La deriva della scuola italiana
La deriva della scuola italiana
La confusione fra istruzione e educazione nella caricatura dello Stato Etico
Lo dico brutalmente, senza infingimenti: il pensiero progressista ha distrutto la scuola italiana e, di conseguenza, ha compromesso la ricerca scientifica, la medicina, le professioni tutte e, in buona sintesi, la cultura del Paese. La cornice clericale entro la quale si è proceduto allo smantellamento del sistema formativo spiega la sostituzione della coscienza storica con l’agiografia, con la dogmatica dell’antifascismo, con l’assolutizzazione della Resistenza, la creazione di miti, l’ossessione dei valori e i processi di beatificazione, a cominciare da Gramsci – in realtà odiato all’interno del Pcd’I togliattiano – passando attraverso Pertini – dopo aver buttato Parri in un cestino – per arrivare a Berlinguer e finire con la Bonino – creatura di Pannella passata a Berlusconi che le consentì di mettere radici in Europa, eroina dell’aborto, antimilitarista militante e convinta sostenitrice delle armi a Kiev. In questo quadro, dove come un cherubino svolazza don Milani, l’istruzione slitta verso l’indottrinamento o si liquefa nell’educazione rispecchiando le due anime del progressismo, quella bolscevica e quella cattolica, il maschile e il femminile dell’eredità del Pci.
Un sistematico indottrinamento richiede però, a suo modo, delle competenze, per cui, fatti salvi dogmi e sfondo valoriale, risulta più conveniente spogliare i programmi di contenuti, sfumare gli obbiettivi di apprendimento ed esaltare la presunta funzione educativa della scuola a scapito di quella istruttiva. L’istruzione, con i corollari dello studio, delle votazioni, della competizione, della selezione cede il passo all’educazione, al buonismo, all’inclusione, allo “star bene a scuola”. Il problema è che l’educazione, educere o educare, che sia il venir fuori o l’allevare, è comunque il modello di crescita ed è cosa squisitamente privata, non riguarda lo Stato, rientra nelle cure materne, riguarda la famiglia e il supporto esterno di nido e scuola dell’infanzia, che sono per l’appunto istituzioni educative: si impara come si sta a tavola, come si interagisce all’interno del gruppo dei pari, come ci si rapporta con gli adulti. Poi l’educazione diventa crescita personale, passa attraverso la riflessione interiore, l’elaborazione delle esperienze sociali, la rete delle comunicazioni con l’altro ed è funzione del proprio patrimonio genetico, dei successi e delle sconfitte che la vita riserva. Ed è in questo modo che si costituiscono gli atteggiamenti, i criteri di giudizio, le convinzioni e quella che Dilthey chiamò Weltanschauung, la propria visione del mondo.

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Tutte cose che è bene lasciare al caso: ci mancherebbe altro che dovesse essere la scuola a imprimere nella mente degli adolescenti, quelli che “stanno crescendo”, come devono pensare, in cosa devono credere e magari come dovranno votare quando avranno raggiunto l’età per farlo. Eppure è proprio questa la pretesa dei teorici dell’educazione, dei compagni che hanno imposto la sostituzione del nome scuola materna con con quello di scuola dell’infanzia al ciclo di formazione prescolastica, dai tre ai sei anni, ma hanno in realtà un approccio “materno” a tutto il sistema formativo perché concepiscono lo Stato come la Grande Madre. C’è infatti più totalitarismo e più integralismo nei “sinceri democratici” di quanto ce ne sia nei regimi autoritari del passato e del presente. Del resto la stessa pretesa di essere tutti democratici è in sé contraddittoria.
La scuola non educa ma istruisce, vale a dire rende partecipi della cultura collettiva, del livello di conoscenze acquisito non dalla società ma dall’umanità nel suo complesso. In questo senso l’istruzione non ha confini, è universale. Ma la scuola rende partecipi anche della specificità della storia nazionale e della declinazione nazionale della cultura universale, che è poi il contributo che la Nazione ha fornito a quella cultura universale. Ed è così che si formano insieme il cittadino del mondo e il cittadino italiano. Mi è capitato spesso di sentir dire da persone di tutte le età e per altri versi intelligenti e informati che nel contesto mondiale l’Italia è solo una periferia insignificante. Bene non è l’indottrinamento, non è la retorica nazionalista, non è l’educazione che ci rende consapevoli della centralità dell’Italia nel mondo ma è proprio l’istruzione, la conoscenza che è l’alimento della consapevolezza. Eppure basta avere come livre de chevet le lettere a Lucilio di Seneca o le Notti attiche di Aulo Gellio, un autore minore ma illuminante, o rappresentarsi nella mente gli affreschi della Cappella Sistina per capire cosa significa essere italiani, quale eredità ci è dato di custodire e ritrovare il filo che ci riporta alle origini di ciò che intendiamo per civiltà. Senza questa consapevolezza si scade al livello dell’immigrato, italiano lui come italiani noi perché l’anagrafe ci qualifica come tali.
