Italiani brutta gente
Italiani brutta gente
considerazioni sull’involuzione della base sociale del Paese

Gabbro
Qualche anno fa insieme alla mia figlia minore io e mia moglie abbiamo avuto la pessima idea di comprare un terreno con una casetta nelle colline di Rosignano che ci ha dato più problemi che soddisfazioni e nonostante la mia indole conservativa mi ha trasformato dal vecchio uomo di mare che ero in un contadino alle prime armi. E, fra le nuove abitudini che hanno cambiato la mia vita c’è la frequentazione di un’osteria al Gabbro, il paesino che ebbe un momento di celebrità negli anni Settanta grazie alla cantante Nada, che qualcuno forse ancora ricorda. Bene, il locale, per altro molto gradevole, è frequentato prevalentemente da operai che lavorano nella zona, edili e manutentori di strade soprattutto e in maggioranza italiani. Un campione sociale significativo e omogeneo, sia per l’età – mediamente quaranta anni – sia per lo status. Sarò franco fino alla brutalità: ci si siede a tavola ma è impossibile comunicare fra di noi per il chiasso infernale che ci rompe i timpani. Si ha l’impressione che lo sviluppo del carattere e della personalità degli avventori si sia fermato alla soglia degli otto o nove anni per poi incanaglirsi. Incapaci di restare in silenzio anche mentre mangiano, del tutto privi di feedback uditivo (urlano, non parlano), continue battute e fragorose risate e una ripetitività e povertà di contenuti coerenti con la comunità di un villaggio di capanne ferma al paleolitico ma incompatibili con le richieste di una società complessa. Il confronto con gli stranieri, prevalentemente albanesi ma anche slavi, è impietoso.
Livorno e la sua provincia non sono beninteso l’Italia ma una nazione è un sistema di vasi comunicanti e c’è da credere che altrove le cose non siano tanto diverse. Non è tanto o solo un problema di maleducazione – sotto questo aspetto i nostri connazionali non hanno mai goduto di buona fama – quanto di ristrettezza di orizzonti, mancanza di interessi, conformismo, appiattimento verso il basso e totale indifferenza per la politica. E prova provata che il sistema formativo non lascia traccia.
Sono allergico al politicamente corretto e non mi perito a riconoscere nelle torme di africani e maghrebini che scorrazzano notte e giorno nei quartieri storici la stessa umanità infantile, fatua e violenta dell’osteria gabbrigiana. Una coincidenza che si concilia bene con la sostanziale omogeneità fra immigrati e popolazione locale, che non è né integrazione né acculturazione né pacifica convivenza fra culture diverse ma semplice africanizzazione del territorio, intendendo per africanizzazione non l’assunzione di atteggiamenti e stili di vita propri delle culture africane ma l’impoverimento della cultura, la perdita dell’identità, la riduzione non a cittadini del mondo – che sarebbe un passo in avanti, un andare oltre – ma a cittadini del nulla, che è solo perdita e regressione.

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Immagino le obiezioni. Guardi agli operai, ai meno qualificati fra gli operai e ne fai un campione della società italiana; guardi ai quartieri popolari come se lì fosse il tessuto sociale urbano, che va cercato nelle aree residenziali, sul lungomare e le colline che circondano la città. No, è un’obiezione classista, frutto di pregiudizi spazzati via dal pensiero politico del diciannovesimo secolo e da una elementare coscienza storica. L’identità, la cultura, la civiltà di una nazione vanno cercate nella sua base sociale, non al vertice. Perché è la base che regge l’edificio sociale e culturale di un Paese. Su questo punto non si può non essere d’accordo col pensiero marxiano, che molti marxisti di casa nostra non conoscono o hanno frainteso. Il risveglio delle civiltà, le autentiche rivoluzioni, i veri cambiamenti hanno come soggetto attivo il popolo, non chi pretende di rappresentarlo. Le cosiddette classi dirigenti, chiamiamole con Pareto le élites, non sono le avanguardie incaricate di svegliare le masse, di educarle o di riscattarle ma sono il frutto, la manifestazione, l’espressione di una maturazione delle masse. La fortuna del capo carismatico dipende dal suo provenire, ideale o reale, dalle masse, di saper dire quello che le masse si aspettano che dica, di guidarle dove le masse vogliono andare, perché sono loro che indicano il cammino (nel bene e nel male, aggiungo, badando alla storia del Novecento). Se le masse, il popolo minuto, la base sociale della Nazione sono apatici, vivono alla giornata, si avvitano nel conformismo, sono in buona sostanza contenti dello statu quo non c’è dialettica politica, non c’è vita culturale, la strada è spianata per le Meloni, le Schlein, e tutte, tutte, le nullità che oggi calcano la scena non solo della politica ma dell’arte, della letteratura, della scienza.
L’Italia post unitaria è contrassegnata da un’impressionante fermento popolare e da un’endemica rivolta sociale. E mentre le classi sociali privilegiate – l’aristocrazia fondiaria, i benestanti, la grande la media e piccola borghesia – dormono, il popolino usa l’accesso all’istruzione come una clava per attaccare il sistema. Lo fa in modi pacifici e violenti, distruttivi e costruttivi, aggreganti e disgreganti; anarchismo, socialismo, internazionalismo e patriottismo non avrebbero avuto né senso né voce se non fossero stati radicati nella base sociale, fra gli operai, gli artigiani, i bottegai, i contadini. Il mio bisnonno materno era un mezzadro maremmano, ammazzato a fucilate da un avversario politico; mio nonno, che lavorava in una fabbrica di pipe, era un fervente socialista morto alla vigilia della Grande Guerra; l’altro mio nonno, portuale, che era uomo di letture e un pittore di un discreto talento, trasmise a mio padre, sarto, la passione per la politica.

