La pentola a pressione

Da quando mia moglie ha assunto la presidenza di un istituto comprensivo in una cittadina fra Pisa e Firenze dall’illustre passato e dal modesto presente ho preso la forzata abitudine di pranzare in trattorie frequentate da impiegati di banca, operai, militari della Folgore e giovani ufficiali di marina e soprattutto da anziani soli, vedovi, divorziati e scapoli invecchiati. Rigidi e taciturni alcuni garruli loquaci altri ma tutti oppressi dagli stessi problemi: l’ostile indifferenza delle istituzioni, le bollette da pagare, la tassa sui rifiuti raddoppiata e l’incubo della riforma del catasto.

Perché la casa, lungi dall’essere il rifugio confortante e sicuro della loro vecchiaia è diventata fonte di preoccupazioni e di spese fino al punto di spingerli a venderne la nuda proprietà. E se i più fortunati sono oppressi dal peso della seconda casa con la quale avevano sperato di garantirsi un relativo benessere, tutti vivono con l’incubo del ripristino dell’imu sulla loro abitazione ossessivamente chiesto da una sinistra impegnata a schiacciare le classi lavoratrici nella tenaglia fra nuovi ricchi e sottoproletari, meglio se stranieri e clandestini. Fatti due conti se a spese di condominio, levitazione dell’isee, manutenzione straordinaria vi si aggiunge l’imu – o comunque la vorranno chiamare – sarà più conveniente stare in affitto che avere una casa di proprietà. Tutto ciò non è frutto del caso né l’effetto secondario di una fiscalità predatoria ma corrisponde a un disegno lucido preciso e coerente elaborato ben oltre i confini nazionali e affidato a quei becchini della nostra economia e della nostra sovranità che sono il Pd e le sue gemmazioni. L’Italia ha in Europa una sua peculiarità che Bruxelles vede come il fumo negli occhi: una buona parte del capitale potenziale è pietrificato nelle case di proprietà, il primo obbiettivo delle giovani coppie, già acquisito dall’85% degli italiani. E non a caso i nemici della casa sono gli stessi che osteggiano l’adeguamento automatico delle pensioni, il pensionamento anticipato e la pensione di reversibilità.

Ma perché scoraggiare gli italiani dall’investire i loro risparmi nell’abitazione? la risposta è semplice e immediata: sono soldi sottratti all’economia finanziaria, quella che ha ormai sostituito il capitalismo industriale e manifatturiero, quello allergico ai confini nazionali e agli interessi dei singoli Paese e alla loro sovranità, quello che finanzia le ong e dà fiato al buonismo nostrano. È in atto uno spostamento dall’economia reale al mercato finanziario che coinvolge i consumi, l’abitazione, le pensioni, un mercato dinamico e volatile che impone la smaterializzazione della moneta e orienta i consumi verso la rete.  È un processo in sé neutro e probabilmente inevitabile come quello che porta alla attenuazione dei confini politici economici e culturali ma se interessi di parte spingono questo processo oltre i suoi limiti funzionali e cercano di accelerarlo si rompono gli equilibri interni e si scompaginano gli assetti sociali politici ed economici dei Paesi che ne sono colpiti. Sono gli stessi inconvenienti di una globalizzazione male intesa ed eterodiretta alla quale nessuno vuol contrapporre l’isolamento, oltretutto impossibile da realizzare, ma la salvaguardia di sistemi di scambio compatibili con l’apparato sociale e produttivo all’interno di un circuito virtuoso di produzione di ricchezza e circolazione monetaria.

