Neturei Karta. Chi sono?

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Non bisogna commettere l’errore di impostare un’equazione secondo cui gli ultranazionalisti e razzisti israeliani alla Ben-Gvir e alla Yoel Smotrich sarebbero la declinazione politica degli ebrei ultraortodossi. Non è sempre così.
Per chiarire un poco in cosa consista la complicata ( tanto per rendere l’idea, un proverbio yiddish recita: “Due ebrei, tre partiti” ) galassia religiosa dell’ortodossia ebraica, è opportuno precisare come tutti gli ortodossi vadano sotto il nome di Charedim e come in essi convivano almeno due sottocategorie: quella dei Mitnagdin e quella dei Chassidim.
L’ultima la possiamo a sua volta tripartire nelle ulteriori sottocategorie di chi accetta il sionismo, di chi ad esso è indifferente, e di chi invece non lo accetta e anzi lo avversa pesantemente, ovvero i Neturei Karta ( “I difensori della città” ).
Questi ultimi sono anche coloro su cui vogliamo soffermarci per brevemente tratteggiarne le peculiarità, in quanto è interessante constatare il loro modo di essere lontani dalla percezione che per lo più si ha di chi indossa sempre camicia bianca, caffettano nero, shtreimel, e porta lunga barba e payot. Lontani al punto da arrivare sotto certi aspetti a rovesciarla.
Forse infatti di loro si potrebbe dire che il massimo impegno sùbito dopo l’interpretazione della Torah, lo profondono proprio nell’opporsi al sionismo.
Motivo di ciò è perché nel Pentateuco sta scritto che a fondare il regno di Sion verrà un Messiah ( è quasi superfluo precisare che non si tratta del Messiah-Gesù riconosciuto dai cristiani ) e che perciò bisogna aspettarlo pazientemente, in penitenza, senza volere con l’azione politico-militare, superba e tracotante, sostituirsi a lui e bruciare le tappe previste da Yhwh; perché ciò non potrà altro che portare delle conseguenze nefaste.
La loro è una presa di posizione radicale e ligia in tutto e per tutto alla tradizione.
Essi rifiutano di lavorare per dedicare il giorno e gran parte della notte a pregare, meditare e studiare i sacri testi con le sole pause per i pasti e per il sonno.
Vivono molto modestamente con le offerte di singoli simpatizzanti e di associazioni, per lo più straniere.
Si rifiutano di assolvere il servizio militare, di parlare correntemente in ebraico ( parlano nelle situazioni concrete del quotidiano in yiddish, in quanto ritengono sia giusto lasciare l’ebraico per discorsi alti, relativi a discussioni e studi sulla Torah, che è appunto scritta in ebraico), di  partecipare col voto alla vita politica, di ascoltare la radio, guardare la televisione, utilizzare i nuovi media e di leggere i giornali, sostituiti da locandine affisse ai muri e nelle bacheche delle strade, e rifiutano financo di ricevere assistenza sociale e aiuti economici dallo Stato per le loro famiglie che annoverano mediamente 7- 8 figli ciascuna.
Pur di esplicitare il loro rifiuto al sionismo, non maneggiano cartamoneta con immagini di Theodor Herzl, perché è stato il teorico del sionismo; né di Chaim Weizmann, perché è stato il primo Presidente dello Stato sionista di Israele. Per contro accettano banconote con l’immagine di Albert Einstein, anche lui ebreo come gli altri due.
La spiegazione di questa eccezione sta nella posizione politica assunta dallo scienziato tedesco, come bene appare dalla lettera inviata al “New York Times” datata 2 dicembre 1948 che firmò congiuntamente ad Hanna Arendt ed altri 29 intellettuali. Ecco l’incipit:

“Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà ( Tnuat Haherut ), un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista. E’ stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, un’organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina”.

Una lettera, questa, il cui senso ancor meglio si intende se la si legge consapevoli di quanto in precedenza scrisse Ben Gurion, primo ministro di Israele e padre della patria, sempre nel 1948, il 1° gennaio:
“C’è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su coloro che colpiamo. Se accusiamo una famiglia ( palestinese ) dobbiamo farle male senza pietà, donne e bambini inclusi… Non vi è alcun bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”.

La vita per i Neturei Karta non è facile.
Sono severe e numerosissime le regole che impongono a se stessi, oltre naturalmente alle 613 mitzvòt.
Devono inoltre far fronte all’ostilità sociale le poche volte che escono dal quartiere della città in cui abitano, e dove per propria decisione si confinano. Sia perché il richiamo letterale alla tradizione ( “Il nuovo è proibito dalla Torah”, si legge nel Talmud ) impedisce loro di concepire concetti quali l’uguaglianza di genere, il relativismo, le pari opportunità…, sia, e soprattutto, a seguito delle varie accuse che muovono al sionismo, assai poco gradite dai conservatori e dal Likud, nonché dal Governo. Per esempio quella di provocare per reazione alla costruzione di sempre nuovi insediamenti abitativi in Cisgiordania, sentimenti antisemiti.
La loro forte contrarietà all’ideologia sionista giunge ad esternazioni plateali come quelle in cui  solidarizzano con lo Stato Palestinese, sventolandone la bandiera e partecipando a manifestazioni e sit-in in segno di protesta per i continui illeciti e per i crimini dello Stato israeliano.
Per questo essi vengono spesso insultati e minacciati e a fronte di quelli che restano, molti sono anche coloro che preferiscono vivere nella diaspora.
I Neturei Karta, ultraortodossi, sono dunque tutt’altro che ultranazionalisti.
Una spina nel fianco di chi in Israele ora detiene il potere.

Fulvio Baldoino

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