Francesco Domenico Guerrazzi
Qualunque strada prenda, ricordi familiari, testimonianze dirette o indirette, per frugare nel passato di una città inquieta, rissosa, lacerata mi trovo davanti un popolo sveglio, partecipe, padrone del proprio destino. Bakunin, Anna Kuliscioff, Felice Cavallotti, più tardi Benito Mussolini erano letti e ascoltati dal popolino, e non deve sorprendere se fra il popolino ci fossero lettori di Pascoli o di D’Annunzio. Se oggi il premio Strega è una faccenda che riguarda quattro gatti e gli scrittori di maggiore successo, come Saviano, Baricco o Carofiglio sono del tutto (e meno male!) sconosciuti al “grande pubblico”, un romanziere mediocre come Guerrazzi infiammava le coscienze di chi per vivere zappava la terra o stringeva bulloni e i prefetti dovevano stare attenti a cosa sfornavano gli editori per evitare che si buttasse benzina sul protagonismo proletario.
Con risvolti anche negativi, certo. Ma questo è l’humus sul quale germoglia il genio, il clima che ossigena intelligenze straordinarie, che solo apparentemente sono fenomeni casuali e indipendenti dalle condizioni della società. L’esplosione artistica e culturale del Rinascimento italiano non ci sarebbe stata senza una società in grado di comprenderla e innescarla, la società uscita dall’esperienza del libero comune nel quale non ci sono ceti marginali o passivi ma tutti, ricchi e poveri, nobili e borghesi trasferiscono il senso di appartenenza maturato nella comunità ecclesiale alla comunità politica. In modi faziosi, certo, guelfi e ghibellini, bianchi e neri, ma tutti coinvolti, tutti protagonisti e nessuno semplice spettatore.
La stessa faziosità dell’Italia a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo deve essere considerata una prova di vitalità e risveglio nazionali. Ma non è solo tensione sociale o volontà di partecipazione alle vicende della politica: è soprattutto autocoscienza, identità, cultura. Le canzoni di protesta sono la prova di consapevolezza dei propri diritti e della propria dignità ma più in generale sono la musica popolare e quella che sembra musica colta, come l’opera lirica, ma in realtà nasce anch’essa dal popolo e al popolo è destinata, la narrativa e in particolare la novellistica sono voce diretta del popolo umile, che umile – vale a dire con la testa china – non è più né è più soggetto a capi piovuti dall’alto ma produce da sé i suoi capi. E non mi perito a riconoscere che sotto questo aspetto l’Italia fascista ha dato il meglio di sé. Non tanto per le eccellenze in ogni ambito dell’arte, della letteratura, della filosofia, della musica, della tecnica, della scienza che riportarono Roma e l’Italia al centro del mondo ma per quello che in sociologia si chiama carattere nazionale . Se, infatti, da un lato ci sono Croce o Gentile, dall’altro non c’è una massa anonima ma una somma di individualità consapevoli, colte, reattive sia nell’entusiastico consenso al regime, sia nel rimpianto di vecchi ideali libertari, sia nella fede riposta nella escatologia comunista. Gente che pensa, che discute, che insiste sul presente, guarda al futuro e vive consapevolmente in situazione. E adesso?
Non ci facciamo illusioni. Se l’operaio italiano è instupidito, se il proletariato non è più il piano terra dell’ascensore sociale il dinamismo interno al sistema si esaurisce, i partiti diventano lobby e comitati d’affari, lo Stato cade nelle mani del furbo (o della furba) di turno che si prestano a emettere i suoni del ventriloquo che sta al piano di sopra. Ma non è solo la sclerosi del sistema sociale o la morte della politica – e della democrazia -; è la penombra che avvolge tutti gli aspetti di una società esangue, appassita, esaurita. Assenza di creatività, nessun protagonismo nelle arti plastiche, nella musica, nelle letteratura, nessuna personalità di spicco qualunque sia l’ambito del sapere. L’Italia semplicemente non conta più nulla.
Il cerchio si chiude. La stampa e le televisioni che parlano con un’unica voce, quella dei circoli politico finanziari che tirano le fila di governo e opposizione. La protesta per l’espansionismo israeliano affidata agli amici del terrorismo islamista, silenzio sull’aggressione della Nato alla Russia, silenzio sulle affermazioni deliranti di Rutte, di Starmer, di Kursk, della Kallas, della vispa Teresa che guida la commissione europea, pienamente e convintamente condivise dalla inqualificabile Meloni, che ha dimostrato come con Gentiloni o Renzi si era ancora lontani dal toccare il fondo. Pareva impossibile scendere più in basso ma è successo. Un’opinione pubblica pensante, reattiva, autonoma non esiste più. Nemmeno quando si tocca il portafoglio delle persone: bollette alle stelle, inflazione reale che supera il 20%, menzogne sull’aumento delle pensioni o sull’allentamento della pressione fiscale, menzogne sui rimpatri dei clandestini, menzogne sullo stop all’immigrazione illegale, menzogne sulla sicurezza, sulla sanità, sulle condizioni delle carceri. E poi il riarmo, non per difendere i confini dalla pressione islamica ma per compiacere il sogno inglese, baltico, polacco di attaccare la Russia, quella che dovrebbe essere – e virtualmente è – il nostro più prezioso alleato. A Roma, a Francoforte, a Bruxelles, all’Aja giocano con il nostro futuro, con le nostre vite, con le vite dei nostri figli e la base della nostra società rimane inerte, impietrita. L’osteria del Gabbro è la cartina di tornasole: il motore della società si è imballato e non mette più in circolo idee, progetti, intelligenza e tutto fa pensare che il declino del Paese, il suo imbarbarimento, la sua africanizzazione (con o senza invasione) sia solo all’inizio.
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