe pubbliche esternazioni,   con l’ aver mandato a processo Salvini per aver goffamente ostacolato un sbarco illegale o con l’allucinante vicenda  della famiglia del bosco, che in Paese normale si sarebbe ritorta in una condanna per sequestro di persona.
Ma in questo caso il privilegio di casta che fa dei magistrati italiani, relativamente e in assoluto, i più pagati del pianeta ha origine e  motivazione precise: la volontà di tenerseli buoni da parte di una politica corrotta e impaurita o, per altri versi, intenzionata a farne un’arma contro gli avversari. Una politica che senza distinzione di colore ha assalito la diligenza del denaro pubblico affermandosi come una vera e propria classe sociale aperta ai signori dell’informazione e ai vertici della burocrazia e dell’esercito. La stessa politica  che si è guardata bene dal toccare  l’altra casta di superpagati, quella diplomazia ereditata  dal Ventennio, che dello sfarzo  delle ambasciate  aveva fatto il suo  biglietto da visita.  E, si parva licet componere magnis, per mandare avanti un piccolo comune sgangherato come quello di Livorno sono all’opera una ventina di “dirigenti” che moltiplicando lo stipendio tabellare superano tranquillamente 100000 euro l’anno, come fanno i 156  loro colleghi milanesi. Ricordo sommessamente che  negli anni Trenta  per  gli impiegati comunali con funzioni direttive – quelli che ora, con le medesime incombenze e responsabilità,  sono dirigenti –    la soglia del benessere delle mille lire al mese era un miraggio. Ma la politica, si sa, può fare questo ed altro.

È la democrazia e ci sarebbe da dire se la conosci la eviti.
Nostalgia? Nemmeno per sogno: la sola idea dell’inquadramento, della gerarchia, delle “eccellenze”, della retorica bellicista e dell’unanimismo – che tale era nonostante i saltimbanchi che hanno riscritto la storia – mi fa l’effetto di un emetico. Ma un po’ d’aria pulita sì, quella la vorrei.

Segni di risveglio
La crisi energetica che si riflette sul costo del gasolio ha avuto, come era prevedibile, un impatto diretto sulla grande distribuzione e innesca una protesta sociale che fa scricchiolare la gabbia dei sindacati e della politica. Per il momento la provvidenziale, e demenziale, rivolta dei ragazzini in preda ad una agitazione incontrollata che ha aperto la stura al vandalismo dei maranza ha impedito che quella sacrosanta protesta si autoalimentasse e debordasse oltre il Sud dove è nata. Ma è un segnale. E senza un’inversione totale della posizione internazionale dell’Italia è solo questione di tempo perché quel segnale venga raccolto nonostante le farneticazioni sulla Russia di Crosetto  e  del Giornale finito nelle mani di Tommaso Cerno.

Pierfranco Lisorini

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One thought on “Politica corrotta e società malata”

  1. Pierfranco Lisorini pone una questione certamente condivisibile: la politica, nata per rappresentare e servire la società, troppo spesso si è trasformata in un sistema che sembra preoccuparsi soprattutto della propria sopravvivenza. Partiti autoreferenziali, carriere politiche interminabili, privilegi e distanze crescenti tra cittadini e istituzioni sono problemi reali, che sarebbe sbagliato sottovalutare Q.ualche perplessità mi viene quando l’autore prende a riferimento la società degli anni Trenta, descrivendo una distribuzione delle retribuzioni e una mobilità sociale che sembrerebbero addirittura migliori di quelle attuali.

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