Che in Italia sopravvivano delle rigidità anacronistiche come la centralizzazione del sistema pensionistico o dei rapporti di lavoro è innegabile com’è innegabilmente indifendibile la pretesa di mantenere in vita aziende decotte o di tutelare il posto di lavoro a prescindere, come se il senso del lavoro fosse riposto nello stipendio e non nel fare. Ma all’origine di quelle rigidità ci sono la scarsa forza contrattuale del prestatore d’opera che non può far valere il peso delle proprie competenze a causa di un sistema formativo fallimentare e il cappio di retribuzioni al limite della sussistenza che riproduce le condizioni anche psicologiche oltre che sociali del servo della gleba. La flessibilità presuppone coscienza del proprio valore e libertà interiore incompatibile con la morsa del bisogno. In Italia le retribuzioni medie, ma più che medie mediane, sono significativamente più basse rispetto ai Paesi della stessa area storica politica e culturale e su di esse si abbatte la mannaia di un’imposizione diretta, l’Irpef, spropositata e capace di portare uno stipendio lordo appena decente sotto il livello della povertà. L’italiano medio può contare solo sui risparmi di chi l’ha preceduto, vive nell’incertezza del futuro e si affida a due ancore di salvezza: la casa e la pensione. gli eredi del Pci, quello che si presentava come il partito della classe operaia, hanno preso di mira questa e quella e mentre a parole lamentano la scarsa natalità dimenticano che decurtando le pensioni degli anziani, ritardando il pensionamento e minacciando la reversibilità delle pensioni al coniuge superstite danno un colpo mortale alla famiglia e alla procreazione pari a quello inferto mettendo le mani sulla casa.

La società italiana è una pentola a pressione. Non ci si lasci ingannare dai ristoranti pieni o dai sei mesi di prenotazione per una cena da 1000 – mille – euro da Bottura. Come nei paesi sottosviluppati la forbice fra una forte minoranza di privilegiati e l’ossatura produttiva oltre che etica e culturale del Paese si è allargata in modo spaventoso, non a caso da quando la sinistra ne ha preso il controllo. Si potrà obbiettare: anche negli Stati uniti, che sono i capifila dell’Occidente, il divario fra i più ricchi e la classe media è grande e non accenna a diminuire. Sono gli inconvenienti del capitalismo e finora i rimedi sono stati peggiori del male. Ma per l’America si impongono due considerazioni che in qualche misura rendono quel divario compatibile col sistema: di norma (salvo eccezioni) le grandi ricchezze diffondono benessere perché non sottraggono risorse ma le investono nelle attività produttive da cui originano; di norma (ancora salvo eccezioni severamente perseguite) le grandi ricchezze sono trasparenti e su di esse grava il peso maggiore del gettito fiscale. Da noi è esattamente il contrario: di norma le grandi ricchezze sono parassitarie e sottraggono risorse al Paese; di norma le grandi ricchezze sono sconosciute al fisco. I vecchietti che si lagnano sulle panchine del lungomare o nei ristoranti a prezzo fisso riflettono un disagio che non risparmia quella che una volta era la borghesia medio-alta: medici, ingegneri, piccoli imprenditori, commercianti, tutti alle prese coi costi esosi dell’energia, tutti col fiato sul collo dell’agenzia delle entrate e delle banche, tutti vittime dell’inefficienza della pubblica amministrazione e dell’ostilità delle istituzioni. Disagio che diventa rabbia o frustrazione negli operai e negli impiegati che si indebitano per arrivare a fine mese, in chi vive nell’incertezza di un lavoro precario, in chi il lavoro l’ha perso e dispera di trovarne un altro. E con tutta la retorica sui giovani e sul merito il nostro è il Paese in cui un laureato (e non mi riferisco ai laureati in scienze della comunicazione, in psicologia et similia) che si ritiene fortunato perché a tre o quattro anni dalla laurea ha trovato lavoro si accorge che con uno stipendio che non supera i 1200 euro deve scegliere se mangiare o pagare un affitto. Grazie a tre quarti di secolo di strapotere sindacale l’Italia sotto il profilo sociale è la cenerentola fra i Paesi sviluppati, l’unico in cui un medico guadagna meno di un modesto e spesso inutile burocrate e lo stipendio di un insegnante supera appena quello di un bidello; mio genero ha il privilegio di appartenere al più prestigioso team europeo nel campo dei trapianti di pancreas e ha sfondato il muro delle 84 (ottantaquattro) ore di lavoro settimanali. Un funzionario di comune livornese – e sai che comune – guadagna il doppio di lui. Ma per i compagni i problemi sono le inclinazioni sessuali, i diritti delle coppie – o delle terne – omosessuali, il rischio che a qualcuno scappi un’imprecazione omofoba, la sostituzione di babbo e mamma con genitore 1, 2 o 3, i diritti di chi è arrivato illegalmente nel Paese o il voto ai sedicenni. Un distacco così totale della politica – dove per politica intendo la sinistra – dalla società civile, dai suoi umori, dai suoi bisogni, dalle sue aspirazioni, non si era mai visto. E non si era mai visto un così incarognito irrigidimento di fronte ai segnali che vengono da quella pentola a pressione, che si cerca di sigillare col silicone dell’ideologia, con la litania della repubblica nata dalla resistenza, col pericolo fascista.

