La manifestazione del Signore nella stella dei Magi

Dov’è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo… (Matteo 2,2)

Nel 1986 la cometa di Halley passò sopra le nostre teste. Era il 9 febbraio quando compì il XXX passaggio noto. In quell’occasione sentii dire che si trattava della cometa dei Magi perché il 10 ottobre del 12 a.C., questa aveva fatto un passaggio al perielio. Tale affermazione è veramente strana, perché quand’anche la cometa fosse apparsa nel cielo verso l’anno di nascita di Gesù è certo che l’Evangelista non si riferisce a questa. Matteo, infatti, non fa menzione di alcuna cometa. Nella stesura in lingua greca troviamo la parola astron, che non significa cometa, ma stella o costellazione.

Per l’Evangelista i Magi rappresentano quella sapienza capace di far vedere la stella del nuovo Signore cui si contrappone la cecità di Erode e dei Sapienti del Tempio di Gerusalemme. La cometa, infatti, non corrisponde a nessun astro del mondo fisico, ma a quella capacità propria del fedele di scorgere la verità rivelata. Essa è rivelata nella Scrittura e, in questo caso, il Cielo assume la qualità di metafora della Scrittura. Chi ha orecchie per intendere intende e… “chi ha occhi per vedere, vede”. Si ricorre alla metafora della vista (come a quella dell’udito) per esprimere il superamento dei sensi e cogliere il vero significato della rivelazione.

La stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov’era il bambino, vi si fermò sopra

Giotto, nell’Adorazione dei magi, dipinse per primo la cometa.

È stato autorevolmente sostenuto che i Magi fossero sacerdoti zoroastriani (Antonio Panaino, tra gli altri), vale a dire membri di una delle più importanti religioni dell’antichità. I suoi fedeli attendevano con fervida speranza l’arrivo del Saoshyaṇt, cioè il figlio postumo di Zoroastro, nato da una vergine fecondata dal seme del profeta, miracolosamente conservatosi nel lago celeste Vourukasha. Il Saoshyaṇt, posto a capo delle schiere del bene, affronterà quelle del male nella battaglia finale e il suo trionfo rinnoverà il mondo.

Matteo non ci dice quanti siano i Magi venuti dall’Oriente. La tradizione vuole che siano tre sia per la perfezione rappresentata da questo numero, sia per i doni essi che recano: l’oro simbolo di regalità, l’incenso simbolo di preghiera e di purificazione, la mirra connessa al tema della morte.

Mosaico dei Magi. Basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna.

I Magi, al pari dei pastori, assumono la qualifica di protocristiani e rappresentano il mondo dei Gentili e dei sapienti. A loro si contrappone Erode, nella sua cieca scaltrezza:

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«Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch’io vada ad adorarlo».
(Matteo 2,8).

Nella pericope dell’Epifania, cioè della manifestazione del Signore, Erode assume il ruolo dell’individuo incapace di comprendere l’essenza vera della regalità del bambino, credendolo banalmente un avversario che minaccia del suo potere. Egli è rappresentato come ottuso e furbo insieme. In contrapposizione al bambino che è evidentemente celeste (come la stella dei Magi attesta), Erode ha una personalità del tutto “terrestre”. È storicamente documentato che Erode il Grande fosse un monarca sospettoso e spietato contro i rivali fino al punto di mandare a morte gli stessi membri della propria famiglia, non a caso l’Evangelista gli ascrive la strage degli innocenti (Mt 2,16).

Il significato della stella, potrebbe chiarirsi nella conclusione del Primo Vangelo, quando i discepoli saliti sopra il monte designato, incontrano il Risorto:

Quanto agli undici discepoli, essi andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro designato. 17 E, vedutolo, l’adorarono; alcuni però dubitarono. 18 E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. (Mt, 28,16-19)

Se scomponiamo la stella di David in due triangoli ne otteniamo uno con la punta rivolta verso la Terra che potrebbe rappresentare l’Elemento divino e uno con l’apice puntato al Cielo, corrispondente alla montagna. Si tratterebbe di una rappresentazione sintetica dell’incontro del Cielo con la Terra, cioè della Divinità con gli uomini ed in particolare con quelli che vogliono innalzarsi verso il Cielo. Tali sono i Discepoli, al pari dei Magi.Se Erode rappresenta la separazione tra la Terra ed il Cielo, il Cristo ne rappresenta la riunificazione: questo è il significato della Sua regalità e la salvezza universale offerta al genere umano.

Al versetto 17, infine, si presenta il tema della contrapposizione tra la fede e il dubbio, cioè fra l’elemento celeste e quello terreno. Ma poi, di nuovo, il Cristo fa sintesi tra il Cielo e la Terra rivelando ancora l’essenza della propria regalità e rivolgendo il suo abbraccio a tutti i Popoli. I Popoli della Terra sono qui richiamati esplicitamente dal Cristo e rappresentati all’inizio del Vangelo dai pastori e dai Magi nell’Epifania del Signore.

Andrea Mantegna, L’adorazione dei Magi

In alcune rappresentazioni pittoriche uno dei Magi è giovane e imberbe, uno maturo, l’altro vecchio. Uno di loro è nero. L’epifania del Signore raduna i popoli della terra, i malfamati pastori con i sapienti Magi, i Gentili con gli Ebrei e tutti gli esseri umani di ogni età e condizione.

Savona, 6 gennaio 2023

Fabio Tanghetti Democrazia Solidale, Demos  Liguria   

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