Il lato nascosto della transizione energetica

Negli ultimi anni il pannello solare è diventato l’icona rassicurante della transizione ecologica: silenzioso, pulito, moderno. Basta guardare i tetti delle case, i capannoni industriali, perfino i campi agricoli. Il messaggio è semplice: il futuro è già qui.
Ma come spesso accade, dietro l’entusiasmo tecnologico si nasconde una domanda scomoda: che cosa succederà quando questi pannelli non funzioneranno più?

La rimozione del problema
La durata media di un impianto fotovoltaico è di circa 25 anni. Questo significa che tra poco inizieremo a smontare migliaia di impianti installati durante la stagione degli incentivi pubblici dei primi anni Duemila.
Eppure, nel dibattito pubblico, il tema dello smaltimento è quasi assente.
Si parla di produzione di energia, di decarbonizzazione, di investimenti, ma raramente del fine vita delle tecnologie “verdi”.
È una rimozione tipica della politica energetica contemporanea: si finanzia la diffusione delle tecnologie, ma si rinvia il problema della loro gestione futura.

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Il mito dell’energia completamente pulita
Un pannello fotovoltaico non è solo vetro e sole.
Dentro ci sono silicio, alluminio, rame, polimeri e componenti difficili da separare industrialmente. Il riciclo è possibile, ma costoso e non sempre conveniente.
Tradotto: senza una filiera solida, il rischio è che una parte di questi materiali finisca semplicemente tra i rifiuti speciali.
Secondo diverse stime internazionali, entro il 2050 i rifiuti fotovoltaici potrebbero raggiungere decine di milioni di tonnellate nel mondo. Una quantità enorme, che oggi sembra lontana ma che in realtà è già scritta nelle politiche energetiche attuali.
La transizione ecologica rischia così di diventare una transizione di rifiuti, più che di modelli produttivi.

Incentivi oggi, costi domani
Il fotovoltaico è cresciuto grazie a ingenti incentivi pubblici. Una scelta comprensibile e in parte necessaria.
Ma mentre lo Stato ha finanziato l’installazione degli impianti, non ha costruito con la stessa velocità la filiera industriale del riciclo.
È uno schema già visto:
prima si spinge la diffusione di una tecnologia, poi si scopre che la gestione dei suoi effetti collaterali è più complessa del previsto.
Il rischio è che, tra vent’anni, il costo dello smaltimento ricada su cittadini e amministrazioni locali, trasformando l’energia “verde” in un nuovo problema ambientale e finanziario.

La transizione ecologica non è neutrale
Il punto non è essere contro il fotovoltaico.
Il punto è smettere di raccontare la transizione energetica come una favola tecnologica senza contraddizioni.
Ogni tecnologia ha un costo ambientale. Anche quelle considerate sostenibili.
Se non si costruisce davvero un’economia circolare — fatta di recupero dei materiali, progettazione riciclabile e responsabilità industriale — il rischio è semplice:
sostituire le discariche di combustibili fossili con discariche tecnologiche.
Cambiare energia senza cambiare modello produttivo significa solo spostare il problema nel tempo.

Italo Armenti

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One thought on “Il lato nascosto della transizione energetica”

  1. Ottima precisazione, che non fa che riproporre un problema ormai pluridecennale sullo smaltimento delle scorie radioattive delle centrali nucleari e delle centrali stesse a fine vita. Segnalo tra l’altro un’omissione nella lista dei materiali necessari, anzi indispensabili, al funzionamento dei pannelli solari: l’argento. Un metallo oggi sotto la lente d’ingrandimento in quanto ne necessita più di quanto le miniere riescano a produrre: un divario che dovrebbe fare impennare il suo prezzo ben oltre le effimere fiammate dell’ultimo anno, poi soffocate dalle grandi banche per non andare in rovina avendo puntato al ribasso sul metallo bianco (e sognando sulla sua inesauribile disponibilità nei giochi di Borsa, salvo andare in panico quando, alla scadenza dei futures, si scopre che l’argento è irreperibile, se non a costi fallimentari).
    L’argento: metallo alla base non solo dei pannelli solari, ma anche delle auto elettriche, di apparecchiature sanitarie, nonché di tante tecnologie digitali in campo missilistico, degli armamenti, ecc. Tutti impieghi che, più che usare, consumano l’argento, rendendolo irricuperabile, se non a costi che ne vanificano gli sforzi.
    Il problema è generale: siamo bravi a devastare sempre più in profondità l’unico pianeta su cui possiamo sopravvivere, ma il prezzo da pagare è l’incapacità, anzi l’impossibilità entropica di ricreare ordine dopo aver creato disordine.

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