Bisognerebbe dare una tiratina d’orecchi agli storici di regime e ricordare loro che il fascismo è sinonimo della dittatura di Mussolini, che Mussolini non è figlio del fascismo ma è il fascismo figlio di Mussolini, tant’è che il 25 luglio del 1943 deposto Mussolini il fascismo si sciolse come neve al sole (i 600 giorni di Salò più che un finale nibelungico furono il frutto della resistenza tedesca all’avanzata degli alleati) e che Mussolini è morto ammazzato come un cane 76 anni fa. Fare del fascismo un’ideologia, una categoria dello spirito o un modello di regime politico è una suprema idiozia. Un’idiozia alla quale si aggrappano i compagni, che fingono di non vedere che in ogni latitudine quando i governi dimenticano di essere al servizio dei governati prima o poi il malcontento popolare esplode in rivolta: è successo in Francia coi gilet gialli, succede in Germania come in America o in estremo oriente. Sono tutti fascisti? è la marea nera che avanza? o non saranno i governi liberticidi la marea nera? Le bugie, si dice, hanno le gambe corte e il tempo è galantuomo. Qualche giorno fa mi è capitato di passare da Pisa: a dare il benvenuto una lenzuolata con poco lusinghieri apprezzamenti a Draghi. Ai non toscani ricordo che Pisa è stata una delle culle del terrorismo rosso, è tuttora terreno di coltura degli anarco insurrezionalisti e il monopolio assoluto dei muri è saldamente nelle mani della sinistra. Eppure nella città governata ora dalla Lega l’odio ideologico sembra essersi smorzato e il bersaglio dei writerè il Pd, il vecchio datore di lavoro, col green pass che è diventato un antidoto rispetto alla strategia degli opposti estremismi. I compagni che cercano di far passare la bufala secondo la quale il green pass è solo un pretesto per l’eversione nera mentono tre volte: la protesta violenta contro la carta verde liberticida (e inutile) ha visto affiancati esponenti di Forza nuova e dei centri sociali e ha il sostegno di elettori di destra, di sinistra e soprattutto dei Cinquestelle; il green pass ha avuto l’effetto disastroso di creare una falsa sicurezza e quella per la sua abolizione è una battaglia sacrosanta; il green pass non è un pretesto ma l’esca che accende la miccia del malcontento popolare, com’è stato in Francia l’aumento del costo dei carburanti. Ma che l’uomo della provvidenza si sia infilato in questo cul de sac la dice lunga sulle sue sovrumane capacità di statista e sulla sua caratura di leader europeo, mondiale o galattico e mette a nudo la fragilità di un esecutivo raffazzonato nel quale possono tranquillamente albergare personaggi come Speranza e la Lamorgese, per non dire di Bianchi, tranquillamente al loro posto qualunque cosa facciano (o non facciano). Mi vien da dire: aridacete la grillina dalle labbra vermiglie (il cicisbeo no, per carità!, anche se a volte mi capita di confonderlo con l’attuale inquilino di palazzo Chigi).

Pierfranco Lisorini

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One thought on “La pentola a pressione”

  1. Marco Giacinto says:

    Caro Lisorini, questa volta hai superato te stesso, dando un quadro lucido e tristemente aderente alla realtà del nostro sventurato Paese. Credo di poter affermare che trova il suo complemento nel mio articolo odierno. Ah già, andiamo d’accordo perché siamo fascisti, stavo per dimenticarlo…

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