I fautori dell’educazione, che appiattisce l’istruzione e riduce storia arte e letteratura a informazioni su qualcosa di esterno, di alieno, sono gli stessi che predicando l’integrazione delle comunità straniere incorrono in due errori grossolani: da un lato tolgono a quelle informazioni il loro valore formativo e identitario, dall’altro negano il diritto alla diversità e all’identità altrui.
La scuola che istruisce e riporta l’Italia al centro del mondo si riappropria di un’eredità dilapidata e dispersa e garantisce l’ identità nazionale senza fanfare, senza retorica patriottarda – quella va lasciata ai polacchi o agli ucraini – senza scenografie di cartapesta. La scuola che istruisce rompe il velo della cristianizzazione e restaura una continuità culturale e linguistica sopravvissuta alle vicende storiche prima di essere messa a rischio dall’ecumenismo cattocomunista, foglia di fico della finanza globale e dell’imperialismo americano.
Un malinteso nazionalismo incoraggiato dalla monarchia alla fine della Grande Guerra, prima e indipendentemente dalla nascita dei Fasci di combattimento, voleva impedire ai sudtirolesi di usare il tedesco – come hanno fatto gli ucraini con i russi del Donbass – e ne pretendeva l’espulsione o l’assimilazione. Le minoranze etniche e linguistiche vanno non solo tutelate ma protette perché la diversità è sempre una ricchezza. S’intende che questo non significa consentire che se ne creino di nuove, in continua espansione e animate da spirito predatorio. Anche in questo caso la scuola non ha il compito di educare o di integrare ma di istruire senza entrare nel merito delle differenze culturali. La scuola ha le sue regole, che debbono valere per tutti allo stesso modo. Altra cosa è evidentemente l’impatto dell’istruzione sull’alunno italiano rispetto allo straniero, che ha diritto di rimanere tale, fatta salva la compatibilità col Paese che lo ospita: col primo contribuirà a riconoscere e mantenere la continuità della tradizione, al secondo fornirà gli strumenti per un confronto alla pari, un dialogo consapevole e una convivenza non conflittuale. In questa prospettiva mi pare evidente che nel caso in cui la presenza di stranieri diventi preponderante il diritto-dovere all’istruzione degli italiani deve essere salvaguardato per non compromettere la finalità primaria del percorso scolastico, che è l’identità italiana; ma questa non può essere imposta agli stranieri, ai quali va garantito un percorso alternativo che concili la loro identità con gli strumenti per una partecipazione sociale attiva e, ripeto, non conflittuale. Cerco di essere più esplicito: che un nigeriano o un bengalese abbiano letto il Canzoniere di Francesco Petrarca o abbiano presente la guerra fra Mario e Silla è del tutto irrilevante e inutile ma che siano padroni della nostra lingua e conoscano e rispettino le nostre regole è indispensabile. Su questo punto il pensiero progressista entra in confusione e abbandonato il terreno dell’istruzione, e della formazione, si rifugia in quello dell’educazione sciolta nella melassa della convivenza, dell’inclusione e nel liberatorio diritto alla salute, al benessere e a un’imprecisata prevenzione, come ho avuto modo di sentire proprio in questi giorni in un webinar – termine orribile che gli anglomani hanno preferito al troppo banale “seminario a distanza” – organizzato dal Ministero.
L’istruzione, la trasmissione del sapere, va riportata al centro dell’azione didattica senza paura del nozionismo e delle disparità che l’apprendimento comporta quando mette alla prova le capacità cognitive degli alunni. E non sto a toccare gli sterili bizantinismi sulla distinzione fra conoscenze e competenze perché non esistono competenze senza conoscenze e le conoscenze si esprimono in competenze, manuali o intellettuali. Ma per acquisirle ci vogliono le risorse umane, in questo caso i docenti. E qui, come si dice, casca l’asino.
L’ostacolo, infatti, non sono gli stipendi – per quanto vergognosamente inadeguati – né le strutture: edifici fatiscenti, mancata digitalizzazione, carenza di strumenti informatici. L’ostacolo insormontabile, è la paurosa ignoranza di chi esce dalle nostre università che riverbera in tutte le professioni. La maggioranza degli insegnanti è inadeguata non solo culturalmente – chi non sa non vedo quale sapere possa trasmettere – ma anche sotto il profilo psicologico e attitudinale. Da qui la mancanza di autorevolezza, conseguenza diretta delle difficoltà nei confronti della materia e della fragilità psicologica. Se venissero pagati tre volte di più, forniti di tutti gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione e posti in aule luminose, spaziose climatizzate, all’interno di edifici moderni, sicuri, lontani dal traffico non per questo diventerebbero più padroni della disciplina che insegnano. E questo è un ostacolo insormontabile sulla via del risanamento del sistema formativo perché all’origine della loro impreparazione c’è lo sfacelo dell’università, che è ormai un mondo sgangherato nel quale al tradizionale baronato si è sostituito uno sfacciato clientelismo corretto solo dal diritto di prelazione dei partiti. E ad essere più colpite sono proprio le facoltà che sfornano il maggior numero di insegnanti, finite in mano a un improbabile corpo docente; in quelle caratterizzate da un più solido statuto epistemico che ne ha impedito o rallentato la deriva che ha fatto collassare le humanae litterae per quieto vivere si è rinunciato alla selezione, cosicché non si butta via nulla e nessuno, gli scarti finiscono nella scuola e i migliori vanno all’estero.
È chiaro che all’insegnante insicuro e intimidito dai suoi studenti fa comodo la pedagogia d’accatto del fronte progressista, quello che un tempo si chiamava cattocomunista. Ed è anche chiaro che alla politica italiana, quella che si autodefinisce di sinistra ma anche a quella di destra, fa comodo aver ridotto le nuove generazioni a fruitori passivi di un falso benessere fatto di vacanze ai mari tropicali, la pizza il sabato sera, la palestra e lo smartphone attaccato all’orecchio. Un orizzonte apparentemente allargato rispetto a quello dei loro padri ma in realtà terribilmente angusto, che ha il vantaggio di favorire l’inclusione e rendere sopportabile l’invasione dal momento che distinguere fra connazionali analfabeti e immigrati è praticamente impossibile. Ma questo appiattimento ha un prezzo, sia per gli italiani sia per gli stranieri. Entrambi hanno a modo loro bisogno di credere a qualcosa, di affermare la propria identità e lo fanno gli uni nel modo scomposto del ribellismo ottuso dei centri sociali e dei collettivi studenteschi, che sposano la causa palestinese ma sono solo una nuova versione del teppismo dei casseurs e degli hooligans, gli altri organizzandosi in bande di picchiatori e stupratori o affermando la propria identità attraverso la radicalizzazione religiosa e il terrorismo.
Per concludere: la scuola che non lascia indietro nessuno è quella che non va da nessuna parte. La scuola finalizzata a tutto fuorché all’apprendimento, la scuola che non valuta e non sceglie, nella quale la lezione frontale, i contenuti, le conoscenze sono un fastidioso lascito del quale sbarazzarsi al più presto non serve a nulla. Quello che serve non è il benessere, il relax, il divertissement. Sgobbare sui libri non è benessere, le interrogazioni provocano ansia e non benessere, la selezione crea disappunto e frustrazione, non benessere. E se ci sono valutazioni, filtri e selezione è banale che qualcuno rimanga indietro ed è altresì banale che per evitare frustrazioni e marginalità non c’è altro modo che l’orientamento e la presenza di percorsi alternativi. Un bravo tornitore che sia anche un cittadino consapevole forse non ha bisogno del greco antico ma di un sistema che concili formazione e coscienza civica sì.
Nota finale
Per carità di patria e non scadere nel turpiloquio nei confronti di quelli che le propongono, non ho fatto cenno all’educazione sessuale o all’educazione all’affettività di cui la scuola dovrebbe farsi carico.
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